Archive for the ‘Psicologia della comunicazione’ Category

La Tecnologia Positiva

ottobre 5, 2012

Non è difficile accorgersi di come la tecnologia sia oggi un elemento fondamentale della nostra vita e come entri in gioco modificando e dirigendo le nostre esperienze.
Quando ci aiuta a migliorare le caratteristiche della nostra esperienza personale, smette di essere un potenziale problema e diventa un’opportunità importante.

Ma in che modo questa trasformazione della tecnologia può essere utile al benessere delle persone? Come riuscire ad utilizzare le tecnologie esperienziali per promuovere la crescita personale e sociale?

Il tentativo di offrire una risposta a queste domande viene da una disciplina emergente, la «Tecnologia Positiva» che viene definita da Riva come:

Un approccio scientifico applicativo che usa la tecnologia per modificare le caratteristiche della nostra esperienza personale – strutturandola, aumentandola o sostituendola con ambienti sintetici – al fine di migliorare la qualità della nostra esperienza personale, e aumentare il benessere in individui, organizzazioni e società.”

Si tratta di una nuova area di ricerca nell’ambito dell’interazione uomo computer che ha lo scopo di sviluppare applicazioni e servizi tecnologici finalizzati a migliorare il benessere delle persone, utilizzando le tecnologie al servizio dell’empowerment a livello di individui, gruppi e comunità.

Il quadro teorico psicologico su cui poggia la Tecnologia Positiva è sicuramente la«Psicologia Positiva», di cui abbiamo già trattato in questo blog, ma vi sono anche importanti apporti da parte delle Neuroscienze.

Alcuni esempi di applicazione della Tecnologia Positiva:

  • tecnologie che potenziano le capacità cognitive, come la memoria, l’attenzione e i processi percettivi (cognitive augmentation)
  • tecnologie che aiutano a migliorare la sfera emotiva, ad esempio, servizi e applicazioni per la riduzione dello stress e la gestione dell’ansia
  • tecnologie che aiutano le persone ad adottare stili di vita più salutari e facilitano il cambiamento positivo (ad es. gestione delle dipendenze da alcool, fumo e droghe)
  • usare la tecnologia in modo partecipativo per rendere consapevoli le persone dei problemi globali e promuovere azioni collettive (ad esempio, il problema dello sviluppo sostenibile e del global warming

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema:

Riva et al, 2012, Positive Technology: using interactive technologies to promote positive functioning

Botella et al, 2012, The Present and Future of Positive Technologies

 

“Tecnologie Emotive: Nuovi Media per migliorare la qualità della vita”. Un libro interessante sul legame tra emozioni e nuove tecnologie…e completamente gratuito!

maggio 30, 2012

Immagine

Oggi voglio sponsorizzarvi un nuovo libro dal titolo “Tecnologie Emotive: Nuovi Media per migliorare la qualità della vita”, scritto da alcuni miei professori.

L’obiettivo del libro è quello di conciliare la prospettiva della psicologia positiva, con il concetto di stress e l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Come dicono gli autori, a descrizione del volume, da una parte le numerose richieste dell’ambiente esterno ci obbligano a confrontarci con le nostre risorse e competenze di gestione di situazioni critiche e, dall’altra, la nostra è l’era dell’evoluzione delle tecnologie informatiche.
Questo ha portato gli autori a interrogarsi sul legame esistente tra tecnologie ed esperienze emotive arrivando a sviluppare un nuovo campo di indagine: quello delle tecnologie emotive.

La domanda di partenza a cui il volume vuole rispondere è infatti: come è possibile usare le tecnologie per controllare e produrre emozioni positive?

La prima parte del volume si sofferma ad analizzare i principali fattori che influenzano l’esperienza dei nuovi media come tecnologie emotive.
Dopo un capitolo introduttivo sulla struttura multicomponenziale dello stress, con analisi degli aspetti emotivi e cognitivi e la presentazione delle principali modalità di reazione,il secono capitolo inserisce in modo predominante il tema delle emozioni. Infine, il terzo capiolo, introduce il tema della psicologia positiva e della cyber psicologia, con il riferimento teroico alle tecnologie emotive.
La seconda parte del volume, invece, utilizza invece una serie di esempi, relativi a ricerche, per chiarire le riflessioni teoriche della sezione precedente e incentivare la collaborazione di ricercatori e professionisti provenienti da diverse discipline nella progettazione e realizzazione di interventi supportati dalle tecnologie emotive.

