Archive for the ‘Infanzia’ Category

2 Aprile 2013. Giornata Mondiale dell’Autismo

aprile 2, 2013


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Si celebra oggi, 2 aprile, la giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo, istituita  dalle Nazioni Unite con la risoluzione 62/139 del 18 dicembre 2007, per promuovere la conoscenza dell’autismo e la solidarietà nei confronti dei bambini e delle persone che ne sono affette, che restano spesso invisibili ai più.

Quest’anno lo slogan è: Autismo, più frequente di quanto non si pensi. Secondo gli ultimi dati, infatti,  le diagnosi di tutti i disturbi autistici raggiungono in USA due casi su 100 bambini di otto anni, mentre in Italia le Regioni più attrezzate arrivano appena a tre casi su mille.

Il problema della ricerca è fondamentale ed è necessario sensibilizzare l’opinione pubblica e fare in modo che la ricerca scientifica evolva in questo campo.

Chi lavora in questo ambito sa quanto sia importante far conoscere il disturbo, informare e avvicinare le persone a questa patologia ormai estremamente diffusa e in continuo aumento!

E’ in questa prospettiva che da un paio d’anni Autism Speaks ha lanciato un’iniziativa battezzata ‘Light it up blue‘ (illuminalo di blu) per sensibilizzare l’opinione pubblica: i monumenti del mondo, da New York a Rio de Janeiro, da Sidney a Roma, si illuminano di blu a testimoniare la sensibilità delle Città rispetto alla problematica dell’autismo.

Di seguito un video che racconta e mostra cosa succede nel mondo!

E chi vorrà potrà contribuire e far sentire la propria vicinanza accendendo una lampada blu alla finestra o semplicemente mettendo il logo di “Light it up blue” come foto profilo di facebook!

 

 

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Il Blacky Pictures’ Test: un test proiettivo per indagare le dinamiche di personalità nei bambini

gennaio 24, 2012

Il Blacky Pictures’ Test, è un test proiettivo volto a far emergere le dinamiche della personalità di soggetti in età evolutiva, dai 5/6 anni fino ai 10/12.
Ideato da Blum nel 1950 si basa sulla teroia psicanalitica e rientra tra i reattivi narrativi o di contenuto.
In particolare l’obiettivo è quello di indagare alcune variabili psicologiche specificamente delimitate, come lo sviluppo psicosessuale, i meccanismi di difesa e la relazione oggettuale tramite il racconto di una storia.

Il test, infatti, è costituto di 12 vignette (le Blacky Pictures ) che raccontano le avventure del cane Blacky e della sua famiglia composta da mamma, papà e da Tippy, una figura fraterna di età e sesso imprecisati. Il protagonista, Blacky, è facilmente distinguibile perché di colore nero.
Ognuna delle 12 situazioni richiama in modo esplicito una particolare tappa dello sviluppo psicosessuale.Si tratta di un test proiettivo narrativo “atipico” in quanto il materiale-stimolo è maggiormente strutturato e definito.
L’utilizzo di animali come protagonisti è una scelta specifica in quanto si ritiene che ciò  faciliti il processo di identificazione del bambino e la libera espressione personale in situazioni in cui delle figure umane potrebbero provocare un’inopportuna inibizione.

La somministrazione richiede circa 45 minuti.  Inizialmente viene chiesto al soggetto di identificare Tippy con la propria sorellina o  fratellino (solitamente si parla di un un cuginetto/a nel caso il bambino non abbia fratelli e sorelle). Successivamente, si chiede al soggetto di inventare  una storia e per ogni vignetta vengono poste delle domande volte ad indagare la dimensione psicoanalitica.
Ogni tavola è creata col fine di indagare alcuni dimensioni psicoanalitiche e di personalità specifiche e ed è introdotta da una breve farse.
La tavola 1, ad esempio, è incentrata sull’“erotismo orale” ed è introdotta dalla frase : “Qui c’è Blacky che mangia il latte dalla mamma” .


