Archive for the ‘Psicologia sociale’ Category

Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

La Terza Onda: un interessante esperimento di influenza sociale per capire come le dittature siano possibili

marzo 31, 2011

Uno spezzone del film

Una delle scorse sere stavo tornando a casa in macchina ascoltando una famosa emittente radiofonica quando mi sono imbattuta  in un programma che parlava di un esperimento (da loro non difinito come psicologico, ma che ha tutti i requisiti per essere definito uno studio di psicologia sociale): il cosiddetto esperimento della Terza Onda! Talmente interessante che mi ha fatto rimanere incollata alla radio anche dopo l’arrivo a casa!

Ecco a voi di cosa si tratta…

È la primavera del 1967 a  Palo Alto, in California quando Ron Jones, professore di Storia in un liceo tiene alla sua classe una lezione sul nazionalsocialismo. Ma davanti alle domande dei suoi alunni il professore non sa che risposta fornire. «Come hanno potuto, i tedeschi, sostenere di essere stati all’oscuro del massacro degli ebrei? Come hanno potuto, cittadini, ferrovieri, insegnanti, medici sostenere di non avere saputo dei campi di concentramento e dei forni crematori? Come hanno potuto, i vicini di casa e forse anche gli amici dei cittadini ebrei, sostenere di non essere stati lì, mentre tutto questo accadeva?».
È per questo che decide di iniziare un esperimento per dimostrare agli studenti che le masse sono facilmente manipolabili e che quindi sarebbe ancora  possibile una dittatura.
Jones diede così vita ad un movimento chiamato “The Third Wave” (“La terza onda”) e convinse i suoi studenti che era necessaria l’eliminazione della democrazia con il motto “Forza attraverso la disciplina, forza attraverso l’unione, forza attraverso l’azione, forza attraverso l’orgoglio”.

L’andamento dell’esperimento è stato documentato direttamente dallo stesso professor Jones.
Egli scrive che iniziò il primo giorno dell’esperimento con cose semplici come il corretto modo di sedersi, addestrando gli studenti finché questi erano in grado di arrivare dall’esterno della classe fino alle proprie sedie e prendere posizione nel modo corretto in meno di 30 secondi senza fare alcun rumore. Procedette quindi con una ferrea disciplina in classe emergendo come una figura autoritaria. Viene inserito anche un rigido regolamento disciplinare, imponendo ai ragazzi di alzarsi prima di parlare, di rispondere in modo coinciso alle domande e di  chiamarlo “Signor Jones”.
Nel secondo giorno organizzò le cose in modo da mescolare la sua classe di storia in un gruppo con un supremo senso della disciplina e della comunità. Creò un saluto simile a quello del regime nazista e ordinò ai membri della classe di salutarsi vicendevolmente in quel modo anche al di fuori della classe. Ognuno di loro si attenne a questo comando.
A questo punto l’esperimento prese vita per conto suo, con studenti che da un po’ tutta la scuola vi si univano: il terzo giorno la classe si allargò dagli iniziali 30 studenti a 43 partecipanti. Tutti gli studenti mostrarono un drastico miglioramento nelle loro abilità accademiche e una motivazione straordinaria. Jones istruì gli studenti su come fare un’iniziazione ai nuovi membri, e per la fine del giorno il movimento aveva già oltre 200 partecipanti. E nasce una vera e propria dittatura: i dissidenti vengono ostracizzati, i membri del movimento cominciano a spiarsi a vicenda, e gli studenti che si rifiutano di aderire vengono accusati.

È al quarto giorno di esperimento che Jones decide di porre fine al movimento perché ne sta perdendo il controllo. Annunciò così ai partecipanti che il movimento era solo una parte di un movimento a livello nazionale e che nel giorno seguente un candidato presidenziale del movimento ne avrebbe annunciato pubblicamente l’esistenza. Jones ordinò agli studenti di partecipare ad una manifestazione a mezzogiorno del giorno dopo per testimoniare all’annuncio.
Invece di un discorso televisivo del loro leader, agli studenti venne però presentato un canale vuoto. Dopo alcuni minuti di attesa, Jones annunciò che tutti loro avevano preso parte ad un esperimento sul fascismo e che tutti quanti avevano volontariamente creato un senso di superiorità che i cittadini tedeschi avevano nel periodo della Germania nazista. E così l’esperimento finì

In meno di una settimana Jones era riuscito a manipolare una massa di giovani, portandoli a obbedire ciecamente ai suoi ordini.
Lo stesso Jones dirà “Un’esperienza che non rifarei mai. Mi sono imbattuto in un lato primordiale della psiche umana che potrebbe essere utile conoscere”.

