Archive for the ‘Psicologia generale’ Category

Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

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Problem solving: la risoluzione costruttiva dei problemi

luglio 19, 2011

La terza life skills che rientra, insieme alle 2 precedenti, nel più vasto insieme delle life skills cognitive è il problem solving.

Probabilmente il termine vi è familiare. È infatti molto usato in ogni campo in cui entra in gioco l’attività mentale di “risoluzione dei problemi”. Ma di cosa si tratta?

Il problem solving viene definito come la capacità di risolvere in modo costruttivo i problemi. In modo più preciso questa life skills si definisce come “la capacità di un individuo di mettere in atto processi cognitivi per affrontare e risolvere situazioni reali e interdisciplinari, per le quali il percorso di soluzione non è immediatamente evidente.
Esistono 2 categorie di problemi principali: problemi cognitivi e problemi interpersonali. Ciò che li accomuna è il fatto che entrambi prevedono una discrepanza tra stato iniziale e stato finale e richiedono, quindi, una soluzione.
Il problem solving cognitivo è incentrato su cognitivi, situazioni caratterizzate da insoddisfazione e desiderio di  cambiare la struttura di un insieme di dati per raggiungere un certo obiettivo
Il problem solving interpersonale, invece, è il processo attraverso il quale i soggetti acquisiscono una serie di abilità sociali per risolvere problemi legati alle relazioni. Esso richiede la capacità di riconoscere i propri sentimenti e la capacità di decentramento dal proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro.

Il processo di risoluzione dei problemi richiede diverse fasi:

  • Riconoscimento del problema
  • Identificarne la natura
  • Generare diverse alternative di soluzione
  • Valutare le più adatte
  • Valutare l’efficacia dell’approccio scelto
  • Attuare la soluzione
  • Valutare i risultati

Ritornando allo schema di riferimento dei due diversi sistemi cognitivi proposto da Kahneman  si può dire che questa life skills richiede prima la disattivazione del sistema 1, degli automatismi per potersi esprimere.
Le persone che sanno risolvere bene i problemi sono quelle che sanno usare la cosiddetta cognitive reflection:  sanno attivare il sistema 2 e disattivare il sistema 1.
Si potrebbe dire, anzi, che i bravi risolutori di problemi sono quei soggetto che sanno attivare un ipotetico sistema 3 di ragionamento, che implica la capacità di cambiare il punto di vista e generare ipotesi alternative.
Se grazie al sistema 3 vi è un allargamento di prospettiva e viene favorita la ricerca di alternative, grazie al sistema 2 si ha l’analisi delle varie opzioni e valutazione.

Per saper risolvere bene i problemi sono richieste, quindi, sia capacità di pensiero divergente (per generare alternative nuove), sia capacità di convergenza (per giungere a definire la soluzione migliore).

 

 

 

Decision making: come si prendono le decisioni

giugno 20, 2011

Lo studio e la tesi rubano tempo e energie…ma dopo due mesi riesco a tornare a scrivere! 🙂

Oggi tocca a una delle tante life skills, come promesso…il decision making!

Per decision making si intende la capacità di prendere decisioni in modo consapevole e costruttivo, considerando le  varie opportunità e conseguenze.
Non si tratta solo dell’abilità nel valutare le alternative possibili, ma anche la capacità di scegliere l’azione migliore da compiere.
L’obiettivo del potenziamento di tale life skills è quello di portare il soggetto nella condizione di poter scegliere in modo autonomo dopo aver valutato vantaggi e svantaggi della situazione, evitando la fuga, il ritardo della scelta o le decisioni d’impulso.

Uno dei possibili riferimenti teorici da cui aprtire per studiare il decision making è il modello di funzionamento mentale proposto dal premio Nobel per l’economia (nonchè illustre psicologo) Kahneman.
Secondo questo autore la mente davanti alle informazioni le elabora e produce 2 tipi di outupt: le impressioni (automatiche e non controllate) e i giudizi  (frutto di ragionamento e riflessione sulle informazioni).
A questi due output corrisponderebbero 2 sistemi cognitivi:

  • il sistema 1: veloce, implicito, che lavora in parallelo, automatico e che produce le impressioni
  • il sistema 2: lento, faticoso, controllato, esplicito, non influenzato dalle emozioni, che dà vita ai giudizi.

A partire da questo modello la presa di decisione può avvenire in due modi diversi: si avrà una scelta rapida e influenzata dalle emozioni se si attiva il sistema 1 e una scelta lenta e razionale se si attiva il sistema 2.

Un altro dei modelli più conosciuti sullo studio del decision making è l’investiment theory di Stenberg che si basa sull’assunto che i soggetti cercano di investire poco e ottenere tanto e sono molto  attenti al rapporto tra costi e benefici.

Nella scelta tra 2 opzioni il processo mentale naturale sarebbe allora il seguente:

  • analisi degli “investimenti” richiesti dalle 2 situazioni (costi, possibili perdite..)
  • analisi dei vantaggi che si potrebbero ottenere
  • calcolo rapporto tra costi e vantaggi

In base a questo rapporto vi sarebbe poi la scelta di quale opzione accettare.

In generale, per prendere una buona decisione, il processo dovrebbe essere articolato in 5 fasi:

  1.  la creazione di un contesto adatto a prendere decisioni efficaci
  2. l’inquadramento del problema: vedere il problema da diverse prospettive mettendo in atto anche il pensiero creativo
  3.  la creazione di alternative stra cui scegliere: creare alternative fattibili utilizzando brainstorming e attività di imamginazione
  4. la valutazione delle alternative: analizzando costi e benefici, impatto finanziario, tempo, fattibilità, risorse, rischi….
  5. la scelta dell’alternativa migliore.

Amore e chimica: a San Valentino misuriamo ossitocina e vasopressina!

febbraio 11, 2011

Ridurre l’amore ad una formula chimica? Gli esperti ne sono convinti da tempo: la passione amorosa è questione di chimica, in ogni sua sfumatura e gli elementi chimici hanno un ruolo fondamentale in tutte le relazioni.
Ce lo ricorda, in occasione di San Valentino, il Consiglio Nazionale dei Chimici, regalandoci delle indicazioni su come scegliere il partener giusto e misurare il livello di infedeltà!

Ma quali sono gli elementi chimici che entrano in gioco?

Per quanto riguarda l’infedeltà un indicatore potrebbe essere la presenza di valori bassi di vasopressina.
La donna da scegliere come compagna per la vita, invece, dovrebbero essere dotata di molta ossitocina.
Allo stesso modo, negli uomini, il testosterone alle stelle è sinonimo di una passione travolgente e di forte attrazione fisica. I feromoni, invece, sono responsabili dell’attrazione.

E l’amore romantico? Questione di feniletilamina (PEA), dopamina e norepinefrina e di una bassa attività di serotonina nel cervello.
Durante le prime fasi dell’innamoramento sentiamo il bisogno di sentire spesso il partner proprio per via della feniletilamina, una molecola che rilascia la dopamina e stimola un forte attaccamento all’altro.

Che questi aspetti chimici siano la causa, i trasmettitori o solo un effetto del sentimento non si sa…ma di sicuro giocano un ruolo importante!

Un ultima cosa per voi maschietti…a San Valentino (e tutto l’anno) datevi fa fare con coccole e carezze per far salire alle stelle i livelli di ossitocina della vostra amata!
E noi femminucce…troviamo il modo di misurare la vasopressina così da scegliere il perfetto partner fedele! 🙂

Tratto da:www.medicinalive.com

Avere fiducia in sè: difficile ma importante!

gennaio 18, 2011

Avere fiducia in sé stessi spesso è difficile…richiede avere una profonda conoscenza di sé, dei propri limiti e dei propri punti di forza, avere un buon giudizio di sé e una buona dose di ottimismo e idea che ciò che accade dipende anche da te!

Agire però avendo alla base una buona fiducia in sé è importante.
Allora ecco, in modo semplice e conciso, 10 semplici consigli e “ingredienti” fondamentali:

1. La direzione e i valori
Sai quello che vuoi,dove sei diretto e cosa è importante per te. Cosa è importante è una questione di priorità. Non trascurare l’importante e favore dell’urgente.Raramente le cose veramente importanti mandano chiari segnali di attenzione e quindi,di solito,si assegna loro una priorità bassa.

2. Motivazione
La motivazione è come il carburante:se ti piace,sei convinto di quello che fai non c’è niente che ti possa fermare e distrarre. Gli ostacoli potrebbero esserci ma la motivazione ti dà la forza per superarli.

3. Calma e concentrazione
Affronti le situazioni e i rapporti con gli altri in modo efficace perché sai chi sei e come comportarti con gli altri e di fronte alle sfide quotidiane.
Ti conosci,sai distinguere le tue emozioni e sai anche gestirle invece di lasciarti sopraffare da esse

4. Atteggiamento mentale positivo
Serve la capacità di vedere il lato positivo, l’opportunità anche dove ci sono imprevisti, essere ottimisti e pensare di potercela fare!

5. Consapevolezza
Sai cosa sei bravo a fare,conosci le risorse sulle quali puoi fare affidamento.
Sai che impressione dai agli altri e come farti rispettare e far rispettare i tuoi diritti. Sai anche che sei un essere umano quindi hai i tuoi punti critici.

6. Flessibilità
Sai adattare i tuoi comportamenti alla situazione. Mai perdersi nei dettagli e nel qui e ora perdendo di vista il problema di fondo e l’obiettivo finale.
Ma attenzione, anche i dettagli fanno la differenza..

7. Voglia di migliorare
Non smettere mai di imparare. Lifelong learning: apprendimento e aggiornamento continuo per adeguarsi al cambiamento.

8. Energia ed equilibrio olistico
Serve saper essere in contatto con il proprio corpo e rispettarlo e saper gestire eventuali periodi di stress o di ‘sbandamento’.

9. Disponibilità a rischiare
Lo start up è cogliere la sfida. Rischiare è la capacità di guardare lontano, di cogliere le opportunità,
anche se non si ha la risposta certa o tutte le risorse e le capacità per fare la cosa giusta.
Servono coraggio e speranza e la sensazione di essere il soggetto di quello che stiamo costruendo e quindi l’entusiasmo e la motivazione a continuare fino alla soddisfazione per il risultato che aumenta il nostro capitale fiducia.

10. Determinazione e coerenza
Serve un crescente senso della coerenza dei diversi ‘campi’ nei quali agisci nella tua vita ( i tuoi valori,i tuoi bisogni,i tuoi obiettivi).

La paura: cos’è e come si manifesta

novembre 25, 2010

Oggi vi parlo di un tema talmente interessante e soprattutto vasto che potrei scrivere pagine e pagine di blog e spendere ore. Cercherò di fare un discorso un po’ generale e introduttivo, ma inserendo qualche nozione più “scientifica”. Qual è il tema? La PAURA

Prima di tutto definiamo cos’è la paura.

La paura è una delle 7 emozioni di base, insieme alla rabbia, tristezza, gioia, disgusto, sorpresa e disprezzo.
Trattandosi di un’emozione, come tutte, ha in sé una componente di valutazione cognitiva dello stimolo (appraisal) colto come pericolo, e una parte di attivazione fisiologica (arousal).
Lo stimolo, principalmente esterno, viene percepito e valutato dal soggetto come una minaccia a cui è necessario fare fronte per sopravvivere. Da questo punto di vista la paura viene vista come una tendenza a reagire a una fonte di pericolo e risulta quindi essere fondamentale per garantire la sopravvivenza dell’essere umano. Non a caso si tratta di una emozione molto antica dal punto di vista evoluzionistico.

Scherer propone l’esistenza di un sistema di valutazione dello stimolo su 5 livelli:

  1. novità dello stimolo: quanto varia rispetto alla standard atteso
  2. piacevolezza/spiacevolezza dello stimolo
  3. rilevanza dello stimolo per i bisogni e gli scopi del soggetto
  4. valutazione della capacità di far fronte (coping)
  5. compatibilità con le norme sociali

L’emozione della paura nasce quando lo stimolo viene vissuto principalmente come nuovo, spiacevole, molto rilevante e davanti al quale il soggetto si sente impotente.

Dal punto di vista fisiologico l’emozione della paura è segnalata da molti indicatori, modificazioni del corpo che, a differenza da quello che sci si aspetterebbe, portano con loro numerosi vantaggi di sopravvivenza. La paura è accompagnata dalla tendenza ad un aumento del battito cardiaco (il sangue fluisce maggiormente verso gli arti, per consentire la fuga)e, quindi, della tensione muscolare; porta, inoltre, ad un aumento della frequenza respiratoria (e il conseguente aumento della capacità dei polmoni di immagazzinare ossigeno), e ad un allargamento delle pupille (per avere maggiore visibilità), oltre che all’aumento della produzione di glucosio da parte del fegato (che ci fornisce maggiore energia per agire!)e, infine, a una diminuzione della salivazione, al rallentamento della digestione e all’aumento della pressione del sangue …

Ovviamente la paura porta anche a un’attivazione di tipo comportamentale: di fronte alla minaccia il sogegtto ha una duplice possibilità, la lotta o la fuga.
La fuga richiede la simultanea valutazione di due elementi:

  • la capacità di far fronte al pericolo;
  • l’individuazione di una via di fuga.

La lotta richiede la valutazione del rapporto tra possibilità di fuga ed entità della minaccia, rispetto alle proprie risorse e alle proprie aspettative.

Data questa definizione generale è importante sottolineare come, quindi, uan certa dose di paura sia fondamentale. Non avere paura è impossibile ed è anche controproducente perché non permette al sogegtto di auto proteggersi.
Se da un lato il troppo coraggio è negativo, dall’altro anche l’eccessiva paura lo è. Si entra qui nel campo dell’ansia fobie, delle quali vi ho già parlato tempo fa.

Dall’innamoramento all’amore…e il primo amore che non si scorda mai!

settembre 15, 2010

Può essere durato un giorno, un mese, un anno o tutta la vita…ma comunque, per tutti, il primo amore non si scorda mai!Ma come mai? Semplice, crea un trauma che rimane fisso nella nostra mente, per sempre! Cosa succede quando ci innamoriamo per la prima volta? E come cambia nel tempo questo amore? Leggete qui di seguito e ne saprete qualcosa in più!

Con il primo amore si attivano in maniera del tutto nuova i circuiti neuronali dell’ansia e della paura, provocando in noi una specie di trauma. Non solo: questa reazione biochimica è identica in tutte le culture e popolazioni, da quella europea a quella americana fino a quella cinese, dove i matrimoni sono combinati e l’innamoramento è per la società più un elemento distruttivo che costruttivo. Queste le conclusioni di uno studio della Stony Brook University 1 di New York sull’attività cerebrale legata ai sentimenti di breve e lungo periodo.

La ricerca, condotta nell’arco di tre anni fra Gran Bretagna, Usa e Cina, ha dimostrato come il primo forte sentimento provochi precise reazioni neuronali nel cervello, diverse – ma non meno intense – da quelle che si scatenano con gli amori successivi, più romantici e meno distruttivi, ma identiche per tutte le popolazioni. Le aree che si attivano guardando la foto della prima persona di cui si è stati innamorati sono le stesse che regolano i meccanismi della dipendenza e gli squilibri mentali ed è per questo, spiega il professor Art Aron, che ha condotto la ricerca, “che quell’esperienza amorosa resterà per sempre marchiata a fuoco dentro di noi”.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, è stato svolto per buona parte in Cina dal ricercatore Xiaomeng Xu, che ha preso in esame 18 volontari mostrando loro volti di persone amate in modo romantico, passionale o solo amichevole. “Con l’analisi degli impulsi cerebrali abbiamo riscontrato, in concomitanza con l’immagine della persona amata romanticamente, una forte attivazione nelle aree che regolano i meccanismi motivazionali, notando che i volontari che stavano vivendo quel tipo di sentimento erano più soddisfatti sia nelle relazioni a breve che a lungo termine. Le immagini di amori passionali, invece, attivavano le zone del cervello che regolano tensione e paura”. I ricercatori hanno quindi concluso che, indipendentemente dalla matrice culturale, l’amore romantico, per quanto intenso, comporta una minore componente ossessiva, mentre quello passionale provoca per la prima volta sentimenti di incertezza e ansia ed è per questo che è così indimenticabile.

“In gergo si dice che, con l’innamoramento, l’amigdala ‘sequestra’ il cervello – spiega la psichiatra Donatella Marazziti – in pratica, con il primo forte sentimento si attivano le zone mesencefalice e quella del grigio periacqueduttale, piena di recettori oppiacei che ne fanno una sorta di area di controllo del dolore. L’amidgada fa da ‘direttore d’orchestra’ e narcotizza i circuiti neuronali, provocando una tempesta biochimica che ci sconvolge.
Dopo un tot di tempo scatta la fase due, quella che provoca o meno la trasformazione dell’innamoramento in amore. A determinare il passaggio è il sistema ossitocina, quel “messaggero chimico” che spegne le aree dell’amigdala e attiva quelle del piacere, il circuito del “reward”, la ricompensa. E’ qui che il sentimento da immaturo diventa completo, che il senso di ansia si trasforma in piacere. Ma non sempre questa fase coincide con il primo cosiddetto amore. Che anzi, spesso, si ferma al primo passo, la fase dell’innamoramento, quella più intensa, dolorosa e immatura. “Il cervello deve essere neurologicamente pronto a una trasformazione del genere – continua la Marazziti – e non lo è mai prima dei 20 anni”.

Per quanto indimenticabile e traumatico, tuttavia, il primo amore non è unico. Secondo gli esperti, un sentimento così intenso si può provare fino a tre e addirittura quattro volte nel corso della vita. “Anzi – conclude la psichiatra – più si diventa adulti e più ci si innamora intensamente perché il cervello è sviluppato in maniera completa”. Il dolore della prima esperienza però non tornerà, perché il cervello lo ha incamerato e lo reso, mitologicamente, “ineguagliabile”.

Tratto da: http://psybook.it/

Basta una telefonata e lo stress si riduce

luglio 12, 2010

Tutti noi abbiamo provato quanto può essere rassicurante e calmante una semplice telefonata della mamma o di un amico in un momento di stress o tristezza.
Ma come mai? Qual è il grande potere della parola e della voce di una persona cara?

Leslie Seltzer e suoi colleghi dell’Università del Wisconsin a Madison hanno condotto un esperimento, pubblicato su “Proceedings of the Royal Society B”, su un gruppo di bambine tra i 7 e i 12 al fine di verificare gli effetti di una telefonata della loro mamma.
Le 61 bambine sono state poste in una situazione di stress acuto: era chiesto loro di parlare in pubblico, davanti a sconosciuti. Lo stress provocava il loro livello di battito cardiaco e il livello di cortisolo.
Dopo la situazione stressante le ragazze sono state divise in 3 gruppi: uno veniva confortato fisicamente dalla madre, uno veniva rassicurato dalla madre, ma al telefono e il terzo guardava un cartone animato.

I risultati mostrano che nei primi due gruppi il livello di cortisolo diminuisce e, soprattutto, si assiste ad un aumento dell’ossitocina nel sangue, mentre nel terzo gruppo i livelli di stress rimanevano piuttosto elevati
La scelta stessa del campione è definita sulla base della predisposizione di genere all’effetto di questo ormone: nelle donne l’effetto è più marcato.
Essa è fondamentale nella gravidanza e, in generale, nei legami affettivi, sia per maschi che per femmine.

Dai risultati si evince come, nel caso in cui non sia possibile la vicinanza fisica della madre, anche una semplice parola al telefono può fornire un utile sostegno psicologico e avere un effetto simile un abbraccio.

La mimica facciale delle emozioni. Provate anche voi a simularle allo specchio!

maggio 21, 2010

Oggi voglio parlarvi di un nuovo blog che ho trovato nel mondo della blogosfera che per ora tratta argomenti molto interessanti!Vi consiglio vivamente di andare ad esplorarlo!

Io ho tratto alcune informazioni sulle diverse mimiche facciali tipiche delle diverse emozioni per fare un lavoro con un gruppo di ragazzi sulla CNV…è un riassunto chiaro e semplice della complessità dei muscoli e delle espressioni coinvolti. Ed è anche un bel modo PERprovare a sperimentarsi in prima persona. Siete capaci di simulare queste emozioni davanti a uno specchio??

SORPRESA

Nella sorpresale sopracciglia sono rialzate ed incurvate, la pelle sotto le sopracciglia è stirata e sulla fronte si formano lunghe rughe orizzontali. Gli occhi sono spalancati, la palpebra inferiore è rilassata, quella superiore invece è sollevata. Nella sorpresa si scopre il bianco dell’occhio sopra l’iride, a volte si scopre anche sotto, dipende però da quanto sono infossati gli occhi e da quanto è aperta la bocca. La bocca ricade dischiudendosi, tuttavia le labbra sono rilassate, accade come se la mascella cadesse senza sforzo.

RABBIA

In questo caso le sopracciglia sono abbassate e ravvicinate, possono rimanere orizzontali oppure inclinarsi verso il basso. Sulla fronte non si formano rughe, tuttavia se ne formano alcune tra le sopracciglia, a causa del ravvicinamento di queste. Le palpebre sono tese e gli occhi fissano in maniera dura e penetrante. La palpebra superiore è sempre abbassata a causa del movimento delle sopracciglia, senza il quale essa non potrebbe abbassarsi in quel modo. Per quanto riguarda la bocca le labbra possono essere serrate o aperte.

PAURA

Nel caso della paura le sopracciglia sono sollevate e dritte. Gli angoli interni sono più vicini e quelli esterni meno incurvati. Sulla fronte si formano delle rughe orizzontali. La palpebra superiore si solleva  scoprendo la parte bianca dell’occhio, mentre la palpebra inferiore è contratta. La bocca è aperta, le labbra sono tese e stirate all’indietro, gli angoli della bocca iniziano a piegarsi verso il basso.

FELICITA

Gli angoli della bocca sono tirati all’indietro e leggermente sollevati. Un segno distintivo della mimica della felicità è il formarsi delle rughe che scendono dal naso fino oltre gli angoli della bocca. La palpebra inferiore è sollevata e va a formare delle piccole rughe sotto l’occhio, mentre ai lati degli occhi si formano le così dette “zampe di gallina”, un segnale molto importante: se si formano il sorriso sarà sincero, al contrario avremo un tentativo di simulazione.

DISGUSTO

Il labbro superiore si solleva, quello inferiore si può sollevare oppure abbassare, il naso si arriccia, la palpebra inferiore si solleva ed infine, le sopracciglia si abbassano.

Ma i brain trainging funzionano davvero?

maggio 4, 2010

Sono ormai diffusi ovunque, su computer, consolle portatili e chi più ne ha più ne metta…ma gli esercizi di “Brain training” funzionano davvero?

Le prove di efficacia del brain training sulle funzioni cognitive sono deboli. È questo il risultato di  uno stiudio on-line condotto al’interno del programma scientifico Bang Goes the Theory della BBC. Si tratta del più vasto studio fino ad ora realizzato in materia preentato con un paper  su Nature da Adrian Owen del Medical Research Council dell’Università di Cambridge.

L’esperimento denominato Brain Test Britain viene lanciato nel settembre 2009 dalla BBC alla luce di precedenti studi che mettevano in dubbio l’utilità di tali metodologie di stimolazione del cervello. Esso aveva lo scopo di dimostrare su un ampio campione di popolazione se i giochi a computer potessero davvero tradursi in un miglioramento generale delle abilità cognitive quali la memoria, la pianificazione, le capacità di problem solving di chi li pratica abitualmente.

Lo studio ha coinvolto 11.000 soggtti tra i 18 e i 60 anni che sono stati suddivisi in tre gruppi

  • Il primo è stato sottoposto ad un brain training informatizzato di ragionamento, pianificazione e problem solving, per un minimo di dieci minuti al giorno, tre volte alla settimana, per un periodo di sei settimane.
  • Il secondo, con lo stesso impiego di tempo, si è concentrato su test per la memoria a breve termine, attenzione, elaborazione visuo-spaziale e matematica molto simili ai prodotti per “allenare la mente” che si trovano in commercio.
  • Infine, il terzo gruppo, di controllo, nello stesso tempo utilizzato dagli altri due, si è concentrato sulla ricerca in internet delle soluzioni a quiz particolarmente difficili.

Al termine dell’esperimento, pur avendo migliorato le prestazioni nei rispettivi compiti, i soggetti non avrebbero mostrato miglioramenti nelle abilità cognitive generali quali la memoria, il ragionamento e l’apprendimento, misurati con test “generali” svolti un prima volta all’inizio della ricerca.
In particolare, i benefici generali, ampliabili ad altri contesti, generati dal brain training non sono stati superiori a quelli derivanti dall’utilizzo di Google per la ricerca delle risposte.

I ricercatori sono sicuri:

I risultati sono chiari, le sessioni di brain training funzionano tanto quanto l’utilizzo di internet per sei settimane, non c’è differenza significativa fra le due attività. I risultati non forniscono alcuna prova di un miglioramento generalizzato della funzione cognitiva a seguito di un programma di formazione/allenamento del cervello in un ampio campione di soggetti adulti sani.

Potrebbe essere che il tempo di allenamento impiegato nello studio non sia stato sufficientemente lungo per generare “benefici trasferibili” anche in altri campi?
I ricercatori lo ritengono improbabile, poichè è stato individuato un rapporto trascurabile tra il numero di sessioni d’allenamento e l’importo del beneficio trasferibile.

Ma le critiche già non mancano.
Fra gli altri, il neurologo Peter Snyder della Brown University esprime alcuni dubbi metodologici:

Lo studio sarebbe debole su più fronti, perché realizzato su un campione troppo giovane e composto da soli volontari, che avrebbero una naturale inclinazione a praticare questi test: in sostanza, quello studiato in Brain Test Britain sarebbe un campione ad elevate prestazioni, non certo comparabile con il target dei programmi commerciali, destinati ad adulti sopra i 60 anni, che avrebbero ottenuto punteggi di ingresso più bassi e, quindi, miglioramenti più significativi.

Nonostante il dibattito ancora aperto questi risultati saranno di sicuro una sorpresa per i milioni di persone che decidono di utilizzare questi “giochi” con l’idea così di poter esercitare regolarmente il cervello e migliorarne le prestazioni.
Ma sorge una domanda: veramente le persone acquistano questi giochi per migliorare le loro abilità o piuttosto li utilizzano come semplice forma di svago e di divertimento?

E poi forse pensare che bastino così poco tempo, impegno e risorse per mantenere giovane e attivo il cervello e che l’allenamento in specifici compiti possa portare a miglioramenti generalizzati è un’utopia…

Per la lettura completa dell’articoloi: Owen AM, Putting brain training to the test, Nature


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