La tavola 3 lavora sul “sadismo anale” , è introdotta da: ”Qui Blacky stà facendo i suoi bisogni” e mostra in primo piano Blacky che stà facendo pipì fra le due cucce di mamma e papà.
Ancora, la tavola 7 è incentrata sull’”identificazione positiva” in cui si vedono in primo piano Blacky e un cane meccanico e la frase introduttiva è “Qui c’è Blacky con un cane giocattolo”.
Diverse dalle precedenti sono le tavole 10 e 11. Si tratta di vignette che rappresentano Blacky mentre ha una visione onirica. Nella prima il cucciolo sogna un cane del suo stesso sesso, mentre nella seconda un cane del sesso opposto.
Come ultimo passaggio, terminata la fase della somministrazione, si invita il soggetto ad esprimere le sue preferenze, chiedendo di suddividere le vignette in due gruppi, le”simpatiche” e le “antipatiche”. Si procede poi chiedendo il perché di questa scelta.

A livello interpretativo Blacky dovrebbe costituire l’oggetto con cui il bambino si identifica a livello preconscio. È fondamentale interpretare il test inserendolo all’interno del più vasto profilo del bambino e accostandolo agli altri questionari e ai vari colloqui per avere una visione globale del problema. Importante, inoltre, osservare attentamente il comportamento del soggetto prima e durante la somministrazione per cogliere possibili manifestazioni di ansia o semplice stanchezza.

 

 

 

Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

Il Parenting Stress Index per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino

luglio 27, 2011

Un genitore può provare stress per il semplice fatto di essere genitore? Probabilmente sì e la presenza di un test standardizzato e ampiamente utilizzato in ambito clinico per la sua valutazione ne è la prova. Si tratta del PSI – Parenting Stress Index – che provo a presentarvi in breve.

Il PSI  valuta lo stress che il genitore sperimenta inteso come la discrepanza percepita dai genitori tra le risorse a disposizione e le esigenze dettate dal  ruolo. La percezione, spesso diffusa, di non farcela e non essere competenti può essere causata da 3 elementi: dalle caratteristiche del bambino (temperamento difficile, psicopatologia..), dalle caratteristiche del genitore (insicurezza, depressione, scarsa autostima…) o dalle caratteristiche del contesto (mancanza  di supporti formali o informali della rete sociale..). In particolare il test misura la percezione che il genitore ha di:

  • essere stressato/preoccupato
  • avere un figlio difficile
  • avere una relazione disfunzionale

La forma breve del PSI comprende  36 item su scala Likert a 5 punti (accordo- disaccordo) e ha alla base un modello teorico che analizza 3 sottodimensioni dello stress genitoriale:

  1. Distress genitoriale
  2. Interazione disfunzionale genitore-bambino
  3. Bambino difficile

Vediamo nello specifico le tre sottoscale per capire meglio di cosa si tratta:

Sottoscala distress genitoriale (PD): 12 item. Definisce il livello di distress che un genitore sta sperimentando nel suo specifico ruolo di genitore a causa di fattori personali, indipendenti dal bambino:  

  •  percezione della propria competenza genitoriale non adeguata
  •  stress associati alle restrizioni poste su altri ruoli vitali
  •  conflitto con l’altro genitore del bambino
  • mancanza di supporto sociale

Sottoscala interazione disfunzionale genitore-bambino (P-CDI): 12 item. Analizza la relazione col figlio percepita dal genitore come difficile:

* percezione del figlio come non rispondente alle proprie aspettative

* interazioni non gratificantil

* proietta questi sentimenti sul bambino avvertendolo come un elemento negativo nella propria vita.

* si considera respinto, sfruttato e estraneo al bambino.

 Sottoscala bambino difficile (DC): 12 item. Analizza alcune caratteristiche del comportamento del bambino e la percezione che il genitore ha di avere  un bambino difficile:

* Temperamento del bambino o comportamenti richiestivi  e di disobbedienza

Per quanto riguarda i punteggi si considerano normali valori compresi tra il 15° e l’80° percentile e alti quelli  uguali o superiori all’85° percentile.
Punteggi elevati nel livello di stress totale (calcolato sommando i punteggi delle 3 sottoscale) è indice della presenza di uno stress clinicamente significativo.
Punteggi elevati nella scala “Distress genitoriale” possono dare evidenza di una difficoltà del genitore causata da fattori personali e non legati alla relazione, specialmente se si hanno punteggi normali nella sottoscala “Bambino difficile”.
Punteggi elevati nella scala “Interazione disfunzionale genitore-bambino” può essere indice del fatto che il  genitore  si percepisce come respinto e deluso dal figlio   e che il legame sia minacciato. In questo caso bisogna porre particolare attenzione: se il punteggio supera il 95% percentile si parla di abuso potenziale e possibile maltrattamento.
Punteggi elevati nella sottoscala “Bambino difficile” sono indicatori della necessità da un alto di una consultazione psicologica del bambino e dall’altro di una serie di interventi educativi per i genitori sulle strategie di gestione del bambino.

Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività: cos’è e come si manifesta

ottobre 1, 2010

Quante volte si sente dire in giro “Quel bambino è iperattivo!” da parte di genitori, insegnanti e gente comune. Ma vermente tutti i bmabini un po’ più vivaci della “norma” sono iperattivi? Cos’è veramente il disturbo da deficit di attenzione e iperattività? Cerchiamo di frae un po’ di chiarezza…

Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività (ADHD – Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini.
Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

La più recente descrizione del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è contenuta nel DSM-IV secondo il quale, per poter porre diagnosi di DDAI, un bambino deve presentare almeno 6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti; inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale.

A. Entrambi (1) o (2):

(1)    Sei (o più) dei seguenti sintomi di Disattenzione che persistano per almeno 6 mesi con un’intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo:

Disattenzione
a.       spesso fallisce nel prestare attenzione ai dettagli o compie errori di inattenzione nei compiti a scuola,nel lavoro o in altre attività;
b.      spesso ha difficoltà nel sostenere l’attenzione nei compiti o in attività di gioco;
c.       spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;
d.      spesso non segue completamente le istruzioni e incontra difficoltà nel terminare i compiti di scuola, lavori domestici o mansioni nel lavoro (non dovute a comportamento oppositivo o a difficoltà di comprensione);
e.      spesso ha difficoltà ad organizzare compiti o attività varie;
f.        spesso evita, prova avversione o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale sostenuto (es. compiti a casa o a scuola);
g.       spesso perde materiale necessario per compiti o altre attività (es. giocattoli, compiti assegnati, matite, libri, ecc.);
h.      spesso è facilmente distratto da stimoli esterni;
i.         spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

(2)    Sei (o più) dei seguenti sintomi di Iperattività-Impulsività che persistono per almeno 6 mesi ad un grado che sia disadattivo e inappropriato secondo il livello di sviluppo:

Iperattività
a)      spesso muove le mani o i piedi o si agita nella seggiola;
b)      spesso si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto;
c)       spesso corre in giro o si arrampica eccessivamente in situazioni in cui non è appropriato (in adolescenti e adulti può essere limitato ad una sensazione soggettiva di irrequietezza);
d)      spesso ha difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille in modo quieto;
e)      è continuamente “in marcia” o agisce come se fosse “spinto da un motorino”;
f)       spesso parla eccessivamente;

Impulsività
g)       spesso “spara” delle risposte prima che venga completata la domanda;
h)      spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno;
i)        spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri (es. irrompe nei giochi o nelle conversazioni degli altri).

B. I sintomi iperattivi-impulsivi o di disattenzione che causano le difficoltà devono essere presenti prima dei 7 anni.
C.
I problemi causati dai sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti (es. a scuola [o al lavoro] e a casa).
D.
Ci deve essere una chiara evidenza clinica di una significativa menomazione nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.
E.
I sintomi non si manifestano esclusivamente nel corso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici oppure che non siano meglio giustificati da altri disturbi mentali (es. Disturbi dell’Umore, Disturbi Ansiosi, Disturbi Dissociativi o Disturbi di Personalità).

Una specifica causa dell’ADHD non è ancora nota. Ci sono tuttavia una serie di fattori che possono contribuire a far nascere o fare esacerbare l’ADHD. Tra questi ci sono fattori genetici e le condizioni sociali e fisiche del soggetto.
Secondo la maggior parte dei ricercatori e sulla base degli studi degli ultimi quarant’anni il disturbo si ritiene abbia una causa genetica. Studi su gemelli hanno evidenziato che l’ADHD ha un alto fattore ereditario (circa il 75% dei casi). Altri fattori sono legati alla morfologia cerebrale, o anche possono essere legati a fattori prenatali e perinatali o a fattori traumatici.

