Archive for the ‘Psicologia del benessere’ Category

Israele. Una legge contro l’Anoressia in passerella

febbraio 7, 2013

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Israele. Dal 1 gennaio 2013 modelle e modelli con indice di massa corporea (BMI) inferiore ai 18,5 non potranno più sfilare né posare per le pubblicità. Si tratta del primo stato a varare una legge del genere con l’obiettivo di combattere l’anoressia e proteggere le ragazze dall’idealizzazione della magrezza, ragazze che in Israele soffrono di gravi disturbi alimentari con un incidenza del 2%.

Il BMI è un rapporto tra peso e altezza che permette di identificare al di là di quale livello si può parlare di patologia riguardo il peso, sia nel senso di un eccessivo sottopeso sia di una eccessiva obesità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) parla di sottopeso (2,9% della popolazione) al di sotto di un BMI di 18,5, mentre al di sotto dei 16 di grave magrezza con rischio di morte (0,4%).
Per capire meglio cosa si intenda per un BMI inferiore a 18,5 si può dire per esempio che una modella alta 1 metro e 72 non potrà pesare meno di 54 chili per la legge israeliana.

Con questa legge per poter lavorare, i modelli devono esibire un certificato medico degli ultimi 3 mesi che attesti un Indice di Massa Corporea non inferiore al 18,5. I trasgressori potranno essere citati in giudizio da persone affette da un Disturbo dell’Alimentazione o dai loro parenti, soprattutto in caso di decesso (5% dei casi di Anoressia).
Inoltre chi pubblica le immagini pubblicitarie dovrà rivelare se sono state alterate per fare sembrare più magri i soggetti. Le compagnie pubblicitarie che violano le norme possono essere denunciate (dagli stessi cittadini) e multate.

Le polemiche non mancano. Alcuni operatori della moda e modelli sostengono che si può essere “sani” anche con BMI inferiore a 18,5.
La top model Alisa Gourari (altezza 1,80, peso 55 kg) protesta: il suo indice è assolutamente al di sotto da quello che prevede la legge, ha cercato di aumentare di peso senza mai riuscirci e ora non potrà più lavorare nel suo paese.

Finalmente una legge che combatte veramente l’anoressia o un eccessivo limite?

Dove sta il confine?

La Tecnologia Positiva

ottobre 5, 2012

Non è difficile accorgersi di come la tecnologia sia oggi un elemento fondamentale della nostra vita e come entri in gioco modificando e dirigendo le nostre esperienze.
Quando ci aiuta a migliorare le caratteristiche della nostra esperienza personale, smette di essere un potenziale problema e diventa un’opportunità importante.

Ma in che modo questa trasformazione della tecnologia può essere utile al benessere delle persone? Come riuscire ad utilizzare le tecnologie esperienziali per promuovere la crescita personale e sociale?

Il tentativo di offrire una risposta a queste domande viene da una disciplina emergente, la «Tecnologia Positiva» che viene definita da Riva come:

Un approccio scientifico applicativo che usa la tecnologia per modificare le caratteristiche della nostra esperienza personale – strutturandola, aumentandola o sostituendola con ambienti sintetici – al fine di migliorare la qualità della nostra esperienza personale, e aumentare il benessere in individui, organizzazioni e società.”

Si tratta di una nuova area di ricerca nell’ambito dell’interazione uomo computer che ha lo scopo di sviluppare applicazioni e servizi tecnologici finalizzati a migliorare il benessere delle persone, utilizzando le tecnologie al servizio dell’empowerment a livello di individui, gruppi e comunità.

Il quadro teorico psicologico su cui poggia la Tecnologia Positiva è sicuramente la«Psicologia Positiva», di cui abbiamo già trattato in questo blog, ma vi sono anche importanti apporti da parte delle Neuroscienze.

Alcuni esempi di applicazione della Tecnologia Positiva:

  • tecnologie che potenziano le capacità cognitive, come la memoria, l’attenzione e i processi percettivi (cognitive augmentation)
  • tecnologie che aiutano a migliorare la sfera emotiva, ad esempio, servizi e applicazioni per la riduzione dello stress e la gestione dell’ansia
  • tecnologie che aiutano le persone ad adottare stili di vita più salutari e facilitano il cambiamento positivo (ad es. gestione delle dipendenze da alcool, fumo e droghe)
  • usare la tecnologia in modo partecipativo per rendere consapevoli le persone dei problemi globali e promuovere azioni collettive (ad esempio, il problema dello sviluppo sostenibile e del global warming

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema:

Riva et al, 2012, Positive Technology: using interactive technologies to promote positive functioning

Botella et al, 2012, The Present and Future of Positive Technologies

 

Aspetti edonici del benessere: l’affettività positiva e negativa

luglio 1, 2012

Come è facilmente intuibile la presenza di un’affettività positiva è sicuramente uno degli indicatori più importanti della felicità e del benessere psicologico dal punto di vista edonico.