Nonostante l’interessante tema sia per la psicologia sia, in generale, per lo studio del comportamento umano l’esperimento (a causa anche dei limittai dati a disposizione) non ha trovato grande seguito.
Su questo evento è stato solo scritto un libro nel 1988 da cui poi è stato tratto un film, “L’onda”, uscito nel 2008. Nel 2010, inoltre, lo stesso Jones ha messo in piedi uno spettacolo teatrale musicale.

Le riflessioni che nascono sono forse ovvie, ma anche piuttosto spaventose. Prendere consapevolezza di come sia possibile manipolare le persone e come le menti umane siano così “deboli” di fronte all’idea di potere ci porta a pensare veramente a come siamo fragili. E se  la natura umana chi ci garantirà che un nuovo nazismo non ci potrà essere in futuro?
Forse questi esperimenti dovrebbero essere divulgati…perchè prendere consapevolezza e entrare a contatto con un’esperienza vera è il primo passo per poter riflettere e capire.

Se siete interessati e avete voglia di approfondire il tema ecco un documento scritto dallo stesso Jones

Gli aspetti psicologici di Facebook: dalle opprtunità al rischio di dipendenza

giugno 15, 2010

Oggi voglio riportarvi un interessante articolo pubblicato sulla rivista “Psicologia Contemporanea” (n. 219 – Mag/Giu 2010) nel quale viene fatta un’attenta analisi sulla Comunicazione e sulle Nuove Tecnologie e in particolare sul sociale network Facebook.

Ecco a voi gli spunti e gli elementi elementi tratti dall’articolo stesso che ritengo amggiormente interessanti…

Perché si usa facebook?

Una ricerca (Joinson, 2008) condotta su un campione di utenti inglesi ha individuato sei motivazioni dell’uso di Facebook.

• Connessione sociale
Rintracciare persone conosciute in passato, restare in contatto con i propri amici e sapere cosa stanno facendo, mantenere relazioni con persone che difficilmente si incontrerebbero.

• Condivisione di identità.
Prendere parte a gruppi, organizzare e partecipare a eventi, rintracciare persone con opinioni simili.

• Uso delle foto.
Le foto assumono una funzione sociale: attraverso le operazioni di condivisione e di tagging (segnalare la presenza di una persona all’interno della foto) si possono acquisire nuove informazioni.

• Uso delle applicazioni.
L’utente ha la possibilità di conoscere e provare molte applicazioni (come giochi, programmi o quiz) perchè può scoprire che esse vengono utilizzate da alcuni dei suoi contatti.

• Investigazione sociale.
Attraverso Facebook si possono conoscere nuove persone sulla base di particolari criteri oppure osservare le attvità dei propri amici, anche in modo intrusivo.

• Navigare tra le reti sociali (social network surfing).
Facebook consente di accedere alla conoscenza di nuove persone. Esplorando le reti sociali dei propri amici, visitando i profili di utenti che non si conoscono direttamente è possibile allargare la rete dei propri contatti.

• Aggiornamento.
Utilizzare particolari funzioni di Facebook, come lo “status” e gli “aggiornamenti”, per conoscere e farsi conoscere dagli altri.

