Archive for the ‘Psicologia cognitiva’ Category

Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

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Problem solving: la risoluzione costruttiva dei problemi

luglio 19, 2011

La terza life skills che rientra, insieme alle 2 precedenti, nel più vasto insieme delle life skills cognitive è il problem solving.

Probabilmente il termine vi è familiare. È infatti molto usato in ogni campo in cui entra in gioco l’attività mentale di “risoluzione dei problemi”. Ma di cosa si tratta?

Il problem solving viene definito come la capacità di risolvere in modo costruttivo i problemi. In modo più preciso questa life skills si definisce come “la capacità di un individuo di mettere in atto processi cognitivi per affrontare e risolvere situazioni reali e interdisciplinari, per le quali il percorso di soluzione non è immediatamente evidente.
Esistono 2 categorie di problemi principali: problemi cognitivi e problemi interpersonali. Ciò che li accomuna è il fatto che entrambi prevedono una discrepanza tra stato iniziale e stato finale e richiedono, quindi, una soluzione.
Il problem solving cognitivo è incentrato su cognitivi, situazioni caratterizzate da insoddisfazione e desiderio di  cambiare la struttura di un insieme di dati per raggiungere un certo obiettivo
Il problem solving interpersonale, invece, è il processo attraverso il quale i soggetti acquisiscono una serie di abilità sociali per risolvere problemi legati alle relazioni. Esso richiede la capacità di riconoscere i propri sentimenti e la capacità di decentramento dal proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro.

Il processo di risoluzione dei problemi richiede diverse fasi:

  • Riconoscimento del problema
  • Identificarne la natura
  • Generare diverse alternative di soluzione
  • Valutare le più adatte
  • Valutare l’efficacia dell’approccio scelto
  • Attuare la soluzione
  • Valutare i risultati

Ritornando allo schema di riferimento dei due diversi sistemi cognitivi proposto da Kahneman  si può dire che questa life skills richiede prima la disattivazione del sistema 1, degli automatismi per potersi esprimere.
Le persone che sanno risolvere bene i problemi sono quelle che sanno usare la cosiddetta cognitive reflection:  sanno attivare il sistema 2 e disattivare il sistema 1.
Si potrebbe dire, anzi, che i bravi risolutori di problemi sono quei soggetto che sanno attivare un ipotetico sistema 3 di ragionamento, che implica la capacità di cambiare il punto di vista e generare ipotesi alternative.
Se grazie al sistema 3 vi è un allargamento di prospettiva e viene favorita la ricerca di alternative, grazie al sistema 2 si ha l’analisi delle varie opzioni e valutazione.

Per saper risolvere bene i problemi sono richieste, quindi, sia capacità di pensiero divergente (per generare alternative nuove), sia capacità di convergenza (per giungere a definire la soluzione migliore).

 

 

 

Pensiero critico: l’abilità di analizzare e valutare le informazioni

giugno 25, 2011

(http//www.flickr.com/photos/darkroses)

La seconda life skills che vi presento oggi è il pensiero critico.

Il pensiero critico è l’abilità che ci consente analizzare in modo oggettivo le informazioni che già si possiedono, valutare e interpretare dati e esperienze al fine di giungere a conclusioni chiare e precise.
Avere buone capacità di riflessione di analisi critica della situazione non porta necessariamente a giungere alla conclusione vera: porta però sicuramente e crearsi un giudizio personale, attento e libero da pregiudizi.