Si tratta di un libro sicuramente interessante e, oltretutto, è scaricabile completamente gratuitamente all’indirizzo http://www.ledonline.it/ledonline/riva/Qualit%C3%A0-della-vita-riduzione-dello-stress-473.pdf
Vale veramente la pena di leggerlo!!

Per ulteriori informazioni si fa riferimento al blog “Psicologia dei nuovi media”.

Di seguito una breve descrizione degli autori:

Daniela Villani, dottore di ricerca in Psicologia, è docente di Psicologia dell’interazione con i media e di Metodi e tecniche di analisi della comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I suoi principali interessi di ricerca sono rivolti all’analisi e valutazione degli aspetti psicologici della comunicazione mediata e alla gestione delle emozioni e dello stress supportati anche dalle nuove tecnologie.
Alessandra Grassi, dottore di ricerca in Psicologia, è docente di Strumenti e metodi di analisi dei dati osservativi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. I suoi interessi sono principalmente rivolti allo studio dell’uso dei nuovi media nella gestione e nell’induzione delle emozioni, con un fuoco particolare per la valutazione e la gestione dello stress.
Giuseppe Riva è docente di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove dirige LICENT – Laboratorio di Studio dell’Interazione Comunicativa e delle Nuove Tecnologie.

Skill Flow: una società di consulenza al servizio dell’empowerment

giugno 24, 2010

Vagando su internet ho scovato il sito di una società che mi sembra si occupi di temi molto interessanti…ecco a voi un breve presentazione!

La società si chiama “Skill Flow” e si occupa di consulenza e formazione psicologica in tre particolari ambiti: mondo del lavoro, sport e ambito clinico/sociale. In essa sono presenti professionisti diversi quali psicologi, ingegneri gestionali, esperti di marketing, consulenti aziendali… tutti spinti da un unico scopo.
L’obiettivo è quello di lavorare al fine di valorizzare le esperienze e le competenze dei soggetti, facilitando il cambiamento negli individui, nei gruppi e nelle organizzazioni e andando a lavorare a livello di skills diverse.
Come dice il nome scelto “Skills Flow”, che significa “Competenza che fluisce”, l’idea alla base è quella di un approccio “in movimento” e di una visione delle competenze che fluiscono da un ambito all’altro: ad esempio le esperienze sportive possono essere traslate nella vita di tutti i giorni così come possono servire da spunto per migliorare le prestazioni in azienda.

Ma che interventi propone?

Nell’ambito della psicologia dello sport la società si occupa di costruire percorsi personalizzati per atleti, team e allenatori di tutte le età.
In particolare propone tecniche di allenamento mentale in preparazione alle competizioni, gestendo situazioni quali l’ansia da prestazione e i cali di motivazione, sia in fase di allenamento che in gara. Inoltre si occupa di svolgere ricerche nell’ambito e di organizzare corsi di formazione per associazioni, allenatori, atleti…  con l’obiettivo di rendere espliciti i meccanismi mentali che costituiscono la prestazione, sia individuale che di squadra, fornendo strumenti pratici per una migliore costruzione e gestione della pratica sportiva nelle diverse età della vita.

In ambito aziendale invece il lavoro è focalizzato sul potenziamento delle risorse e skills sia personali che di gruppo. Anche in questo caso ciò che viene proposto sono crisi di formazione d’aula o outdoor quali ad esempio corsi sulla gestione del tempo, sul ruolo della creatività in azienda, sul lavoro di gruppo, la negoziazione o la leadership.
Inoltre, in aggiunta sempre ad un lavoro di ricerca, Skills Flow propone alle aziende metodologie e strumenti che possano aiutare nella selezione , valorizzazione e valutazione delle Risorse Umane per garantire una migliore performance

Infine, per quanto riguarda l’ambito clinico/sociale la società offre sostegno al personale socio-sanitario e rieducativo e corsi di formazione con temi come l’educazione all’affettività, la resilienza, lo stress e il burn out… anche, e soprattutto, in ambito scolastico.

Gli ambiti e i temi trattati sono veramente molti, tutti con un orientamento verso il potenziamento del singolo e delle sue competenze.
L’idea mi sembra molto interessante e attuale in un’ottica di benessere e empowerment! Vi consiglio di dare una sbirciatina al sito…ne vale la pena!

www.skillflow.it

Gli aspetti psicologici di Facebook: dalle opprtunità al rischio di dipendenza

giugno 15, 2010

Oggi voglio riportarvi un interessante articolo pubblicato sulla rivista “Psicologia Contemporanea” (n. 219 – Mag/Giu 2010) nel quale viene fatta un’attenta analisi sulla Comunicazione e sulle Nuove Tecnologie e in particolare sul sociale network Facebook.

Ecco a voi gli spunti e gli elementi elementi tratti dall’articolo stesso che ritengo amggiormente interessanti…

Perché si usa facebook?

Una ricerca (Joinson, 2008) condotta su un campione di utenti inglesi ha individuato sei motivazioni dell’uso di Facebook.

• Connessione sociale
Rintracciare persone conosciute in passato, restare in contatto con i propri amici e sapere cosa stanno facendo, mantenere relazioni con persone che difficilmente si incontrerebbero.

• Condivisione di identità.
Prendere parte a gruppi, organizzare e partecipare a eventi, rintracciare persone con opinioni simili.

• Uso delle foto.
Le foto assumono una funzione sociale: attraverso le operazioni di condivisione e di tagging (segnalare la presenza di una persona all’interno della foto) si possono acquisire nuove informazioni.

• Uso delle applicazioni.
L’utente ha la possibilità di conoscere e provare molte applicazioni (come giochi, programmi o quiz) perchè può scoprire che esse vengono utilizzate da alcuni dei suoi contatti.

• Investigazione sociale.
Attraverso Facebook si possono conoscere nuove persone sulla base di particolari criteri oppure osservare le attvità dei propri amici, anche in modo intrusivo.

• Navigare tra le reti sociali (social network surfing).
Facebook consente di accedere alla conoscenza di nuove persone. Esplorando le reti sociali dei propri amici, visitando i profili di utenti che non si conoscono direttamente è possibile allargare la rete dei propri contatti.

• Aggiornamento.
Utilizzare particolari funzioni di Facebook, come lo “status” e gli “aggiornamenti”, per conoscere e farsi conoscere dagli altri.

Opportunita’ vs dipendenza
Facebook è uno dei più popolari social network presenti in rete. Nato per connettere tra loro gli studenti di uno stesso campus universitario, ha ampliato esponenzialmente il numero dei suoi utenti, lasciando inalterata la sua principale caratteristica: collezionare e collegare tra loro le identità degli iscritti. Data l’influenza che il fenomeno comincia ad avere nelle relazioni umane, diventa sempre più necessaria anche una sua lettura psicologica.
Prima di qualificare Faccbook come “buono” o “cattivo” è bene comprendere quali siano le principali motivazioni sottese al suo uso.
In generale, questo social network propone ai suoi utenti un ampio ventaglio di opportunità: comunicare, ma anche esplorare, conoscere, definirsi, mettersi alla prova, affiliarsi. Inoltre, la sua stessa struttura è ricca di “affordance”: lo spazio virtuale diviene ambiente percettivo dove icone e bottom rimandano intuitivamente alla loro funzione. Di conseguenza, accessibilità e controllo, insieme alla varietà delle operazioni possibili, ne rendono l’uso piacevole e gratificante.
Il problema è che a questi aspetti sono immediatamente legate altre importanti questioni psicologiche. Guardando, infatti, all’altro lato della medaglia, accessibilità, controllo ed eccitazione per la mole di input a disposizione sono anche i tre fattori che facilitano l’insorgenza di comportamenti di dipendenza (Young. 1998).
Non mancano, infatti, all’interno del web le definizioni di un presunto “Facebook Addiction Disorder” e non è difficile trovare prontuari che suggeriscono i passi necessari per liberarsi da una eventuale dipendenza. Altrettanto singolare è l’ipotesi di una friendship addiction, intesa come la spasmodica ricerca di contatti che “obbliga” alcuni utenti a collezionare un numero sempre maggiore di nuovi amici.