Opportunita’ vs dipendenza
Facebook è uno dei più popolari social network presenti in rete. Nato per connettere tra loro gli studenti di uno stesso campus universitario, ha ampliato esponenzialmente il numero dei suoi utenti, lasciando inalterata la sua principale caratteristica: collezionare e collegare tra loro le identità degli iscritti. Data l’influenza che il fenomeno comincia ad avere nelle relazioni umane, diventa sempre più necessaria anche una sua lettura psicologica.
Prima di qualificare Faccbook come “buono” o “cattivo” è bene comprendere quali siano le principali motivazioni sottese al suo uso.
In generale, questo social network propone ai suoi utenti un ampio ventaglio di opportunità: comunicare, ma anche esplorare, conoscere, definirsi, mettersi alla prova, affiliarsi. Inoltre, la sua stessa struttura è ricca di “affordance”: lo spazio virtuale diviene ambiente percettivo dove icone e bottom rimandano intuitivamente alla loro funzione. Di conseguenza, accessibilità e controllo, insieme alla varietà delle operazioni possibili, ne rendono l’uso piacevole e gratificante.
Il problema è che a questi aspetti sono immediatamente legate altre importanti questioni psicologiche. Guardando, infatti, all’altro lato della medaglia, accessibilità, controllo ed eccitazione per la mole di input a disposizione sono anche i tre fattori che facilitano l’insorgenza di comportamenti di dipendenza (Young. 1998).
Non mancano, infatti, all’interno del web le definizioni di un presunto “Facebook Addiction Disorder” e non è difficile trovare prontuari che suggeriscono i passi necessari per liberarsi da una eventuale dipendenza. Altrettanto singolare è l’ipotesi di una friendship addiction, intesa come la spasmodica ricerca di contatti che “obbliga” alcuni utenti a collezionare un numero sempre maggiore di nuovi amici.

Sociogrammi digitali
Agli occhi dello psicologo, Facebook può apparire come un complesso sociogramma che rappresenta in tempo quasi reale le reti relazionali dei suoi iscritti. Ogni utente è connesso ad altri attraverso una fitta trama di amicizie, appartenenze a gruppi, istituzioni, eventi, cause e discussioni. Questo vasto sociogramma può essere esplorato in molti modi, costruito e ricostruito sfruttando le potenzialità del web.
Un recente studio (Kllison, Steinfield e Lamps, 2007) ha analizzato, in un gruppo di studenti americani, il rapporto tra l’uso di Facebook e la costruzione di reti sociali. In base ai risultati, gli utenti del social network tenderebbero a sviluppare in misura maggiore legami deboli, utili a condividere interessi e obiettivi, ma raramente caratterizzati da un coinvolgimento emotivo. Nello stesso studio viene tuttavia, ipotizzata una peculiare caratteristica di Facebook: la tendenza a favorire negli utenti il recupero e il mantenimento di precedenti contatti, amicizie lontane nel tempo, spesso interrotte dopo importanti cambiamenti di vita. Potrebbe essere interessante per lo psicologo indagare la qualità di queste relazioni recuperate attraverso il network e comprendere se rimangono interazioni superficiali o arrivano ad avere una più profonda valenza emotiva.

Dall’opportunita’ al rischio
La dimensione ludica è certamente sullo sfondo di queste attività digitali, il web per sua natura è uno spazio potenziale, sperimentabile e transitorio. In particolare, Facebook non appare come uno spazio delimitabile, piuttosto si espande con l’uso che se ne fa, con l’ampliarsi del numero di contatti, con l’istallazione di “plug-in” e nuove applicazioni. E’ però abbastanza evidente che un luogo cosi destrutturato si offre ad ogni tipo di colonizzazione ed uso, diventando appetibile ad ogni utenza. In questo ventaglio di possibili esperienze rintracciamo le derive di un uso smodato della rete, là dove il social network adombra, simula e infine sostituisce le altre trame relazionali.
Eppure, come si è detto all’inizio, crediamo sia utile iniziare ad osservare e approfondire psicologicamente queste nuove forme di socializzazione, tenendo distante la tentazioni: di connotarle positivamente o negativamente e mantenendo il focus degli studi sui mutamenti che interessano la relazione tra le persone e la loro attitudine a costruire identità e legami, anche attraverso la rete.

“Giovani in salute” : un inziativa di prevenzione per adolescenti e giovani adulti. Pro e contro di un “progetto a premi”

maggio 6, 2010

Oggi vi parlo di un’iniziativa che mi è stata presentata oggi in università. Oramai le iscrizioni sono terminate, ma la predo come spunto per lavorare sul tema e trarne alcuni spunti..

Si tratta dell’iniziativa “Giovani in salute. Liberati da fumo e alcool. Premia la tua salute” organizzata dal Comune di Milano e rivolta a 100 ragazzi volontari dai 14 ai 24 anni, per ridurre il numero dei fumatori e sensibilizzare ad un bere responsabile.
Il progetto è svolto in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Milano, la Società Italiana di Alcologia.