Due autori in particolare, Facione e Ennis, hanno proposto un modello del pensiero critico.
Secondo questi autori esso è fondamentale per saper valutare le informazioni e ben progettare le azioni. Si tratterebbe non di una singola life skills ma di un insieme di sotto skills che portano il soggetto a saper svolgere 5 diverse operazioni:

  • Chiarificazione = capacità di focalizzare la questione e attribuire ad essa un significato
  • Analisi = capacità ad articolare la questione nei suoi aspetti diversi, analizzandone anche i punti impliciti
  • Valutazione = saper accertare il valore delle fonti di informazione verificandone l’attendibilità, l’accordo tra esse, la credibilità…
  • Influenza = capacità di ampliare i dati di partenza, tramite inferenze e deduzioni
  • Controllo = abilità nel saper monitorare il ragionamento durante tutto il processo

Come tutte le life skills ogni singola sotto skills può essere insegnata e ampliata con diversi interventi.

Riprendendo come spunto il modello di Kahneman esposto nel precedente post si potrebbe affermare che potenziare il pensiero critico significa aiutare le persone a passare dal’utilizzo del sistema 1 all’utilizzo del sistema 2.

In conclusione si può dire che il pensiero critico rientra di diritto tra le principali life skills in quanto permette di analizzare le esperienze in maniera obiettiva e può contribuire alla promozione della salute, aiutando i soggetti a riconoscere e valutare i fattori che influenzano i propri atteggiamenti, valori, comportamenti di salute e a limitare le influenze dei coetanei e dei mass-media.

Decision making: come si prendono le decisioni

giugno 20, 2011

Lo studio e la tesi rubano tempo e energie…ma dopo due mesi riesco a tornare a scrivere! 🙂

Oggi tocca a una delle tante life skills, come promesso…il decision making!

Per decision making si intende la capacità di prendere decisioni in modo consapevole e costruttivo, considerando le  varie opportunità e conseguenze.
Non si tratta solo dell’abilità nel valutare le alternative possibili, ma anche la capacità di scegliere l’azione migliore da compiere.
L’obiettivo del potenziamento di tale life skills è quello di portare il soggetto nella condizione di poter scegliere in modo autonomo dopo aver valutato vantaggi e svantaggi della situazione, evitando la fuga, il ritardo della scelta o le decisioni d’impulso.

Uno dei possibili riferimenti teorici da cui aprtire per studiare il decision making è il modello di funzionamento mentale proposto dal premio Nobel per l’economia (nonchè illustre psicologo) Kahneman.
Secondo questo autore la mente davanti alle informazioni le elabora e produce 2 tipi di outupt: le impressioni (automatiche e non controllate) e i giudizi  (frutto di ragionamento e riflessione sulle informazioni).
A questi due output corrisponderebbero 2 sistemi cognitivi:

  • il sistema 1: veloce, implicito, che lavora in parallelo, automatico e che produce le impressioni
  • il sistema 2: lento, faticoso, controllato, esplicito, non influenzato dalle emozioni, che dà vita ai giudizi.

A partire da questo modello la presa di decisione può avvenire in due modi diversi: si avrà una scelta rapida e influenzata dalle emozioni se si attiva il sistema 1 e una scelta lenta e razionale se si attiva il sistema 2.

Un altro dei modelli più conosciuti sullo studio del decision making è l’investiment theory di Stenberg che si basa sull’assunto che i soggetti cercano di investire poco e ottenere tanto e sono molto  attenti al rapporto tra costi e benefici.

Nella scelta tra 2 opzioni il processo mentale naturale sarebbe allora il seguente:

  • analisi degli “investimenti” richiesti dalle 2 situazioni (costi, possibili perdite..)
  • analisi dei vantaggi che si potrebbero ottenere
  • calcolo rapporto tra costi e vantaggi

In base a questo rapporto vi sarebbe poi la scelta di quale opzione accettare.

In generale, per prendere una buona decisione, il processo dovrebbe essere articolato in 5 fasi:

  1.  la creazione di un contesto adatto a prendere decisioni efficaci
  2. l’inquadramento del problema: vedere il problema da diverse prospettive mettendo in atto anche il pensiero creativo
  3.  la creazione di alternative stra cui scegliere: creare alternative fattibili utilizzando brainstorming e attività di imamginazione
  4. la valutazione delle alternative: analizzando costi e benefici, impatto finanziario, tempo, fattibilità, risorse, rischi….
  5. la scelta dell’alternativa migliore.

