Quando l’identità personale è sopraffatta dal ruolo sociale: l’esperimento classico di Zimbardo.

I prigionieriAndando a ripescare nella mia memoria qualcosa di interessante da scrivere studiato nel corso di questi anni di studio mi è venuto in mente un interessante esperimento di psicologia sociale che magari qualcuno di voi già conosce…

Si tratta dell’esperimento di Zimbardo nella prigione di Stanford, volto a indagare il comportamento umano in una situazione limite nella quale l’appartenenza ad un gruppo e l’assunzione di un ruolo sociale porta i soggetti a perdere la propria identità personale e il senso di responsabilità. Nel suo studio Zimbardo riprese alcune idee della teoria della deindividuazione di Gustave Le Bon, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.

Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti. La prigione fu costruita nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia di Stanford. L’unico luogo accessibile ai prigionieri era “Il cortile”, ossia un corridoio – chiuso alle estremità da delle assi – nel quale era loro permesso di camminare, mangiare o fare esercizi. Quando dovevano andare in bagno, venivano obbligati a portare una benda sugli occhi per evitare che scoprissero le vie di fuga dalla prigione. Le celle furono realizzate sostituendo le normali porte dei laboratori con porte speciali fatte di sbarre d’acciaio, al di sopra delle quali campeggiavano i numeri di cella. Non c’erano finestre né orologi che aiutassero a rendersi conto del passare delle ore e dei giorni, una condizione questa che condusse in seguito a qualche esperienza di perdita della cognizione del tempo.

Elemento fondamentale dell’esperimento fu l’assegnazione causale dei ruoli ai soggetti: un gruppo assunse il ruolo di detenuti e un altro di guardie. Per favorire e rendere più marcata la de individuazione i prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia. Le guardie indossavano uniformi, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi, erano dotati di manganello, fischietto e manette. Esse non ricevettero alcuno specifico addestramento, erano libere di fare tutto ciò che ritenevano fosse utile a far osservare la legge, a mantenere l’ordine e a farsi rispettare dai prigionieri.

Come andò a finire l’esperimento?

Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli e li costrinsero a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude. A fatica le guardie e il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) riuscirono a contrastare un tentativo di evasione di massa da parte dei detenuti. Al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva seriamente compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando da un lato la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro, un certo disappunto da parte delle guardie.

Secondo Zimbardo, la prigione finta era diventata, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, una prigione vera. Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi. Il processo di deindividuazione induce una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione e sensitività agli scopi a alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa, in altri termini, che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

Questo esperimento e le conclusione alle quali Zimbardo è arrivato non possono che spaventare. Possono veramente le persone diventare cattive solo assumendo un ruolo sociale? Può la propria identità personale essere sopraffatta così dall’identità sociale portando le persone a perdere la consapevolezza di sé? Dai risultati di questo esperimento sembrerebbe proprio di sì…e questo non può che essere preoccupante!!!

Se qualcuno fosse interessato l’esperiemnto viene meglio spiegato, anche con foto e commenti di Zimnbardo stesso, in questo sito: www.prisonexp.org/italian/indexi.htm

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Una Risposta to “Quando l’identità personale è sopraffatta dal ruolo sociale: l’esperimento classico di Zimbardo.”

  1. Moreno Picchi Says:

    Di questo esperimento, anni fa ne fecero un film, di cui ora però non ricordo il titolo.

    Le domande che ti sei posto, se le sono poste anche Mortimer e Randolph Duke della società Duke & Duke nel film “Una poltrona per due”, ma loro la risposta che hanno ricevuto, non è stata molto gratificante. :)

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