Ma di cosa si tratta?
Ci sono 2 percorsi separati per la sensibilizzazione contro il fumo e contro l’alcol. Entrambi hanno lo scopo di incoraggiare i giovani a sapere come/quando/dove si fuma e si beve. L’idea è che sapere cosa si fa è meglio che non saperlo così ognuno può decidere per sé in modo più libero e consapevole.

Il primo è denominato “SMOKE? BE FREE!” prevede la partecipazione ad un gruppo che si incontrerà per 6 volte per 90 minuti, circa due volte al mese da maggio a novembre 2010, che discuterà, scoprirà, curioserà nel mondo del fumo con l’aiuto di uno psicologo e di testimonial.
Il secondo, invece, richiederà di fare un alcoltest una volta alla settimana e poi di compilare un questionario da inviare via e-mail per capire e valutare il rapporto con l’alcol e gli eventuali fattori di rischio.

Ma qual è la peculiarità del progetto? Ciò che viene dato in cambio! Sì perché la partecipazione costante a tutti gli incontri permetterà ai ragazzi di ottenere numerosissimi premi.
E non cose da poco: prodotti cosmetici Deborah, sconti nei cinema, abbonamenti annuali BikeMi, Playstation PSP, mini-fotocamere HD, notebook e netbook Olivetti fino ad arrivare a 1 viaggio in Europa per due persone per due notti.

Il sito dell’iniziativa effettivamente non dice molto né sulle modalità di conduzione degli incontri e dei gruppi di lavoro, né sulle condizioni in base alle quali verranno premiati i ragazzi. Tutti quelli che finiscono un percorso o solo quelli che dimostrano che, nel tempo, hanno smesso di fumare? Non si sa!

Resta il fatto che un’idea di questo tipo ha i suoi lati positivi, ma a mio papere anche i suoi limiti.
Prima di tutto forse solo un intervento che porti con sé dei “vantaggi” immediati e dei premi materiali, visibili e ricercati può veramente attirare l’attenzione dei ragazzi e coinvolgerli in un progetto di prevenzione…

Ma…ci sono un po’ di ma..

Un interveto di questo tipo non attiva solo una motivazione estrinseca? I ragazzi parteciperanno anche con maggior voglia, ma non semplicemente per ottenere trucchi o computer?S
e si trattasse di un progetto non orientato semplicemente alla trasmissione di informazioni forse questa “spinta motivazionale” potrebbe anche essere utile. Ma veramente ha senso premiare dei ragazzi solo perché partecipano, ascoltano e conoscono? Sia i 14enni che i 24enni (se non tutti la gran parte) sanno benissimo quali sono le conseguenze di comportamenti rischiosi di questo tipo. Cosa prevedono in più  gli incontri? Ci si basa solo sulla trasmissione di informazioni? Se così fosse siamo proprio sicuri che partecipare, ricevere informazioni in cambio di premi possa spingere veramente i ragazzi a cambiare?

Come detto non conosco molto del progetto e le mie “critiche” potrebbero partire da una base di ignoranza. Ma a prima vista mi sento di fare queste osservazioni.
Al di là dei premi forse si dovrebbero coinvolgere i ragazzi più direttamente e attivamente, attraverso la condivisione tra pari, senza la presenza di un esperto che “detta legge”. Ma soprattutto bisognerebbe lavorare non solo sulla conoscenza dei rischi o sulla trasmissione di conoscenze, ma sullo sviluppo di quelle competenze e life skills che possono condurre il ragazzo a valutare, decidere, ragionare veramente con la propria testa.

Aspettiamo e vediamo i risultati dell’iniziativa…poi se veramente avrà effetto non sarò che felice!

Le donne e la costante paura di ingrassare…

aprile 22, 2010

Che le donne abbiano timore di ingrassare e siano sempre attente alla linea, anche quando sono magre, è senso comune. Siamo anche abituati a pensare che le signore provino rabbia verso quelle più magre di loro e si sentano meglio quando vedono una persona più grassa. Non è così.
Al contrario, vedere una donna obesa peggiora il nostro umore e la nostra autostima.

Uno studio dell’America’s Brigham Young University, pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences, sostiene che nelle donne, vedere una persona grassa crea sentimenti di tristezza, di infelicità e di disgusto per se stesse.
Questo non accade solo alle donne con disturbi alimentari, ma anche alle signore perfettamente in forma, rilevando così una costante preoccupazione di fondo per il peso. Questo stesso fenomeno non è stato riscontrato negli uomini, i quali sembrano essere indifferenti al peso corporeo dei loro simili.