Life Skills: “le competenze per la vita”, ovvero le competenze psicosociali per affrontare al meglio le esigenze della vita

aprile 13, 2011

 

Oggi parliamo di Life Skills. Ma cosa sono? Quali sono? Come si potenziano?

Bada definisce le life skills come competenze i carattere cognitivo, sociale, emotivo e relazionale psicosociali che consentono di affrontare al meglio le esigenze e i cambiamenti che la vita quotidiana presenta.
Il tema delle life skills si inserisce e assume importanza con lo sviluppo, in psicologia, del modello bio-psico-sociale orientato allo studio della persona come sistema complesso e integrato e della cosiddetta psicologia positiva. Con questo cambio di rotta si passa dal semplice concetto di cura a quelli di prevenzione e promozione.
Ed  è proprio a livello di promozione che si lavora agendo sul potenziamento delle life skills, principalmente con soggetti giovani.
Si tratta di un insieme di abilità attraverso le quali le persone mantengono una condizione di benessere mettendo in atto comportamenti positivi ed  adattivi. Letteralmente il termine life skills è composto da Skills  (abilità) e Life (riferimento al più ampio orizzonte della vita nel suo completo).
Le 3 sfere di competenze principali sulle quali si lavoro sono la sfera cognitiva, quella relazionale e quella emotiva.

Per l’OMS e l’UE negli ultimi anni la Life Skills Education è diventato uno degli obiettivi primari dell’educazione. All’interno del concetto di dovere/diritto dei giovani di oggi di assumersi la responsabilità della propria salute un’educazione, principalmente scolastica, orientata all’empowerment di tali abilità fondamentali nella vita di ognuno rappresenta una strategia di promozione e prevenzione fondamentale.
Da un’educazione passivizzante, senza motivazioni e proponendo delle soluzioni preconfezionate si passa a un’educazione basata sul potenziamento e sull’assunzione di responsabilità da parte del singolo.
Il lavoro sulle Life Skills può portare a effetti significativi sia sul benessere mentale, che sulla salute fisica e sul comportamento dei soggetti.
Si arriva così a creare un vero e proprio circolo virtuoso: maggiori competenze e abilità vengono acquisite, maggiori saranno le opportunità per potenziare le stesse.
Come detto le life skills possono essere distinte in cognitive (problem solving, decision making, creatività…), emotive (empatia, gestione dello stress..) e relazionali (capacità relazionali).

Dalla prossima volta vedremo, una per una, le principali life skills studiate!
A presto!

La terza settimana della Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale

settembre 22, 2010

È in corso in questi giorni (20-26 settembre 2010) e in diverse regioni italiane la terza edizione della Settimana della Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale, organizzata da Mens Sana, associazione non profit per la ricerca neuropsicologica, con sede a Monza (MI)
Durante queste giornate  l’associaizone  propone di effettuare uno screening delle facoltà cognitive della popolazione, soprattutto oltre i 50 anni d’età, e di insegnare il fitness della mente, basato sulla “ginnastica” cerebrale, alla fine di, per così dire, “togliere anni alla mente” e non solo al corpo.

Tutti, e a qualsiasi età, siamo a rischio di deficit delle funzioni cognitive, stressate da vari fattori esistenziali. Calo di memoria o di concentrazione e altri “guasti” si possono contrastare con “armi” simili a quelle che bloccano l’orologio del tempo negli altri organi.
Il pirmo passo è compiere un check-up della mente, una verifica del proprio stato intellettivo che, durante la Settimana di Assomensana, si potrà prenotare ed effettuare gratuitamente tramite una delle 200.000 cartoline, distribuite presso centri commerciali, negozi, centri benessere, farmacie e studi medici. Nelle sedi prestabilite, gli interessati saranno sottoposti dagli specialisti a particolari TEST atti a stabilire le abilità cognitive del soggetto, come la fluenza verbale e l’astrazione e otterrano un profilo neuropsicologico che servirà a rintracciare eventuali punti deboli da rafforzare con strategie mirate. A questo punto si parte con u training cognitivo personalizzato!

Ma attenzione! Il “fitness per la mente” richiede opportuni comportamenti nel quotidiano e anche a tavola. Una regolare attività motoria contrasta il decadimento fisico e quello mentale in quanto riduce i danni legati all’eccesso di cibo e ai processi degenerativi dei radicali liberi. Inoltre, secondo studi americani, una dieta ricca di verdura e frutta, con l’aggiunta di cioccolato (per la felicità dei più golosi) fornirebbe flavonoidi antiossidanti, in grado di potenziare il cervello e di aumentare la capacità di apprendimento e la memoria.

Per saperne di più: www.assomensana.it/Prevenzione/settimana-contro-invecchiamento.php

Skill Flow: una società di consulenza al servizio dell’empowerment

giugno 24, 2010

Vagando su internet ho scovato il sito di una società che mi sembra si occupi di temi molto interessanti…ecco a voi un breve presentazione!

La società si chiama “Skill Flow” e si occupa di consulenza e formazione psicologica in tre particolari ambiti: mondo del lavoro, sport e ambito clinico/sociale. In essa sono presenti professionisti diversi quali psicologi, ingegneri gestionali, esperti di marketing, consulenti aziendali… tutti spinti da un unico scopo.
L’obiettivo è quello di lavorare al fine di valorizzare le esperienze e le competenze dei soggetti, facilitando il cambiamento negli individui, nei gruppi e nelle organizzazioni e andando a lavorare a livello di skills diverse.
Come dice il nome scelto “Skills Flow”, che significa “Competenza che fluisce”, l’idea alla base è quella di un approccio “in movimento” e di una visione delle competenze che fluiscono da un ambito all’altro: ad esempio le esperienze sportive possono essere traslate nella vita di tutti i giorni così come possono servire da spunto per migliorare le prestazioni in azienda.

Ma che interventi propone?

Nell’ambito della psicologia dello sport la società si occupa di costruire percorsi personalizzati per atleti, team e allenatori di tutte le età.
In particolare propone tecniche di allenamento mentale in preparazione alle competizioni, gestendo situazioni quali l’ansia da prestazione e i cali di motivazione, sia in fase di allenamento che in gara. Inoltre si occupa di svolgere ricerche nell’ambito e di organizzare corsi di formazione per associazioni, allenatori, atleti…  con l’obiettivo di rendere espliciti i meccanismi mentali che costituiscono la prestazione, sia individuale che di squadra, fornendo strumenti pratici per una migliore costruzione e gestione della pratica sportiva nelle diverse età della vita.

In ambito aziendale invece il lavoro è focalizzato sul potenziamento delle risorse e skills sia personali che di gruppo. Anche in questo caso ciò che viene proposto sono crisi di formazione d’aula o outdoor quali ad esempio corsi sulla gestione del tempo, sul ruolo della creatività in azienda, sul lavoro di gruppo, la negoziazione o la leadership.
Inoltre, in aggiunta sempre ad un lavoro di ricerca, Skills Flow propone alle aziende metodologie e strumenti che possano aiutare nella selezione , valorizzazione e valutazione delle Risorse Umane per garantire una migliore performance

Infine, per quanto riguarda l’ambito clinico/sociale la società offre sostegno al personale socio-sanitario e rieducativo e corsi di formazione con temi come l’educazione all’affettività, la resilienza, lo stress e il burn out… anche, e soprattutto, in ambito scolastico.

Gli ambiti e i temi trattati sono veramente molti, tutti con un orientamento verso il potenziamento del singolo e delle sue competenze.
L’idea mi sembra molto interessante e attuale in un’ottica di benessere e empowerment! Vi consiglio di dare una sbirciatina al sito…ne vale la pena!

www.skillflow.it

Ma i brain trainging funzionano davvero?

maggio 4, 2010

Sono ormai diffusi ovunque, su computer, consolle portatili e chi più ne ha più ne metta…ma gli esercizi di “Brain training” funzionano davvero?

Le prove di efficacia del brain training sulle funzioni cognitive sono deboli. È questo il risultato di  uno stiudio on-line condotto al’interno del programma scientifico Bang Goes the Theory della BBC. Si tratta del più vasto studio fino ad ora realizzato in materia preentato con un paper  su Nature da Adrian Owen del Medical Research Council dell’Università di Cambridge.

L’esperimento denominato Brain Test Britain viene lanciato nel settembre 2009 dalla BBC alla luce di precedenti studi che mettevano in dubbio l’utilità di tali metodologie di stimolazione del cervello. Esso aveva lo scopo di dimostrare su un ampio campione di popolazione se i giochi a computer potessero davvero tradursi in un miglioramento generale delle abilità cognitive quali la memoria, la pianificazione, le capacità di problem solving di chi li pratica abitualmente.

Lo studio ha coinvolto 11.000 soggtti tra i 18 e i 60 anni che sono stati suddivisi in tre gruppi

  • Il primo è stato sottoposto ad un brain training informatizzato di ragionamento, pianificazione e problem solving, per un minimo di dieci minuti al giorno, tre volte alla settimana, per un periodo di sei settimane.
  • Il secondo, con lo stesso impiego di tempo, si è concentrato su test per la memoria a breve termine, attenzione, elaborazione visuo-spaziale e matematica molto simili ai prodotti per “allenare la mente” che si trovano in commercio.
  • Infine, il terzo gruppo, di controllo, nello stesso tempo utilizzato dagli altri due, si è concentrato sulla ricerca in internet delle soluzioni a quiz particolarmente difficili.

Al termine dell’esperimento, pur avendo migliorato le prestazioni nei rispettivi compiti, i soggetti non avrebbero mostrato miglioramenti nelle abilità cognitive generali quali la memoria, il ragionamento e l’apprendimento, misurati con test “generali” svolti un prima volta all’inizio della ricerca.
In particolare, i benefici generali, ampliabili ad altri contesti, generati dal brain training non sono stati superiori a quelli derivanti dall’utilizzo di Google per la ricerca delle risposte.

I ricercatori sono sicuri:

I risultati sono chiari, le sessioni di brain training funzionano tanto quanto l’utilizzo di internet per sei settimane, non c’è differenza significativa fra le due attività. I risultati non forniscono alcuna prova di un miglioramento generalizzato della funzione cognitiva a seguito di un programma di formazione/allenamento del cervello in un ampio campione di soggetti adulti sani.

Potrebbe essere che il tempo di allenamento impiegato nello studio non sia stato sufficientemente lungo per generare “benefici trasferibili” anche in altri campi?
I ricercatori lo ritengono improbabile, poichè è stato individuato un rapporto trascurabile tra il numero di sessioni d’allenamento e l’importo del beneficio trasferibile.

Ma le critiche già non mancano.
Fra gli altri, il neurologo Peter Snyder della Brown University esprime alcuni dubbi metodologici:

Lo studio sarebbe debole su più fronti, perché realizzato su un campione troppo giovane e composto da soli volontari, che avrebbero una naturale inclinazione a praticare questi test: in sostanza, quello studiato in Brain Test Britain sarebbe un campione ad elevate prestazioni, non certo comparabile con il target dei programmi commerciali, destinati ad adulti sopra i 60 anni, che avrebbero ottenuto punteggi di ingresso più bassi e, quindi, miglioramenti più significativi.