Bradburn e Caplovitz (1965) suggeriscono che l’affettività piacevole e quella spiacevole siano due fattori diversi, che vanno misurati in modo separato. Partendo da questa evidenza gli autori propongono l’idea che il benessere sia composto da due componenti distinte e che sia il risultato di un giudizio frutto della comparazione tra stati negativi e positivi.
Da questo punto di vista, il rapporto tra affetto positivo (PA) e affetto negativo (NA) nella vita di una persona è definito come benessere emotivo.
La felicità, quindi, sarebbe frutto della preponderanza e della maggiore frequenza di esperienze affettive positive rispetto a esperienze negative: un soggetto avrà un elevato livello benessere se proverà frequenti emozioni piacevoli e poche emozioni negative e un basso livello di benessere se, al contrario, si troverà a vivere poche emozioni positive e molte emozioni spiacevoli.
La formula che descrive il benessere emotivo risulta quindi essere la seguente:

∑(PA) /∑(NA)

Questa formula è interessante in quanto ci permette di visualizzare come possano esistere due percorsi paralleli su cui lavorare per aumentare il livello di benessere emotivo: la massimizzazione delle emozioni positive e la minimizzazione di quelle spiacevoli. Partendo da questa visione, l’assenza di affettività negativa non corrisponderebbe alla presenza di un’affettività positiva.
Tale modello è stato per molti anni accettato come valido, ma è stato ultimamente duramente criticato.
Sicuramente si sa che un elevato livello di affettività positiva è indice di un buon funzionamento psicologico e predittore di numerosi effetti positivi.

Inoltre, secondo Barbara Fredrickson (2001) e la sua “broaden-and-build theory” le emozioni positive producono numerosi effetti non solo momentanei, ma anche a lungo termine. Esse, infatti, contribuiscono ad incrementare le risorse fisiche e psicologiche del soggetto e sono, quindi, un importante fattore di protezione contro gli eventi stressanti.
Da questo punto di vista le emozioni positive fungono, da importante motore motivazionale, di spinta all’azione e rendono i soggetti più creativi, resilienti e socialmente integrati, potenziando le loro abilità cognitive e attrezzandoli a gestire in modo più funzionale anche le emozioni negative.

“Tecnologie Emotive: Nuovi Media per migliorare la qualità della vita”. Un libro interessante sul legame tra emozioni e nuove tecnologie…e completamente gratuito!

maggio 30, 2012

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Oggi voglio sponsorizzarvi un nuovo libro dal titolo “Tecnologie Emotive: Nuovi Media per migliorare la qualità della vita”, scritto da alcuni miei professori.

L’obiettivo del libro è quello di conciliare la prospettiva della psicologia positiva, con il concetto di stress e l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Come dicono gli autori, a descrizione del volume, da una parte le numerose richieste dell’ambiente esterno ci obbligano a confrontarci con le nostre risorse e competenze di gestione di situazioni critiche e, dall’altra, la nostra è l’era dell’evoluzione delle tecnologie informatiche.
Questo ha portato gli autori a interrogarsi sul legame esistente tra tecnologie ed esperienze emotive arrivando a sviluppare un nuovo campo di indagine: quello delle tecnologie emotive.

La domanda di partenza a cui il volume vuole rispondere è infatti: come è possibile usare le tecnologie per controllare e produrre emozioni positive?

La prima parte del volume si sofferma ad analizzare i principali fattori che influenzano l’esperienza dei nuovi media come tecnologie emotive.
Dopo un capitolo introduttivo sulla struttura multicomponenziale dello stress, con analisi degli aspetti emotivi e cognitivi e la presentazione delle principali modalità di reazione,il secono capitolo inserisce in modo predominante il tema delle emozioni. Infine, il terzo capiolo, introduce il tema della psicologia positiva e della cyber psicologia, con il riferimento teroico alle tecnologie emotive.
La seconda parte del volume, invece, utilizza invece una serie di esempi, relativi a ricerche, per chiarire le riflessioni teoriche della sezione precedente e incentivare la collaborazione di ricercatori e professionisti provenienti da diverse discipline nella progettazione e realizzazione di interventi supportati dalle tecnologie emotive.

Si tratta di un libro sicuramente interessante e, oltretutto, è scaricabile completamente gratuitamente all’indirizzo http://www.ledonline.it/ledonline/riva/Qualit%C3%A0-della-vita-riduzione-dello-stress-473.pdf
Vale veramente la pena di leggerlo!!

Per ulteriori informazioni si fa riferimento al blog “Psicologia dei nuovi media”.

Di seguito una breve descrizione degli autori:

Daniela Villani, dottore di ricerca in Psicologia, è docente di Psicologia dell’interazione con i media e di Metodi e tecniche di analisi della comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I suoi principali interessi di ricerca sono rivolti all’analisi e valutazione degli aspetti psicologici della comunicazione mediata e alla gestione delle emozioni e dello stress supportati anche dalle nuove tecnologie.
Alessandra Grassi, dottore di ricerca in Psicologia, è docente di Strumenti e metodi di analisi dei dati osservativi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. I suoi interessi sono principalmente rivolti allo studio dell’uso dei nuovi media nella gestione e nell’induzione delle emozioni, con un fuoco particolare per la valutazione e la gestione dello stress.
Giuseppe Riva è docente di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove dirige LICENT – Laboratorio di Studio dell’Interazione Comunicativa e delle Nuove Tecnologie.

Cos’è la felicità? La prospettiva edonica e eudaimonica del benessere

ottobre 17, 2011

Con il post di oggi vorrei iniziare una serie di articoli incentrati sul tema della Psicologia Positiva e del benessere. Essendo argomento centrale della mia tesi e un ambito che da un lato mi interessa molto e dall’altro è, al grande pubblico, poco conosciuto ho pensato che potesse essere utile e stimolante parlarne un po’ su questo blog.
Iniziamo oggi con una distinzione di base all’interno di questo campo di indagine.
Buona lettura!

La distinzione fondamentale nel campo di indagine della Psicologia Positiva è quella tra due diverse prospettive teoriche e filosofiche all’interno dell’ambito di ricerche sul benessere: la prospettiva edonica (Kahneman, Diener e Schwarz) e quella eudaimonica (Waterman,Ryan e Deci).
Per la tradizione edonica il benessere coincide con il piacere e la felicità, mentre per quella eudaimonica esso e si esprime nella realizzazione della propria vera natura.

Lo psicologo Kahneman definisce la “psicologia edonica” come lo studio di “ciò che rende le esperienze e la vita piacevoli o spiacevoli”. Egli identifica nella massimizzazione della felicità umana il suo scopo principale e riferisce il benessere principalmente alla dimensione affettiva e alla soddisfazione di vita.
La prospettiva edonica trova le sue basi filosofiche nella teoria di Aristippo del terzo secolo a.C. che definiva il piacere come bene esclusivo da ricercare, raggiungibile attraverso la capacità di mantenere il controllo nelle situazioni avverse e in quelle favorevoli per arrivare ad un adeguato adattamento. Lo scopo della vita veniva identificato nella sperimentazione del massimo livello di piacere e felicità, risultato della somma dei singoli momenti edonici.

Al contrario, il fondamento filosofico dell’eudaimonia può essere rintracciato negli studi di Aristotele. Il filosofo greco fu il primo ad introdurre il termine eudaimonia e criticò duramente l’idea di felicità intesa come semplice soddisfacimento di bisogni e desideri, andando a contrapporre “la vita piacevole con la vita buona”.
Aristotele parte nella sua trattazione da una domanda fondamentale: “Qual è il più alto di tutti i beni ottenibili con l’azione umana?” e all’interno della sua opera più importante intitolata “Etica Nicomachea” elabora la sua risposta proponendo il termine “eudaimonia” intesa come la tensione verso l’eccellenza sulla base esclusivamente del proprio potenziale.
La sua idea è che la vera felicità sia fondata sull’espressione delle proprie virtù e che il fine ultimo della vita sia quello di impegnarsi a realizzare la propria vera natura.
Secondo Waterman, l’autore che per primo tradusse la distinzione teorica “edonia vs. eudaimonia” proposta da Aristotele nelle nozioni psicologiche di “semplice piacere vs. espressione del sé”, l’eudaimonia può essere definita come: “the feelings accompanying behavior in the direction of, and consistent with, one’s true potential”.Essa va oltre al concetto di felicità e viene accostata al  benessere più in senso lato, inteso come generato dal rispetto e della realizzazione della propria vera natura e come il risultato dell’inseguimento e raggiungimento di obiettivi positivi (Ryan, Huta, e Deci, 2006). Il benessere non sarebbe quindi un risultato o uno stato finale, quanto piuttosto un processo di realizzazione personale.
Esso si può raggiungere vivendo secondo il proprio “vero sé”, svolgendo attività profondamente congruenti ai propri valori e alla propria natura e in grado di impegnare e coinvolgere in modo olistico, al punto da far sentire i soggetti intensamente vivi e autentici.

Cos’è per noi la felicità ?….forse non è così facile definirla come sembra! 🙂

Problem solving: la risoluzione costruttiva dei problemi

luglio 19, 2011

La terza life skills che rientra, insieme alle 2 precedenti, nel più vasto insieme delle life skills cognitive è il problem solving.

Probabilmente il termine vi è familiare. È infatti molto usato in ogni campo in cui entra in gioco l’attività mentale di “risoluzione dei problemi”. Ma di cosa si tratta?

Il problem solving viene definito come la capacità di risolvere in modo costruttivo i problemi. In modo più preciso questa life skills si definisce come “la capacità di un individuo di mettere in atto processi cognitivi per affrontare e risolvere situazioni reali e interdisciplinari, per le quali il percorso di soluzione non è immediatamente evidente.
Esistono 2 categorie di problemi principali: problemi cognitivi e problemi interpersonali. Ciò che li accomuna è il fatto che entrambi prevedono una discrepanza tra stato iniziale e stato finale e richiedono, quindi, una soluzione.
Il problem solving cognitivo è incentrato su cognitivi, situazioni caratterizzate da insoddisfazione e desiderio di  cambiare la struttura di un insieme di dati per raggiungere un certo obiettivo
Il problem solving interpersonale, invece, è il processo attraverso il quale i soggetti acquisiscono una serie di abilità sociali per risolvere problemi legati alle relazioni. Esso richiede la capacità di riconoscere i propri sentimenti e la capacità di decentramento dal proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro.

Il processo di risoluzione dei problemi richiede diverse fasi:

  • Riconoscimento del problema
  • Identificarne la natura
  • Generare diverse alternative di soluzione
  • Valutare le più adatte
  • Valutare l’efficacia dell’approccio scelto
  • Attuare la soluzione
  • Valutare i risultati

Ritornando allo schema di riferimento dei due diversi sistemi cognitivi proposto da Kahneman  si può dire che questa life skills richiede prima la disattivazione del sistema 1, degli automatismi per potersi esprimere.
Le persone che sanno risolvere bene i problemi sono quelle che sanno usare la cosiddetta cognitive reflection:  sanno attivare il sistema 2 e disattivare il sistema 1.
Si potrebbe dire, anzi, che i bravi risolutori di problemi sono quei soggetto che sanno attivare un ipotetico sistema 3 di ragionamento, che implica la capacità di cambiare il punto di vista e generare ipotesi alternative.
Se grazie al sistema 3 vi è un allargamento di prospettiva e viene favorita la ricerca di alternative, grazie al sistema 2 si ha l’analisi delle varie opzioni e valutazione.

Per saper risolvere bene i problemi sono richieste, quindi, sia capacità di pensiero divergente (per generare alternative nuove), sia capacità di convergenza (per giungere a definire la soluzione migliore).

 

 

 

Pensiero critico: l’abilità di analizzare e valutare le informazioni

giugno 25, 2011

(http//www.flickr.com/photos/darkroses)

La seconda life skills che vi presento oggi è il pensiero critico.

Il pensiero critico è l’abilità che ci consente analizzare in modo oggettivo le informazioni che già si possiedono, valutare e interpretare dati e esperienze al fine di giungere a conclusioni chiare e precise.
Avere buone capacità di riflessione di analisi critica della situazione non porta necessariamente a giungere alla conclusione vera: porta però sicuramente e crearsi un giudizio personale, attento e libero da pregiudizi.

Due autori in particolare, Facione e Ennis, hanno proposto un modello del pensiero critico.
Secondo questi autori esso è fondamentale per saper valutare le informazioni e ben progettare le azioni. Si tratterebbe non di una singola life skills ma di un insieme di sotto skills che portano il soggetto a saper svolgere 5 diverse operazioni:

  • Chiarificazione = capacità di focalizzare la questione e attribuire ad essa un significato
  • Analisi = capacità ad articolare la questione nei suoi aspetti diversi, analizzandone anche i punti impliciti
  • Valutazione = saper accertare il valore delle fonti di informazione verificandone l’attendibilità, l’accordo tra esse, la credibilità…
  • Influenza = capacità di ampliare i dati di partenza, tramite inferenze e deduzioni
  • Controllo = abilità nel saper monitorare il ragionamento durante tutto il processo

Come tutte le life skills ogni singola sotto skills può essere insegnata e ampliata con diversi interventi.

Riprendendo come spunto il modello di Kahneman esposto nel precedente post si potrebbe affermare che potenziare il pensiero critico significa aiutare le persone a passare dal’utilizzo del sistema 1 all’utilizzo del sistema 2.

In conclusione si può dire che il pensiero critico rientra di diritto tra le principali life skills in quanto permette di analizzare le esperienze in maniera obiettiva e può contribuire alla promozione della salute, aiutando i soggetti a riconoscere e valutare i fattori che influenzano i propri atteggiamenti, valori, comportamenti di salute e a limitare le influenze dei coetanei e dei mass-media.

Decision making: come si prendono le decisioni

giugno 20, 2011

Lo studio e la tesi rubano tempo e energie…ma dopo due mesi riesco a tornare a scrivere! 🙂

Oggi tocca a una delle tante life skills, come promesso…il decision making!

Per decision making si intende la capacità di prendere decisioni in modo consapevole e costruttivo, considerando le  varie opportunità e conseguenze.
Non si tratta solo dell’abilità nel valutare le alternative possibili, ma anche la capacità di scegliere l’azione migliore da compiere.
L’obiettivo del potenziamento di tale life skills è quello di portare il soggetto nella condizione di poter scegliere in modo autonomo dopo aver valutato vantaggi e svantaggi della situazione, evitando la fuga, il ritardo della scelta o le decisioni d’impulso.

Uno dei possibili riferimenti teorici da cui aprtire per studiare il decision making è il modello di funzionamento mentale proposto dal premio Nobel per l’economia (nonchè illustre psicologo) Kahneman.
Secondo questo autore la mente davanti alle informazioni le elabora e produce 2 tipi di outupt: le impressioni (automatiche e non controllate) e i giudizi  (frutto di ragionamento e riflessione sulle informazioni).
A questi due output corrisponderebbero 2 sistemi cognitivi:

  • il sistema 1: veloce, implicito, che lavora in parallelo, automatico e che produce le impressioni
  • il sistema 2: lento, faticoso, controllato, esplicito, non influenzato dalle emozioni, che dà vita ai giudizi.

A partire da questo modello la presa di decisione può avvenire in due modi diversi: si avrà una scelta rapida e influenzata dalle emozioni se si attiva il sistema 1 e una scelta lenta e razionale se si attiva il sistema 2.

Un altro dei modelli più conosciuti sullo studio del decision making è l’investiment theory di Stenberg che si basa sull’assunto che i soggetti cercano di investire poco e ottenere tanto e sono molto  attenti al rapporto tra costi e benefici.

Nella scelta tra 2 opzioni il processo mentale naturale sarebbe allora il seguente:

  • analisi degli “investimenti” richiesti dalle 2 situazioni (costi, possibili perdite..)
  • analisi dei vantaggi che si potrebbero ottenere
  • calcolo rapporto tra costi e vantaggi

In base a questo rapporto vi sarebbe poi la scelta di quale opzione accettare.

In generale, per prendere una buona decisione, il processo dovrebbe essere articolato in 5 fasi:

  1.  la creazione di un contesto adatto a prendere decisioni efficaci
  2. l’inquadramento del problema: vedere il problema da diverse prospettive mettendo in atto anche il pensiero creativo
  3.  la creazione di alternative stra cui scegliere: creare alternative fattibili utilizzando brainstorming e attività di imamginazione
  4. la valutazione delle alternative: analizzando costi e benefici, impatto finanziario, tempo, fattibilità, risorse, rischi….
  5. la scelta dell’alternativa migliore.

Life Skills: “le competenze per la vita”, ovvero le competenze psicosociali per affrontare al meglio le esigenze della vita

aprile 13, 2011

 

Oggi parliamo di Life Skills. Ma cosa sono? Quali sono? Come si potenziano?

Bada definisce le life skills come competenze i carattere cognitivo, sociale, emotivo e relazionale psicosociali che consentono di affrontare al meglio le esigenze e i cambiamenti che la vita quotidiana presenta.
Il tema delle life skills si inserisce e assume importanza con lo sviluppo, in psicologia, del modello bio-psico-sociale orientato allo studio della persona come sistema complesso e integrato e della cosiddetta psicologia positiva. Con questo cambio di rotta si passa dal semplice concetto di cura a quelli di prevenzione e promozione.
Ed  è proprio a livello di promozione che si lavora agendo sul potenziamento delle life skills, principalmente con soggetti giovani.
Si tratta di un insieme di abilità attraverso le quali le persone mantengono una condizione di benessere mettendo in atto comportamenti positivi ed  adattivi. Letteralmente il termine life skills è composto da Skills  (abilità) e Life (riferimento al più ampio orizzonte della vita nel suo completo).
Le 3 sfere di competenze principali sulle quali si lavoro sono la sfera cognitiva, quella relazionale e quella emotiva.

Per l’OMS e l’UE negli ultimi anni la Life Skills Education è diventato uno degli obiettivi primari dell’educazione. All’interno del concetto di dovere/diritto dei giovani di oggi di assumersi la responsabilità della propria salute un’educazione, principalmente scolastica, orientata all’empowerment di tali abilità fondamentali nella vita di ognuno rappresenta una strategia di promozione e prevenzione fondamentale.
Da un’educazione passivizzante, senza motivazioni e proponendo delle soluzioni preconfezionate si passa a un’educazione basata sul potenziamento e sull’assunzione di responsabilità da parte del singolo.
Il lavoro sulle Life Skills può portare a effetti significativi sia sul benessere mentale, che sulla salute fisica e sul comportamento dei soggetti.
Si arriva così a creare un vero e proprio circolo virtuoso: maggiori competenze e abilità vengono acquisite, maggiori saranno le opportunità per potenziare le stesse.
Come detto le life skills possono essere distinte in cognitive (problem solving, decision making, creatività…), emotive (empatia, gestione dello stress..) e relazionali (capacità relazionali).

Dalla prossima volta vedremo, una per una, le principali life skills studiate!
A presto!

Gianni Ferrario…un giullare d’impresa!

aprile 4, 2011

Un giullare in azienda…è questo ciò che cerca di fare Gianni Ferrario con il suo “Teatro d’impresa”.

Gianni Ferrario (attore-autore teatrale, form-attore, trainer, performer) opera a livello internazionale proprio in veste di giullare d’impresa, conducendo workshop esperienziali nell’ambito di percorsi formativi e dando vigore ad eventi e convention aziendali.
Oltre che nelle aziende,somministra pillole di sorriso anche in teatri, scuole, ospedali, gruppi e comunità.
Il suo metodo? La Terapia della risata combinata con altre tecniche molto originali ,mutuate dal mondo del teatro, al fine di facilitare la creatività e migliorare il clima nelle organizzazioni.
Perchè all’inizio forse il riso è forzato…ma poi si trasforma in risata collettiva e coinvolgente!!

Quali sono i contributi del giullare nelle organizzazioni? Secondo Gianni Ferrario sono veramente tanti!!! Eccone alcuni…

– Utilizza il linguaggio universale della risata, la comicità,
– Le sue arti spiazzanti da sano “provocatore” risvegliano il corpo e rischiarano la mente;
– Fluidifica la linfa vitale che collega le persone tra di loro;
– Apre nuove sinapsi comunicazionali;
– Accorcia la distanza tra le persone creando empatia;
– Aiuta ad accettarsi reciprocamente;
– Smorza le ostilità e sdrammatizza i conflitti inutili;
– Fa uscire dagli schemi abituali, generando emozioni e percezioni nuove;
– Genera un’atmosfera di buon umore e ottimismo che crea benessere (star bene insieme);

A parole probabilmente non renderà l’idea…ma fidatevi…assistere a un suo spettacolo fa veramente bene alla mente e al cuore!!

Se siete curiosi, interessati, dubbiosi o volete semplicemente saperne di più:
Sito internet: www.terapiadellarisata.it
Libro “Ridere di cuore”
Video : Youtube – Canale terapia della risata

Tratto da: lapsicologiadelsorriso.blogspot.com/


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