Le emozioni delle donne sono state “misurate” con la risonanza magnetica, effettuata mentre ai soggetti sperimentali venivano mostrate immagini di persone sconosciute. Quando alle donne venivano mostrate immagini di persone del sesso femminile in sovrappeso, si attivavano le parti del cervello legate ai processi di identità e alla riflessione sul sè. Negli uomini, al contrario, non si rilevava una simile reazione. “Queste donne non hanno mai sofferto di disturbi alimentari”, ha affermato Mark Allen, neuroscienziato e principale autore dello studio. “Eppure, sono risultate preoccupate di ingrassare”.

Le donne, dunque, anche quelle magre e non sofferenti di un disturbo alimentare, si sentono sempre sotto pressione rispetto al peso. E quando guardano una donna grassa non gongolano: al contrario, cominciano a pensare al proprio peso e si svalutano, ricordando i proprio difetti fisici e amplificandoli.

Tratto da: www.psicozoo.it

Nord e sud: questione di intelligenza

febbraio 18, 2010

È Richard Lynn, docente emerito di psicologia all’università dell’Ulster a Coleraine, in Irlanda del Nord, a proporre una nuova e a dir poco sconcertante teoria sull’intelligneza.
Lynn è già famoso per le sue teorie provocatorie che ritengono che esistano differenze di intelligenza negli individui in base alla razza e al sesso. Ad esempio ha condotto una ricerca che dimostrerebbe che le donne sono meno intelligenti perché hanno il cranio più piccolo dei maschi e un’altra che sostiene che la pelle più chiara corrisponde a una maggiore capacità mentale.
Inoltre negli anni ’70 sostenne che gli abitanti dell’Estremo Oriente sono più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro «La curva a campana» teorizzò che nella popolazione di colore, una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici.

L’ultima proposta di Lynn riguarda direttamente il nostro paese!Il titolo già dice tutto: «In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy» («Le differenze nel QI tra nord e sud Italia corrispondono a differenze nel reddito, educazione, mortalità infantile, statura e alfabetizzazione»).
Qual è la teoria? Il sud Italia sarebbe meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. In particolare mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud più il coefficiente si abbassa. Si andrebbe dal Friuli (dove si concentrerebbero  i più intelligenti d’Italia) fino alla Sicilia, dove si toccherebbe il punto più basso.
In questo modo «il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI».
La causa? «E’ con ogni probabilità da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del nord Africa».
Roberto Cubelli, presidente dell’Associazione italiana di psicologia, ha criticato lo studio per i «gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica».
Ma indipendentemente da tutto questi limiti (che potrebbero semplicemente portare ad una teorizzazione sbagliata dal punto di vista dei risultati) la riflessione critica più importante interessa l’ipotesi che sottostà allo studio. Pensare di compiere una ricerca per verificare le differenze di intelligenza in base alla razza presuppone che alla base vi siano delle teorie essenzialmente razziste.
Il rischio grave è che queste teorie trovino seguaci e il tutto si trasformi in una nuova forma di pregiudizio razziale.

Tratto da: www.corriere.it

La giornata della memoria. Ricordare le vittime cercando di capire il perchè e gli effetti del genocidio.

febbraio 1, 2010

Il 27 gennaio si è celebrata in tutto il mondo la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Questo avvenimento continua a essere giustamente tema centrale della riflessione e del dibattito, soprattutto oggi in un mondo dove i pregiudizi e le persecuzioni sono ancora diffusi.
La psicologia si è interessata soprattutto a due aspetti legati all’olocausto: il perchè i soldati tedeschi si siano resi partecipi del genocidio e le analisi degli effetti sui sopravvissuti.

Perché i leader nazisti resero possibile l’eliminazione di milioni di Ebrei e molti cittadini di diverse nazionalità lasciarono a loro libertà di azione?
Sicuramente i meccanismi percettivi dell’assimilazione e del contrasto sono fonte di stereotipi: essi minimizzano le differenze all’interno dei gruppi ed estremizzano quelle tra i gruppi, portando a vedere gli altri come cattivi che meritano le sofferenze inflitte.