Sociogrammi digitali
Agli occhi dello psicologo, Facebook può apparire come un complesso sociogramma che rappresenta in tempo quasi reale le reti relazionali dei suoi iscritti. Ogni utente è connesso ad altri attraverso una fitta trama di amicizie, appartenenze a gruppi, istituzioni, eventi, cause e discussioni. Questo vasto sociogramma può essere esplorato in molti modi, costruito e ricostruito sfruttando le potenzialità del web.
Un recente studio (Kllison, Steinfield e Lamps, 2007) ha analizzato, in un gruppo di studenti americani, il rapporto tra l’uso di Facebook e la costruzione di reti sociali. In base ai risultati, gli utenti del social network tenderebbero a sviluppare in misura maggiore legami deboli, utili a condividere interessi e obiettivi, ma raramente caratterizzati da un coinvolgimento emotivo. Nello stesso studio viene tuttavia, ipotizzata una peculiare caratteristica di Facebook: la tendenza a favorire negli utenti il recupero e il mantenimento di precedenti contatti, amicizie lontane nel tempo, spesso interrotte dopo importanti cambiamenti di vita. Potrebbe essere interessante per lo psicologo indagare la qualità di queste relazioni recuperate attraverso il network e comprendere se rimangono interazioni superficiali o arrivano ad avere una più profonda valenza emotiva.

Dall’opportunita’ al rischio
La dimensione ludica è certamente sullo sfondo di queste attività digitali, il web per sua natura è uno spazio potenziale, sperimentabile e transitorio. In particolare, Facebook non appare come uno spazio delimitabile, piuttosto si espande con l’uso che se ne fa, con l’ampliarsi del numero di contatti, con l’istallazione di “plug-in” e nuove applicazioni. E’ però abbastanza evidente che un luogo cosi destrutturato si offre ad ogni tipo di colonizzazione ed uso, diventando appetibile ad ogni utenza. In questo ventaglio di possibili esperienze rintracciamo le derive di un uso smodato della rete, là dove il social network adombra, simula e infine sostituisce le altre trame relazionali.
Eppure, come si è detto all’inizio, crediamo sia utile iniziare ad osservare e approfondire psicologicamente queste nuove forme di socializzazione, tenendo distante la tentazioni: di connotarle positivamente o negativamente e mantenendo il focus degli studi sui mutamenti che interessano la relazione tra le persone e la loro attitudine a costruire identità e legami, anche attraverso la rete.

La mimica facciale delle emozioni. Provate anche voi a simularle allo specchio!

maggio 21, 2010

Oggi voglio parlarvi di un nuovo blog che ho trovato nel mondo della blogosfera che per ora tratta argomenti molto interessanti!Vi consiglio vivamente di andare ad esplorarlo!

Io ho tratto alcune informazioni sulle diverse mimiche facciali tipiche delle diverse emozioni per fare un lavoro con un gruppo di ragazzi sulla CNV…è un riassunto chiaro e semplice della complessità dei muscoli e delle espressioni coinvolti. Ed è anche un bel modo PERprovare a sperimentarsi in prima persona. Siete capaci di simulare queste emozioni davanti a uno specchio??

SORPRESA

Nella sorpresale sopracciglia sono rialzate ed incurvate, la pelle sotto le sopracciglia è stirata e sulla fronte si formano lunghe rughe orizzontali. Gli occhi sono spalancati, la palpebra inferiore è rilassata, quella superiore invece è sollevata. Nella sorpresa si scopre il bianco dell’occhio sopra l’iride, a volte si scopre anche sotto, dipende però da quanto sono infossati gli occhi e da quanto è aperta la bocca. La bocca ricade dischiudendosi, tuttavia le labbra sono rilassate, accade come se la mascella cadesse senza sforzo.

RABBIA

In questo caso le sopracciglia sono abbassate e ravvicinate, possono rimanere orizzontali oppure inclinarsi verso il basso. Sulla fronte non si formano rughe, tuttavia se ne formano alcune tra le sopracciglia, a causa del ravvicinamento di queste. Le palpebre sono tese e gli occhi fissano in maniera dura e penetrante. La palpebra superiore è sempre abbassata a causa del movimento delle sopracciglia, senza il quale essa non potrebbe abbassarsi in quel modo. Per quanto riguarda la bocca le labbra possono essere serrate o aperte.

PAURA

Nel caso della paura le sopracciglia sono sollevate e dritte. Gli angoli interni sono più vicini e quelli esterni meno incurvati. Sulla fronte si formano delle rughe orizzontali. La palpebra superiore si solleva  scoprendo la parte bianca dell’occhio, mentre la palpebra inferiore è contratta. La bocca è aperta, le labbra sono tese e stirate all’indietro, gli angoli della bocca iniziano a piegarsi verso il basso.