L’ADHD si presenta tipicamente nei bambini (si stima che, nel mondo, colpisca tra il 3% e il 5% dei bambini) con un percentuale variabile tra il 30 e il 50% di soggetti che continuano ad avere sintomi in età adulta. Si stima che il 4,7% di statunitensi adulti conviva con l’ADHD.

Studi sui gemelli hanno mostrato che tra il 9% e il 20% dei casi di malattia può essere attribuito a fattori ambientali I fattori ambientali includono l’esposizione ad alcol e fumo durante la gravidanza e i primissimi anni di vita. La relazione tra tabacco e ADHD può essere trovata nel fatto che la nicotina causa ipossia nel feto. Complicanze durante la gravidanza e il parto possono inoltre giocare un ruolo nell’ADHD. Le infezioni (ad esempio la varicella) prese durante la gravidanza, alla nascita o nei primi anni di vita sono un fattore di rischio per l’ADHD.

Per la normalizzazione del comportamento di alcuni pazienti iperattivi e con deficit d’attenzione si sono rivelate efficaci, unitamente a terapie comportamentali, cambiamenti dello stile di vita, interventi clinico-psicologici anche alcune molecole psicoattive come il metilfenidato e l’atomoxetina. Ma critiche sono state mosse sull’uso di questi medicinali.

Per maggiori informazioni: www.aidaiassociazione.com/index.html

Happy Child: un nido…tempestivo!

settembre 1, 2010

Le vacanze sono finite ed è ora di rinizare il normale tran-tran quotidiano…ricominciano lavoro, scuola, università…e perché no…anche gli asili!
Ecco allora un buon pretesto per parlare di una “catena” dia sili, se così si può definire denominata Happy Child.
Qual è la loro particolarità? Sono basati sulla cosiddetta educazione tempestiva. DI cosa si tratta e come funzionano? A voi la lettura!

L’istituzione Happy Child è una realtà educativa a sostegno della famiglia e della professione presente su tutto il territorio nazionale.
Essa può essere definita come:

  • Un progetto pedagogico basato sull’Educazione Tempestiva che nasce come programma didattico indirizzato alla prima infanzia (0-6 anni). La metodologia applicata, parte dal presupposto che nei primissimi anni di vita risulta più naturale per il bambino sviluppare attitudini  e buone abitudini.
  • Un servizio sociale in quanto presta aiuto alle famiglie nell’educazione dei bimbi, collabora con le aziende, supporta le Istituzioni e crea molti nuovi posti di lavoro per donne giovani e meno giovani.
  • Un’idea imprenditoriale rivolta soprattutto alle le donne basata sul presupposto che molte  donne  sono dotate  di capacità imprenditoriali e formative che sovente restano inespresse principalmente per la necessità di curare i figli.

La mission principale dell’istituzione è quella di sostenere e affiancare la famiglia nei suoi compiti educativi svolgendo alcuni compiti:

  • Realizzare asili per la prima infanzia attraverso un processo pedagogico innovativo basato sulla scoperta che nei primissimi anni di vita i bambini hanno una eccezionale capacità di apprendimento se stimolati opportunamente.
  • Utilizzare quanto sopra per creare opportunità di lavoro per tante donne giovani e meno giovani.

Gli asili Happy Child, in particolare, si pongono come scopo principale la promozione e la formazione completa della persona, rispettandone le caratteristiche peculiari e curandone l’aspetto affettivo, conoscitivo – intellettivo, umano e spirituale.

2 sono i principi base dell’educazione:

  • L’importanza del gioco. La capacità di giocare è vista come un  indice molto importante del benessere psicologico di  ogni bambino. Il gioco è l’attività spontanea principale e l’adulto deve proporre al bambino attività adeguate alle curiosità e al bisogno di esperienza della fase di sviluppo.
  • L’educazione tempestiva. Essa mira a sviluppare tutto il potenziale intellettuale e fisico dei bambini fornendo ai bambini tecniche  e stimoli adeguati nel periodo più propizio. Durante questi periodi (chiamati periodi sensitivi) il bambino si divertirà nell’apprendimento e collaborerà con entusiasmo ed interesse.

L’educazione tempestiva diventa un nuovo modo per fare educazione, centrato sulla persona in tutte le sue dimensioni. Il presupposto teorico è quello della plasticità cerebrale e della presenza dei periodi sensitivi. Ecco i principali:

Deambulazione = 0-2 anni
Nuoto = 1-7 anni
Equilibrio = 2-6 anni
Lettura = 2-8 anni
Lingua straniera = 1-8 anni
Scoperta dell’Io = 2-4 anni
Gioco = 1-7 anni

L’apprendimento all’interno dell’asilo avviene seguendo alcuni principi base:

  • utilizza la sperimentazione sensoriale
  • mantenere alto il livello di motivazione nel bambino
  • educazione basata sul gioco e sul divertimento, senza fatica
  • organizzazione dei tempi sulla base dei ritmi dei bambini

www.happychild.it

La tecnologia al servizio dei bambini. Tesi presentata a TesiCamp!

ottobre 11, 2009

Questo post è per fare un po’ di auto pubblicità alla mia tesi!!! Ho partecipato lo scorso venerdì a TesiCamp e ho creato una presentazione che riassumesse in breve gli elementi fondamentali della mia tesi…ed eccola qui!

Si tratta di una tesi triennale in Psicologia della Comunicazione che cerca di unire i temi della narrazione, delle nuove tecnolgoie e dell’infanzia.

Partendo dalla considerazione che è importante trovare il modo per mettere le nuove tecnologie al servizio dei bambini è nata l’idea di creare e applicare uno strumento di Digital Storytelling, che unisce ‘arte del narrare a elemeni digitali e multimediali.
Il risultato è un excursus teorico sui temi della narrazione e dell’evoluzione tecnologica e la descrizione dettagliata delle diverse fasi di lavoro per l’ideazione e l’applicazione del metodo con un gruppo di bambini!

Ecco qui la breve presentazione!

Presentazione

Per chi fosse interessato a leggere la tesi la trova su:
http://sites.google.com/site/comunicazione20082009/

Quando nomi “poco tradizionali” fanno nascere pericolosi pregiudizi..

settembre 21, 2009

Va bene, sono un po’ di parte, ma non ho mai amato i nomi per così dire “poco tradizionali”. Non che questi siano meno dignitosi di altri però ho sempre pensato anche io ciò che emerge dalla ricerca citata recentemente dal Corriere della Sera: più il nome è strano più nasceranno pregiudizi riguardo quel bambino/bambina.

Lo studio mostra come effettivamente insegnanti che si trovano sul registro, il primo giorno di scuola, nomi come Kevin, Chanel, Angelina avranno una aspettativa “negativa” di poco impegno e rendimento sui possessori del nome.  Si tratta, secondo me, di una scoperta molto preoccupante sulla quale bisogna riflettere molto. E’ sempre vero che nomi di questo tipo vengono dati ai figli delle famiglie meno scolarizzate e istruite? Come mai? Sarebbe allora il caso di intervenire a limitare e contenere questi pregiudizi, specialmente oggigiorno quando poveri e immigrati hanno bisogno di accoglienza e fiducia e non di cattivi giudizi.

Per lggere l’articolo completo:  «Se ti chiami Chantal vai male» I pregiudizi dei prof sui nomi

Terremoto in Abruzzo: l’importanza del recupero psicologico e della Clown Therapy per i bambini.

aprile 16, 2009

Di ritorno dalle vacanze pasquali, con l’obiettivo di aggiornare il blog, non posso far altro che parlare del terribile terremoto che ha colpito l’Abruzzo durante la prima settimana di Aprile. Sono stati tanti i servizi e gli approfondimenti trasmessi dalle televisioni, comparsi sui giornali…si è parlato di colpe, di responsabilità, di cause…. Senza ricadere nella banalità o apparire ripetitiva, penso che il mio unico compito sia quello di aiutare i profani a prendere una maggiore consapevolezza delle conseguenze psicologiche che possono nascere in seguito ad un avvenimento di questo tipo. Si tratta di cercare di compiere una recupero psicologico per persone che hanno perso tutto e i numerosi professionisti che si sono recati sul posto stanno operando in questa direzione. Chi perde casa e lavoro perde principalmente la sicurezza: vengono a mancare certezze e le basi fondanti della propria esistenza. Questo non può che avere come conseguenza un enorme stress mentale e una sensazione di impotenza. Inoltre lo shock di fronte a questo trauma può bloccare anche le funzioni più semplici come quella del bere, aumentando il rischio di disidratazione. Rispetto alla normale vita quotidiana nel vivere da sfollati vi è anche uno sfasamento del normale ciclo sonno-veglia, aggravato dal fatto che il trauma è avvenuto durante il sonno. Questo porta sicuramente ad avere difficoltà a dormire serenamente e, spesso, rivivere l’incubo del crollo e della notte del trauma.

Ma come aiutare queste persone? Gli psicologi presenti sul posto si stanno attivando per creare dei gruppi di supporto e di ascolto, per condividere sensazioni ed esperienze e far sentire gli abruzzesi meno soli. Fondamentale è poi il recupero dei bambini. Ridare loro la possibilità di giocare, divertirsi e soprattutto sorridere è fondamentale! Entrano in gioco così i “Clown”, psicologi che applicano la Patch Therapy, con lo scopo di ridare sorriso ai bambini. Per chi fosse maggiormente interessato vi consiglio di visitare il sito del Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna.

http://www.maracarfagna.net/

E’ giusto parlare ai bambini della morte?

febbraio 13, 2009

Il tema di oggi ammetto che non è dei più allegri e entusiasmanti…ma volevo conoscere un po’ il vostro parere visto che io non sono ancora arrivata a crearmi una mia idea precisa…

Come i bambini affrontano la morte?

Oggi come oggi tutti i bambini hanno a che fare con la morte…si può trattare della perdita di persone care, più comunemente i nonni, o di animaletti domestici oppure semplicemente entrano a contatto con essa e iniziano a conoscerla osservando la televisione, dai telegiornali fino ai telefilm.

Una ricerca svedese propone un dato interessante…

“Nel 2004 la pedagogista Margit Franz ha calcolato che un giovane tedesco, quando raggiunge la maggiore età, ha già assistito mediamente a 18.000 decessi – reali o fittizi – nei diversi media. Nel 1996 il teologo e psicologo Karl-Heinz Menzen, dell’Università Cattolica di Friburgo aveva stimato che il quattordicenne medio avesse già visto sullo schermo 15.000 omicidi. Dato che i bambini spesso considerano totalmente reali le immagini presentate dai media, il 40 per cento dei bambini tra i sei e i dieci anni sarebbe convinto che le persone muoiono sempre a causa di un assassinio, altrimenti continuano a vivere.”

Per i bambini più piccoli è molto difficile comprendere veramente cosa significa morire. A 3 anni un bimbo pensa che morire sia qualcosa che si avvicina molto al dormire e non ritengono la morte come qualcosa di irreversibile. Solo dai 5-6 anni i concetti di irreversibilità e universalità della morte sono pienamente acquisiti.

La preoccupazione più importante da questo punto di vista ricade sui genitori. Gli adulti spesso non sono in grado di interpretare le emozioni, i comportamenti, le reazioni quasi invisibili di un bambino e di giudicarne la maturità cosicché si trovano nel dubbio: parlare o non parlare della morte? Come affrontarla? Quanto il dialogo è una fonte di sostegno e quanto, invece, aumenta la sofferenza?

È importante sottolineare come gli esperti ritengano che ogni bambino avrebbe bisogno di comprendere i confini della vita e, soprattutto l’imprescindibilità della morte e che il comportarsi e parlare facendo finta che la morte non esista è sicuramente una reazione genitoriale negativa.

In conclusione, è negativo o positivo parlare di morte ad un bambino? Quali parole è bene usare? Quanto aspettarsi che un bimbo possa provare angoscia,o impressionarsi, in situazioni in cui si trovi a contatto con esperienze di morte? Quali sono i segnali che i bambini ci offrono per comunicare la propria sofferenza, ma anche solo una generica paura della morte?

Io penso che parlare della morte ad un bambino sia importante, come altrettanto importante sia il fatto che questo discorso venga portato avanti dai genitori, punto di riferimento e “base” che dona sicurezza al bambino. Ma è sempre un bene? Può provocare traumi maggiori nel piccolo il venire a conoscenza di una perdita o il nasconderla, inibirla per poi trovarsi nella situazione di doverla vivere “in differita”?

A voi lo spazio per commenti, idee e quant’altro…

Tratto da: www.lorenzomagri.it/psicologia-clinica-e-patologie/109-bambini-e-morte.html


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