Questi meccanismi sono spiegati da Sherif e Hovland come vicinanza/lontananza del proprio atteggiamento a quello degli altri. Gli atteggiamenti che si collocano in una posizione relativamente vicina a quella del soggetto saranno percepiti come simili ai propri più di quanto non lo siano nella realtà (assimilazione) e riceveranno una valutazione positiva. Gli atteggiamenti piuttosto differenti saranno allontanati dalla propria posizione e valutati negativamente (contrasto).

Inoltre, secondo molti teorici della personalità, nei soldati tedeschi si sono fatti posto molti meccanismi di difesa coinvolti nella svalutazione dei gruppi altri, come ad esempio la proiezione e la scssione
Mentre la proiezione potrebbe sottendere la percezione che l’altro gruppo personifichi tutte le azioni e i pensieri immorali che non ammettiamo in noi stessi, la scissione, cioè la capacità di erigere barriere cognitive ed emozionali che dividono ciascuna parte di noi dall’altra, spiegherebbe come le persone la cui mansione era l’omicidio di massa, potessero tornare a casa dopo il “lavoro” e godersi una normale serata in famiglia.

Un altro fattore coinvolto è il pensiero di gruppo, una combinazione di orgoglio gruppale, di conformismo e di culto del leader, che può spingere a decisioni impensabili. In questo caso le inibizioni morali verso la violenza potrebbero indebolirsi attraverso l’approvazione di una figura autoritaria, l’esperienza reale del commettere atti violenti, la disumanizzazione del gruppo delle vittime,  il conformismo e la diffusione di responsabilità.

Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine dell’olocausto sulle vittime si è parlato in psicologia di sindrome del sopravvissuto”, (Eitinger, 1964/1972). Essa include sintomi come il senso di colpa per essere sopravvissuti, rabbia e ansia, disturbi del sonno, anedonia, flashbacks, ipervigilanza, depressione, incapacità a stabilire legami profondi…tutti sintomi tipici del PTSD.

L’importanza della continua riflessione su questo tema, ma anche della ricerca di spiegazioni psicologiche a questi avvenimaneti potrebbero giocare un importante ruolo nel prevenire azioni simili e fare in modo che non avvengano più… almeno così tutti sperano!

www.psicozoo.it

Il ruolo della personalità nell’uso di Facebook

dicembre 1, 2009

Nella realtà esistono chiare relazioni fra la nostra personalità ed i nostri comportamenti sociali. Ma quando entriamo nel mondo del web e dei social network cosa succede?

Un contributo alla risposta arriva da uno studio svolto da un gruppo di ricercatori della University of Windsor, guidato da Craig Ross, e presentato in un recente articolo della rivista internazionale Computers in Human Behavior, il cui scopo era stabilire delle correlazioni fra la personalità dell’utente (classificata con il test Big Five) e l’uso di Facebook.
Lo studio è stato svolto su 97 studenti universitari canadesi (15 uomini e 82 donne), in maggioranza utenti costanti di Facebook (dai 10 ai 60 minuti di uso quotidiano del social network).
Le ipotesi di partenza riguardavano il legame tra un tratto di personalità e alcuni comportamenti sociali ad esso associati. Ad esempio si ipotizzava che persona estroversa aderisse a più gruppi e avesse più amici anche su Facebook.

Contrariamente alle aspettative, le correlazioni, tra fattori che descrivono la personalità e l’uso di diverse funzionalità di Facebook, per le quali lo studio è riuscito a trovare una relazione statisticamente significativa sono poche.
in particolare un alto livello di Estroversione è predittore di appartenenza ad un alto numero di gruppi su Facebook, ma non sono emerse relazioni significative di questo tratto né con il numero di amici su Facebook, né con il tempo speso su Facebook.
Un basso valore di Instabilita’ Emotiva (Nevroticismo), invece, e’ stato collegato in modo significativo ad una preferenza per la pubblicazione di proprie foto (ma non di altri tipi di informazioni).
Per i fattori di Apertura all’Esperienza e di Socievolezza nessuna delle correlazioni attese con l’uso di Facebook ha avuto conferma.

La conclusione a cui arrivano i ricercatori è che quando parliamo di social network non possiamo partire dal presupposto che i comportamenti di una persona nel mondo fisico si ripetano similmente nel mondo virtuale. Le dinamiche di Facebook non sono cosi’ ovvie.
ad esempio forse, a differenza del mondo fisico, più che gli estroversi, potrebbero essere i timidi su Internet ad essere fortemente motivati verso l’uso della comunicazione mediata dal computer.