Nonostante il dibattito ancora aperto questi risultati saranno di sicuro una sorpresa per i milioni di persone che decidono di utilizzare questi “giochi” con l’idea così di poter esercitare regolarmente il cervello e migliorarne le prestazioni.
Ma sorge una domanda: veramente le persone acquistano questi giochi per migliorare le loro abilità o piuttosto li utilizzano come semplice forma di svago e di divertimento?

E poi forse pensare che bastino così poco tempo, impegno e risorse per mantenere giovane e attivo il cervello e che l’allenamento in specifici compiti possa portare a miglioramenti generalizzati è un’utopia…

Per la lettura completa dell’articoloi: Owen AM, Putting brain training to the test, Nature

7 tecniche per sviluppare la creatività!

aprile 28, 2010

Oggi vi propongo un post tratto da Psychomer. Mi sembra molto carino, interessante e per così dire….creativo!!!!
A voi la lettura!

Ecco 7 metodi e tecniche utili a sviluppare la creatività nella vita di tutti i giorni!
1- La distanza psicologica
Spesso viene consigliato di “separarsi” dall’attività che si sta svolgendo prendendo una pausa, per “ritrovare lo smalto”, ma la distanza psicologica può essere altrettanto utile.
I partecipanti ad uno studio, a cui era stato insegnato (il famoso priming) a pensare l’origine del compito come lontana, hanno risolto il doppio dei problemi inerenti ad esso, rispetto a coloro ai quali era stato chiesto di pensare l’origine del compito vicina (Jia et al., 2009).
Immaginare il compito (creativo o meno) come lontano, scollegato dalla nostra posizione attuale, incoraggia il pensiero a livello superiore.

2- Avanzamento veloce nel tempo
Come la distanza psicologica, anche la distanza cronologica può stimolare la creatività.
Forster et al. (2004) hanno invitato i soggetti dell’esperimento a pensare a come sarebbe stata la loro vita da un anno a questa parte. Le soluzioni più creative sono state generate da chi rifletteva sul futuro orientato a mete lontane, rispetto a chi invece si concentarva sull’immediato. Pensare “lontano” nel tempo e nello spazio, permette di ragionare in maniera astratta e di conseguenza in modo più creativo.

3- Stimolazione assurda
La mente si strugge nel continuo tentativo di dare significato a ciascuna esperienza, più questa è strana e più sarà difficile attribuirgli senso.
I partecipanti ad uno studio (Proulx 2009), sono stati invitati a leggere un racconto assurdo di Kafka prima di sottoporsi ad una prova di riconoscimento di forme. Rispetto al gruppo di controllo, chi aveva letto il racconto, ha mostrato migliori capacità subcoscienti nel riconoscere i modelli nascosti.
Leggere “alice nel paese delle meraviglie”, la “metamorfosi” di Kafka o qualsiasi altro capolavoro dell’assurdo, è una “minaccia al significato”… e pertanto aumenta la creatività!

4- L’uso degli stati d’animo negativi
E’ comunemente ritenuto che uno stato d’animo positivo agevoli la risoluzione dei problemi e la creatività; è anche vero il contrario: stati d’animo negativi posso stimolare la creatività!
Uno studio (George e Zhou, 2007) su 161 lavoratori dipendenti ha dimostrato che la creatività aumenta sensibilmente in relazione a stati d’animo molto positivi o molto negativi, portando ad affrontare situazioni lavorative “scomode” con un approccio positivo.
Gli stati d’animo negativi possono sicuramente essere assassini della creatività, ma trovare il modo di usarli a proprio favore potrebbe lasciarvi a bocca aperta… i poeti d’altronde scrivono solo se innamorati o depressi!

5- Combinare gli opposti
Rothenberg (2009) intervistando 22 premi Nobel in fisiologia, chimica, medicina e fisica, oltre ad un gran numero di premi Pulitzer e altri artisti, ha notato somoglianze significative tra i processi creativi utilizzati da ciascuno degli intervistati.
Il pensiero Janusian, legato alle molte facce del dio romano Giano, consiste nel pensare contemporaneamente a elementi opposti. Le giuastapposizioni, che solitamente non sono visibili nel prodotto finale, aumentano l’integrazione d’idee, contribuendo significativamente al “valore” dell’opera.

6- Il sentiero della massima resistenza
Quando le persone tentano di essere creative solitamente intraprendono la strada che oppone meno resistenza, facendo tesoro delle idee/teorie già esistenti (Ward, 1994). Questo non è un problema, a patto che non vi occupiate di variazioni sul tema.
Se volete dare qualcosa in più al vostro “romanzo”, potrebbe essere limitante basarsi solamente su ciò che già esiste; affrontare il percorso che oppone maggiore resistenza può talvolta portare a soluzioni migliori.

7- Ri-concettualizzazione
Spesso le persone tendono ad andare troppo velocemente verso la soluzione, senza soffermarsi a ragionare sulla questione; la ricerca dimostra che spendere del tempo a ri-concettualizzare il problema non può essere che benefico.
Mumford et al. (1994) ha scoperto che i partecipanti ad uno studio sperimentale, producevano idee di qualità superiore quando erano costretti a ri-concettualizzare il problema in vari modi prima di provare a risolverlo.
Dimenticate la soluzione e concentratevi sul problema. Vi state ponendo le domande giuste?

E ora tocca a voi! Avere creatività è importante nella vita…e trovare qualche trucchetto per svilupparla non può che fare bene!!!

La “ruota dei colori”: qual è il colore del tuo umore?

aprile 12, 2010

A differenza di altre discipline (come la fisica) la psicologia ha da sempre la peculiarità di studiare l’esperienza come dipendente dal soggetto esperiente.
In questo modo, ad esempio, il nostro umore può avere effetti sul modo con cui percepiamo la valenza emotiva di una situazione e la rappresentiamo mentalmente e visivamente.
Ma il nostro umore può “colorare” i nostri pensieri?

Un gruppo di ricerca guidato da Peter Whorwell, docente di medicina presso l’Università di Manchester, nel Regno Unito, ha ideato una “ruota dei colori”, uno strumento che permette di identificare e quantificare alcuni stati affettivi, in soggetti normali, ansiosi e depressi.
La ruota, definita “The Manchester Colour Wheel” comprende bianco e nero (con sfumature fino al grigio) e quattro tonalità di rosso, arancione, giallo, verde, blu, viola, marrone e rosa.

La ricerca è stata condotta su un campione di soggetti adulti sani (105 volontari con stabile tono dell’umore) di indicare qai quali è stato chiesto di definire quale colore li attirasse maggiormente, quale fosse il preferito e infine quale colore avrebbero usato per descrivere lo stato d’animo in quel preciso momento. Le stesse domande sono state sottoposte, in seguito, ad un gruppo composto da 108 soggetti ansiosi e ad un campione formato da 110 individui depressi, identificati preventivamente in base alle risposte ad un questionario.
I risultati, pubblicati sulla rivista ad accesso libero “BMC Medical Research Methodology”, mostrano che la maggior parte dei volontari sani che degli ansiosi e dei depressi indica il giallo come colore che li attrae di più, il blu come colore preferito, mentre una significativa differenza riguarda la scelta del colore che riflette lo stato emotivo del momento: i soggetti sani usualmente scelgono il giallo, mentre ansiosi e depressi selezionano il grigio.

Il gruppo di ricerca ritiene che la ruota dei colori possa costituire un metodo semplice e riproducibile per valutare la presenza di disturbi depressivi nei bambini o in soggetti con difficoltà di comunicazione a livello verbale, anche se necessita di ulteriori prove di validazione nei bambini ed in individui appartenenti a diversi gruppi etnici.
Ma bisogna fare attenzione: serve tenere conto la scelta dei colori può essere influenzata anche dalla cultura di appartenenza.


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