FELICITA

Gli angoli della bocca sono tirati all’indietro e leggermente sollevati. Un segno distintivo della mimica della felicità è il formarsi delle rughe che scendono dal naso fino oltre gli angoli della bocca. La palpebra inferiore è sollevata e va a formare delle piccole rughe sotto l’occhio, mentre ai lati degli occhi si formano le così dette “zampe di gallina”, un segnale molto importante: se si formano il sorriso sarà sincero, al contrario avremo un tentativo di simulazione.

DISGUSTO

Il labbro superiore si solleva, quello inferiore si può sollevare oppure abbassare, il naso si arriccia, la palpebra inferiore si solleva ed infine, le sopracciglia si abbassano.

Convegno “Spazio pubblico e benessere soggettivo”: 20 maggio presso l’Università Cattolica

maggio 14, 2010

Oggi vi presento un convegno che avrà luogo giovedì 20 maggio 2010 presso l’Università Cattolica, Sede di Via Nirone sul tema del legame tra psicologia e architettura dal titolo “Spazio pubblico e benessere soggettivo”.

Vi avevo già parlato parecchio tempo fa dell’importanza, secondo il mio punto di vista e quello di altri professionisti puù esperti di me, di mettere in rapporto e interazione discipline diverse che potrebbero contribuire insieme a migliorare la società.
Far dialogare architettura e psicologia assume così un ruolo importante specialmente quando si va a lavorare sul legame che si può venire a creare tra spazio pubblico e benessere soggettivo e sul tema della progettazione e dell’uso degli spazi condivisi di una città.

La riflessione del seminario si focalizzerà su alcune domande: quali emozioni si vivono oggi nelle piazze milanesi? Quali spazi e luoghi architettonici riflettono o al contrario respingono i bisogni di funzionalità, socializzazione, sicurezza e bellezza di chi li vive oggi?

Il seminario vuole essere un’occasione di dialogo tra le due discipline, oltre i rispettivi confini da addetti ai lavori, un incontro tra linguaggi e saperi differenti per prefigurare ambiti possibili di lavoro comune.
Parteciperanno al convegno diversi esperti dei 2 settori portando diversi modi di leggere e analizzare il tema

  • Prof.ssa M. Rita Ciceri – Università Cattolica Milano,
  • Prof.ssa Gabriella Gilli – Facoltà di Psicologia Università Cattolica, Psicologia dei linguaggi artistici.
    > Estetica e fruizione dello spazio pubblico.
  • Arch. Pietro Carlo Pellegrini – direttore scientifico MAsp, master di secondo livello “Il progetto dello spazio pubblico” Celsius Lucca
    > Il progetto dello spazio pubblico – esperienze raccontate.
  • Dott. Marco Costa, Università degli Studi di Bologna, Dipartimento di Psicologia.
    > Spazio pubblico: psicologia, comportamenti, cognizioni.
  • Arch. Sebastiano Brandolini
    > Camminare nella città.
  • Dott.ssa Marisa Cengarle, Presidente Forum Cooperazione e Tecnologia
    > Costruire insieme il futuro di una comunità urbana: idee ed esperienze per infrastrutture progettuali partecipate.
  • Studenti Laurea Specialistica Comunicazione per il benessere. Laboratorio in collaborazione con Dagad a.a. 2008/09 e 2009/10
    > Piazze e Non-Piazze. Dati sul benessere soggettivo di tre piazze milanesi

L’appuntamento è per giovedì 20 maggio, dalle ore 15 alle ore 19, presso la sala 110 nella Sede di Via Nirone!

Espressioni facciali, emozioni e chirurgia estetica…

aprile 5, 2010

Siamo sicuri che la chirurgia estetica faccia bene? E vi siete mai chiesti se un “ritocchino” al volto possa compromettere la vostra capacità di produrre espressioni facciali emotivi specifiche?

I risultati di uno studio effettuato alla University of Wisconsin-Madison, presentato recentemente alla riunione annuale della “Society for Personality and Social Psychology”, in corso di pubblicazione sulla rivista “Psychological Science”, indicano che l’uso della tossina botulinica può influire nel processamento di alcune emozioni.
In particolare le persone sottoposte a trattamenti con tossina botulinica per attenuare le rughe nel terzo superiore del viso provavano difficoltà non solo a mostrarsi accigliate, ma impiegavano più tempo nel cogliere la valenza emotiva di espressioni verbali corrispondenti ad emozioni negative (ostilità, rabbia, paura), mentre non mutava la capacità di riconoscere prontamente quella relativa ad emozioni positive (speranza, desiderio, gioia, felicità).
L’indagine, guidata da Davis Havas, ha preso in esame 40 soggetti che avevano fatto uso di tossina botulinica. Dopo il trattamento con la tossina le persone hanno un’espressione più distesa perché la loro capacità di reclutare i muscoli coinvolti nella tipica corrugazione della fronte è parzialmente disattivata (la distensione dei muscoli corrugatori del sopracciglio è indotta dal farmaco). Per testare come l’inibizione dell’espressione accigliata potesse influenzare la comprensione del linguaggio relativo alle emozioni, Havas ha chiesto ai pazienti di leggere alcuni frasi prima e dopo due settimane dal trattamento con la tossina, misurando i tempi di lettura e comprensione della valenza emotiva. Le frasi esprimevano rabbia o disappunto, tristezza (ad esempio, “apri la tua e-mail box per il tuo compleanno e non trovi nessun messaggio di auguri) o senso di benessere.
I risultati non mostrano alcun cambiamento nel tempo necessario a comprendere i messaggi riferiti ad emozioni positive. Tuttavia, dopo il trattamento con la tossina botulinica, i soggetti impiegavano un tempo maggiore nel valutare correttamente le frasi che esprimevano rabbia e tristezza.
Ciò conferma in modo indiretto l’ipotesi del feedback facciale: l’espressione del volto è intimamente legata anche alla capacità di “sentire” e riconoscere le emozioni.

Tratto da: www3.lastampa.it/scienza

Uno spot sullo stress da traffico!

marzo 25, 2010

E dopo avervi descritto brevemente di cosa si tratta quando si parla di Traffic Stress Sindrome vi presento una pubblicità progresso, creata da due mie colleghe studentesse (Elisabetta Bassani e Laura Barlocco) creato per promuovere la presa di consapevolezza del problema e cercare di far capire alla gente comune come lo stress possa avere ripercussioni sulla loro salute, fisica e mentale.

come già detto, il tema dello stress da traffico non è mai stato particolarmente trattato, nè dalla psicologia, nè da altre discipline. Con la nascita della psicologia del traffico però si crede oggi che sia molto importante andare a lavorare non solo sui meccanismi percettivi e decisionali che intervengono durante la guida, ma anche sui fattori psicologici che possono entrare in gioco e produrre una riduzione del benessere, proprio come lo stress.

Il video appare così uno dei pochi esempi di attenzione a questo concetto e diventa un importante mezzo per farprendere consapevolezza alla gente comune che il problema esiste…e purtroppo colpisce quasi la metà della popolazione!

Non restare nel buio!lascia che qualcuno ti accenda la luce… Creazione di un artefatto intermodale per la prevenzione della depressione

marzo 10, 2010

Oggi voglio pubblicare e farvi vedere un video che ho creato, insieme a una mia comapgna, all’interno del corso di Comunicazione per il benessere, all’università.

si tratta di uno spot, di una pubblicità progresso sul tema della prevenzione di malattie. Avevamo il compito di definire il target, le intenzioni, i contenuti e tutti gli elementi di realizzazione.

Ecco il risultato! Niente di eccezionale a livello tecnico…ma speriamo che il messaggio arrivi!

L’oggetto dello spot realizzato è la depressione, come forma di disagio psicologico che colpisce, oggi, una vasta fetta di popolazione, soprattutto giovanile.

La campagna pubblicitaria si inserisce così all’interno dell’ambito della prevenzione contro malattie e forme di disagio, al fine di sensibilizzare la popolazione a questo problema, per arginare il dilagare di questa patologia e, in particolare, per diminuire la sua incidenza tra i giovani. Per fare questo lo spot non pone l’attenzione sulla descrizione dei sintomi, sulle modalità attraverso le quali la persona può guarire o sulle associazioni alle quali può rivolgersi per essere aiutata, ma si focalizza sulla presa di consapevolezza che fa nascere nei fruitori la volontà di chiedere aiuto.
L’obiettivo di base, in termini di benessere, è, quindi, quello di far scaturire il desiderio di essere aiutati, spingendo i soggetti a cercare e richiedere un aiuto. Si tratterebbe quindi di una sorta di potenziamento dell’autoefficacia dei soggetti colpiti da questa patologia.