Tratto da: lucachittaro.nova100.ilsole24ore.com/

Win for Life: il rischio della dipendenza

novembre 3, 2009

Dobbiamo ammetterlo: Win for Life è il gioco del momento. Chi non vorrebbe vincere 4 mila Euro al mese per vent’anni? Quasi più di 90 milioni in una volta sola.
Aggiungiamo che il 23% dei soldi giocati sono devoluti ai terremotati in Abruzzo e il gioco è fatto: più giocatori e più dipendenza.

È questo l’attacco rivolto dal presidente della Società italiana di psicologia, Antonio Lo Iacono: Wind for Life può creare dipendenza.
Perché? Prima di tutto perché le estrazioni avvengono più volte al giorno: diventa così un’operazione ripetitiva e genera attesa (come quando si innesca un atteggiamento compulsivo al gioco). Inoltre presenta un meccanismo di semplice comprensione e accesso: la presenza di soli 10 numeri e la possibilità di giocare ovunque caratterizzano infatti questo gioco.
Da questo punto di vista i più vulnerabili sono i giocatori che hanno più tempo a disposizione e investono anche molto tempo per giocare e per controllare le estrazioni (come casalinghe, pensionati,disoccupati…).
Ovviamente questo tipo di gioco appare particolarmente pericoloso per le persone già tendenzialmente dipendenti, o che hanno un carattere compulsivo. Ma soprattutto la frustrazione della mancata vincita può innescare altre dipendenze, come l’alcol e il fumo.
Come dice Lo Iacono: “In un periodo in cui i posti di lavoro sono sempre più un miraggio si può investire molto sull’idea di poter ottenere, attraverso il gioco, una buona rendita. E il meccanismo che induce a ‘riscattarsi’ da tante altre frustrazione e a rifarsi delle perdite, aiuta a incaponirsi per vincere ad ogni costo”.

Certo come tutti i giochi potenzialmente creatori di dipendenza c’è il modo per utilizzarli in modo sano. Ma definire in anticipo la somma che si vuole utilizzare è sempre un buon modo per prevenire un possibile “eccesso”.

Io personalmente non ho mai giocato, ma pensavo di farlo…senza la paura di cadere in una dipendenza. Ma forse il rischio c’è davvero. Voi che ne pensate?

La dissonanza cognitiva

settembre 30, 2009

La dissonanza cognitiva è un concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957 in psicologia sociale. La teoria della dissonanza cognitiva è sorta come tentativo di spiegare un fenomeno che emerge quotidianamente nell’esperienza: le persone tendono in generale ad essere coerenti con se stessi nel modo di pensare e di agire. Quando questa coerenza manca e le persone  diventano consapevoli che i loro atteggiamenti, pensieri e le loro convinzioni sono incoerenti tra loro si crea uno stato di disagio chiamato appunto dissonanza cognitiva.

Ma come nasce la dissonanza? Affinché si provi dissonanza serve che il soggetto colga l’incoerenza dell’azione che sta compiendo e si prenda la responsabilità dell’atto: solo se è convinto di aver agito in modo libero potrà provare disagio.

Questa situazione si produce soprattutto quando un comportamento entra in contrasto con un atteggiamento preesistente e l’evidenza interessante sta nel fatto che lo stato di disagio viene, solitamente, placato non tanto andando a modificare il comportamento, quanto piuttosto il modo di pensare preesistente. Perché? Cambiare l’atteggiamento ci costa meno che modificare il comportamento e, soprattutto, quando ci rendiamo conto della dissonanza l’azione è già stata messa in atto.

La dissonanza cognitiva può nascere ad esempio nel momento in cui un soggetto, che si ritiene altruista, si trova a compiere un’azione ostile e aggressiva nei confronti di un mendicante. Come detto la tendenza è quella di andare a modificare l’atteggiamento e “giustificare” l’azione.

Per fare ciò si utilizzando diverse “strategie” inconsce:

  1. ridurre l’importanza di uno degli elementi dissociati (riprendendo l’esempio giustificarsi dicendo “Sono stata solo un po’ sgarbata”);
  2. aggiungere elementi cognitivi consonanti al comportamento (pensare “Ho agito così perché ero di fretta”);
  3. negare la propria responsabilità;
  4. attribuire la dissonanza ad altre cause

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: