La diffusione di responsabilità

Oggi voglio parlare di un caso avvenuto oramai più di 40 anni fa… fin dal momento in cui ne ho sentito parlare mi ha colpito e continuo tutt’ora a considerarlo di estrema importanza anche solo per tutti gli studi e gli interessi sociali che ha generato…

Molti di voi penso lo conosceranno..è il caso di Kitty Genovese.Ho trovato un bel riassunto della vicenda…

Era il 13 marzo 1964. Mancavano ancora alcune ore al sorgere del sole. Catherine Genovese, detta Kitty, aveva appena parcheggiato la sua autovettura e si stava accingendo a percorrere quei pochi metri che la separavano dal portone di casa sua, ai Kew Gardens di New York. Il tempo di percorrere pochi passi ed un uomo, tale Winston Moseley, le corse addosso colpendola con due coltellate alla schiena. Le urla ed i pianti della giovane richiamarono l’attenzione di una persona che abitava nelle vicinanze, il quale si affacciò alla finestra ed intimò all’aggressore di lasciar stare quella ragazza. Moseley, vistosi scoperto, tornò alla sua macchina e scappò via. Salvo tornare, dieci minuti più tardi, sul luogo dell’aggressione. Niente polizia, niente ambulanze, niente di niente. Kitty Genovese era ancora lì: aveva percorso solo pochi metri dal luogo in cui aveva ricevuto le prime due coltellate. Moseley si avventò nuovamente su di lei, accoltellandola ripetutamente. Tentò di stuprarla, mentre giaceva priva di coscienza al suolo, e poi le inflisse altri colpi di coltello, lasciandola morire dissanguata per terra. L’attacco durò, nella sua interezza, circa 30 minuti. Un articolo pubblicato da Martin Gansberg sul New York Times del 27 marzo enfatizzò il fatto che “For more than half an hour thirty-eight respectable, law-abiding citizens in Queens watched a killer stalk and stab a woman in three separate attacks in Kew Gardens“.

38 persone avevano assistito, o comunque percepito, l’aggressione a Kitty Genovese, senza tuttavia intervenire o limitarsi a chiamare almeno la polizia. La giovane, proveniente da una famiglia di origine italiana, fu assassinata nell’indifferenza del vicinato.

Più che l’avvenimento, abbastanza crudo, ma, sfortunatamente anche parecchio comune, (non penso sia la prima né l’ultima donna ad essere stata aggredita di notte in una strada di una qualsiasi città del mondo), ciò che mi ha sempre colpito è stato il contorno…38 persone (forse meno, una dozzina, ma comunque tante!) che guardano e ascoltano senza fare nulla!

Due psicologi sociali, Latané e Darley, si interessarono in particolare a questo caso e introdussero un concetto quanto mai importante e attuale: quello di diffusione di responsabilità.

Gli autori propongono un percorso di azione di aiuto che prevede diversi passaggi. Per far sì che un soggetto decida di aiutare una persona in difficoltà egli, inizialmente, deve accorgersi che sta accadendo qualcosa, deve poi interpretare la situazione come emergenza e, soprattutto, assumersi la responsabilita’ di intervenire per poi decidere come aiutare.

Oltre al fatto che siamo sempre distratti da mille cose da non vedere molto spesso oltre il nostro naso e al fatto che le situazioni possono spesso apparire ambigue, il problema principale sta nel fatto che non ci si vuole assumere le responsabilità. Si parla di diffusione della responsabilità come processo per il quale, in presenza di altri i soggetti, c’è la tendenza a ritenere che non sia mio dovere intervenire. Già..peccato che tutti (o quasi) pensano la stessa cosa…e chi aiuta la nostra Kitty Genovese? E se aggiungiamo il fatto che la nostra disponibilità ad aiutare dipende dalla percezione che abbiamo del merito che le vittime hanno di essere aiutate…

La conclusione è una sola… Se devi proprio essere aggredita meglio se c’è solo una persona che ti guarda, o magari due…hai più possibilità che qualcuno ti aiuti!!!:)

Quanto siamo veramente disposti ad aiutare e a prenderci la responsabilità delle nostre azioni?

Se qualcuno è interessato alla ricostruzione filmica di quanto è successo questo è il video di You Tube..

http://www.youtube.com/watch?v=zZ9g6GKvykQ

Riassunto della vicenda tratto da: www.fabioruini.eu/blog/category/universita/

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