Ad un altro livello lo spot si propone anche di sviluppare un senso di responsabilità all’attenzione e al sostegno nelle persone che si trovano a vivere a contatto con soggetti che manifestano i sintomi di questo disagio.

Per quanto riguarda la gerarchia intenzionale alla base dello spot sono state individuate le seguenti intenzioni comunicative:

  • presa di consapevolezza nei soggetti che presentano i sintomi di una depressione della possibilità di ricevere un aiuto concreto
  • spinta a ricercare l’aiuto, potenziando l’autoefficacia e la forza di volontà
  • sensibilizzare la popolazione a offrire sostegno e aiuto alle persone che manifestano il disagio
  • porre in contrasto la quotidianità e la normalità di una vita serena e ottimista (luce) alla situazione di depressione e mancanza di interesse per la vita (buio)
  • favorire l’identificazione percettiva del soggetto utilizzando la tecnica del “point of view shot” e mostrando al fruitore il mondo come visto dagli occhi del protagonista
  • favorire il coinvolgimento e l’immersività: rendere lo spot facilmente fruibile e con impatto a livello emotivo
  • emozionabilità: far nascere sintonizzazione emotiva e empatia
  • memorabilità: creare una struttura narrativa semplice e facilmente fruibile a livello cognitivo e inserire un elemento (contrasto luce/buio) che colpisca e venga ricordato
  • creare una sinergia tra codici diversi al fine di rendere maggiormente efficace l’espressione del significato

Identificando 2 intenzioni comunicative diverse alla base dello spot (la spinta a chiedere aiuto e la disponibilità ad aiutare) è possibile suddividere il target di riferimento in due macrogruppi:

  • i soggetti che si trovano a vivere sintomi tipici della depressione, sia in una fase iniziale che in una fase di disagio più avanzato
  • la popolazione generale e, in particolare, chi si trova a vivere a contatto con soggetti che manifestano questo problema o mostrano sintomi che potrebbero indurre a ipotizzare il possibile sviluppo della patologia

In generale lo spot sarebbe rivolto principalmente ad un target giovanile, porzione di popolazione oggi maggiormente a rischio.

I Serious Game in emergenza: il pericolo degli incendi

gennaio 15, 2010

Vi avevo già parlato tempo fa dei Serious game e dell’importanza dell’uso della realtà virtuale nella pratica psicologica.
Oggi voglio parlarvi di un videogame che rientra all’interno dell’ambito della psicologia dell’emergenza. Il gioco ha l’obiettivo formativo di trasmettere alcune conoscenze fondamentali di sicurezza personale nelle situazioni di incendio.

Giocando ad un videogioco dove lo scopo e’ salvarsi da un’incendio abbiamo modo di sperimentare tutte le azioni positive e negative e di apprendere i loro effetti in un modo molto diverso e piu’ efficace di quello tradizionale.
Il problema della comunicazione dell’emergenza è importante: anche di fronte a volantini o fogli appesi alle porte che contengono tutte le istruzioni su come comportarsi in caso di pericolo i soggetti non mettono in pratica quanto scritto perche’ di fronte ad una situazione non familiare e stressante scattano spesso comportamenti automatici.
Il video qui sotto mostra alcuni esempi di situazioni che si possono sperimentare nel serious game: imparare dove sono gli allarmi e come azionarli, abbassarsi se e’ presente del fumo nella parte alta di un corridoio, imparare che non va preso l’ascensore, familiarizzare con l’ubicazione e la struttura delle scale di sicurezza e con i tempi di evacuazione

Un’altra cosa interessante e’ che, siccome e’ ambientato in una riproduzione fedele di un’edificio reale,  l’analisi visuale può mostrare come sia necessario modificare il reale al fine di renderlo più sicuro o più comunicativo circa i rischi.
Infine, una cosa curiosa accaduta nella valutazione e’ che molti utenti si sono lamentati di come il personaggio “vada troppo piano”: peccato che il personaggio andasse invece alla velocita’ corretta che una persona media avrebbe dentro l’edificio!

Informazioni piu’ tecniche su questo progetto sono reperibili nell’articolo presentato alla prima IEEE Conference on Games and Virtual Worlds for Serious Applications, scaricabile a questo link.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: