Il Blacky Pictures’ Test: un test proiettivo per indagare le dinamiche di personalità nei bambini

gennaio 24, 2012

Il Blacky Pictures’ Test, è un test proiettivo volto a far emergere le dinamiche della personalità di soggetti in età evolutiva, dai 5/6 anni fino ai 10/12.
Ideato da Blum nel 1950 si basa sulla teroia psicanalitica e rientra tra i reattivi narrativi o di contenuto.
In particolare l’obiettivo è quello di indagare alcune variabili psicologiche specificamente delimitate, come lo sviluppo psicosessuale, i meccanismi di difesa e la relazione oggettuale tramite il racconto di una storia.

Il test, infatti, è costituto di 12 vignette (le Blacky Pictures ) che raccontano le avventure del cane Blacky e della sua famiglia composta da mamma, papà e da Tippy, una figura fraterna di età e sesso imprecisati. Il protagonista, Blacky, è facilmente distinguibile perché di colore nero.
Ognuna delle 12 situazioni richiama in modo esplicito una particolare tappa dello sviluppo psicosessuale.Si tratta di un test proiettivo narrativo “atipico” in quanto il materiale-stimolo è maggiormente strutturato e definito.
L’utilizzo di animali come protagonisti è una scelta specifica in quanto si ritiene che ciò  faciliti il processo di identificazione del bambino e la libera espressione personale in situazioni in cui delle figure umane potrebbero provocare un’inopportuna inibizione.

La somministrazione richiede circa 45 minuti.  Inizialmente viene chiesto al soggetto di identificare Tippy con la propria sorellina o  fratellino (solitamente si parla di un un cuginetto/a nel caso il bambino non abbia fratelli e sorelle). Successivamente, si chiede al soggetto di inventare  una storia e per ogni vignetta vengono poste delle domande volte ad indagare la dimensione psicoanalitica.
Ogni tavola è creata col fine di indagare alcuni dimensioni psicoanalitiche e di personalità specifiche e ed è introdotta da una breve farse.
La tavola 1, ad esempio, è incentrata sull’“erotismo orale” ed è introdotta dalla frase : “Qui c’è Blacky che mangia il latte dalla mamma” .


La tavola 3 lavora sul “sadismo anale” , è introdotta da: ”Qui Blacky stà facendo i suoi bisogni” e mostra in primo piano Blacky che stà facendo pipì fra le due cucce di mamma e papà.
Ancora, la tavola 7 è incentrata sull’”identificazione positiva” in cui si vedono in primo piano Blacky e un cane meccanico e la frase introduttiva è “Qui c’è Blacky con un cane giocattolo”.
Diverse dalle precedenti sono le tavole 10 e 11. Si tratta di vignette che rappresentano Blacky mentre ha una visione onirica. Nella prima il cucciolo sogna un cane del suo stesso sesso, mentre nella seconda un cane del sesso opposto.
Come ultimo passaggio, terminata la fase della somministrazione, si invita il soggetto ad esprimere le sue preferenze, chiedendo di suddividere le vignette in due gruppi, le”simpatiche” e le “antipatiche”. Si procede poi chiedendo il perché di questa scelta.

A livello interpretativo Blacky dovrebbe costituire l’oggetto con cui il bambino si identifica a livello preconscio. È fondamentale interpretare il test inserendolo all’interno del più vasto profilo del bambino e accostandolo agli altri questionari e ai vari colloqui per avere una visione globale del problema. Importante, inoltre, osservare attentamente il comportamento del soggetto prima e durante la somministrazione per cogliere possibili manifestazioni di ansia o semplice stanchezza.

 

 

 

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Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

2011 in review

gennaio 2, 2012

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 33.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 12 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Benessere soggettivo vs. benessere oggettivo

dicembre 28, 2011

Eccomi di ritorno!Continuiamo il viaggio tra i temi della Psicologia Positiva parlando della distinzione tra  benessere  soggettivo e benessere oggettivo…

Una delle distinzioni più importanti da compiere per definire cosa significhi il termine “benessere” è quella, che si è venuta a creare col tempo, tra i concetti di benessere oggettivo e benessere soggettivo.

Inizialmente, infatti, il benessere veniva definito sulla base del possesso di condizioni di vita sufficientemente agiate. Da questo punto di vista, quindi, si ipotizzavano la sua misurabilità e la sua diretta correlazione con indicatori oggettivi.
Ancora oggi alcuni degli strumenti nazionali e internazionalii utilizzati per valutare il livello di qualità della vita della popolazione si servono ditali indici per fornire un profilo globale di soddisfazione.
Gli aspetti oggettivi ritenuti centrali nello studio del benessere sono sicuramente fattori economici (reddito, status sociale, occupazione..) e sociali (status coniugale, istruzione, ruoli..), ma anche fattori legati alla salute fisica (presenza di malattie, accessibilità alle cure mediche..).
Questo approccio, tipico della sociologia e dell’economia del welfare, è stato col tempo sostituito da una nuova visione più globale del concetto di benessere che tiene conto non solo degli aspetti oggettivi,  ma anche della percezione che i soggetti stessi hanno di tale situazione.
Numerosi studi hanno, infatti, dimostrato come questi indicatori non siano sufficientemente adeguati a fornire, da soli, una valutazione esaustiva del benessere.

Nasce così la consapevolezza che il concetto di qualità della vita sia caratterizzato anche da aspetti irriducibilmente soggettivi e che sia necessario identificare degli indicatori che siano in grado di coglierli.
Rifacendosi agli studi della psicologia cognitiva, l’idea è che ogni individuo elabora una propria interpretazione personale del concetto di benessere e che le stesse condizioni di vita a livello oggettivo possono essere percepite in modo nettamente diverso sulla base delle proprie caratteristiche individuali e del proprio stile di interazione con l’ambiente fisico e sociale. È risaputo come, in alcuni casi, gli individui siano in grado di percepire un buon livello di qualità della vita anche in condizioni oggettive sfavorevoli.
È a partire da queste evidenze che ci si rende conto di come la misurazione della soddisfazione sia fortemente influenzata dalle valutazioni che gli stessi individui forniscono circa le proprie condizioni di vita.
Nasce così il concetto di benessere soggettivo che, a partire dagli anni ’70, inizia ad attirare l’attenzione di molti psicologi già interessati ai temi tipici della Psicologia Positiva.

Tra gli autori che si sono dedicati allo studio del benessere soggettivo è importante citare Ed Diener che cercherà di fornire una definizione teorica precisa e univoca del concetto.

 

 

Buon Natale

dicembre 24, 2011

Ciao a tutti…

mi scuso per la prolungata assenza, ma questi lunghi mesi mi hanno permesso finalemente di laurearmi e diventare Dottore in Psicologia dello Sviluppo e della Comunicazione.
Una gran bella soddisfazione!
Ora inizia il bello….ma sono carica! 🙂

Per ora ne approfitto per fare a tutti tanti tanti auguri di Buona Natale!

E il prossimo anno prometto che tornerò…più attiva di prima!

Cos’è la felicità? La prospettiva edonica e eudaimonica del benessere

ottobre 17, 2011

Con il post di oggi vorrei iniziare una serie di articoli incentrati sul tema della Psicologia Positiva e del benessere. Essendo argomento centrale della mia tesi e un ambito che da un lato mi interessa molto e dall’altro è, al grande pubblico, poco conosciuto ho pensato che potesse essere utile e stimolante parlarne un po’ su questo blog.
Iniziamo oggi con una distinzione di base all’interno di questo campo di indagine.
Buona lettura!

La distinzione fondamentale nel campo di indagine della Psicologia Positiva è quella tra due diverse prospettive teoriche e filosofiche all’interno dell’ambito di ricerche sul benessere: la prospettiva edonica (Kahneman, Diener e Schwarz) e quella eudaimonica (Waterman,Ryan e Deci).
Per la tradizione edonica il benessere coincide con il piacere e la felicità, mentre per quella eudaimonica esso e si esprime nella realizzazione della propria vera natura.

Lo psicologo Kahneman definisce la “psicologia edonica” come lo studio di “ciò che rende le esperienze e la vita piacevoli o spiacevoli”. Egli identifica nella massimizzazione della felicità umana il suo scopo principale e riferisce il benessere principalmente alla dimensione affettiva e alla soddisfazione di vita.
La prospettiva edonica trova le sue basi filosofiche nella teoria di Aristippo del terzo secolo a.C. che definiva il piacere come bene esclusivo da ricercare, raggiungibile attraverso la capacità di mantenere il controllo nelle situazioni avverse e in quelle favorevoli per arrivare ad un adeguato adattamento. Lo scopo della vita veniva identificato nella sperimentazione del massimo livello di piacere e felicità, risultato della somma dei singoli momenti edonici.

Al contrario, il fondamento filosofico dell’eudaimonia può essere rintracciato negli studi di Aristotele. Il filosofo greco fu il primo ad introdurre il termine eudaimonia e criticò duramente l’idea di felicità intesa come semplice soddisfacimento di bisogni e desideri, andando a contrapporre “la vita piacevole con la vita buona”.
Aristotele parte nella sua trattazione da una domanda fondamentale: “Qual è il più alto di tutti i beni ottenibili con l’azione umana?” e all’interno della sua opera più importante intitolata “Etica Nicomachea” elabora la sua risposta proponendo il termine “eudaimonia” intesa come la tensione verso l’eccellenza sulla base esclusivamente del proprio potenziale.
La sua idea è che la vera felicità sia fondata sull’espressione delle proprie virtù e che il fine ultimo della vita sia quello di impegnarsi a realizzare la propria vera natura.
Secondo Waterman, l’autore che per primo tradusse la distinzione teorica “edonia vs. eudaimonia” proposta da Aristotele nelle nozioni psicologiche di “semplice piacere vs. espressione del sé”, l’eudaimonia può essere definita come: “the feelings accompanying behavior in the direction of, and consistent with, one’s true potential”.Essa va oltre al concetto di felicità e viene accostata al  benessere più in senso lato, inteso come generato dal rispetto e della realizzazione della propria vera natura e come il risultato dell’inseguimento e raggiungimento di obiettivi positivi (Ryan, Huta, e Deci, 2006). Il benessere non sarebbe quindi un risultato o uno stato finale, quanto piuttosto un processo di realizzazione personale.
Esso si può raggiungere vivendo secondo il proprio “vero sé”, svolgendo attività profondamente congruenti ai propri valori e alla propria natura e in grado di impegnare e coinvolgere in modo olistico, al punto da far sentire i soggetti intensamente vivi e autentici.

Cos’è per noi la felicità ?….forse non è così facile definirla come sembra! 🙂

Curare la depressione via Internet. Possibile?

ottobre 2, 2011

Le vacanze sono finite ed è ora di tornare al lavoro!In realtà le vacanze non è che siano mai iniziate veramente….la stesura della tesi occupa praticamente tutte le mie giornate da giungo a questa parte ma manca poco!
Mi scuso con tutti i lettori più o meno assidui per la mancanza di articoli negli utlimi mesi…ancora fino a dicembre  purtroppo sarà così perché il lavoro da fare è tanto e il tempo poco! 🙂
Ma quando riesco sbricio un po’ su Internet tra le utlime notizie e oggi ho trovato un articolo che ha attirato la mia attenzione…

Svezia. Curare la depressione via Internet è possibile, anzi, forse  anche più efficace. È questa l’idea proposta da Holländare Fredrik all’interno di una tesi di dottorato allaSchool of Health and Medical Science” dell’Università di Orebro.

Lo psicologo ha analizzato gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale mediata da Internet sia sui soggetti con depressione in corso, sia nelle situazioni di prevenzione delle ricadute.
E i risultati sono inaspettati: solo il 10% dei pazienti in cura con una terapia cognitivo-comportamentale accessibile sulla Rete ha avuto una ricaduta e ha sperimentato nuovi episodi depressivi, contro il 38% dei soggetti del gruppo di controllo che hanno seguito una tradizionale terapia faccia a faccia.

Holländare Fredrik sottolinea che lo scopo del trattamento accessibile su Internet non è quello di sostituire la terapia tradizionale. L’idea, però, è che tal metodo possa essere una buona alternativa per molte persone, dal momento che permette di scegliere più liberamente luogo e ora della seduta.
Sicuramente i vantaggi della terapia sono molteplici: maggiore comodità per i pazienti e disponibilità di un tempo maggior per poter colloquiare con il proprio psicoterapeuta. Infatti, a differenza delle sedute tradizionali, che non durano mai più di 45 minuti, la terapia via Internet può durare anche 2 ore o 2 ore e mezza per cicli di 10-15 settimane.
Inoltre, formando operatori specializzati in questa tecnica, a livello ipotetico in futuro si potrebbero aiutare più del quadruplo dei pazienti curati oggi.

Come mai questa terapia sembra funzionare? L’idea è che nella CBT ciò che conta non è il terapeuta come individuo, quanto i principi e le indicazioni pratiche che essi forniscono. E questi possono essere trasmessi con modalità molto diverse.

La depressione è ancora oggi una delle difficoltà psicologiche più diffuse e più difficili da gestire. Se la ricerca e gli studi in questo campo evolvono ciò non fa che aumentare le possibilità di arrivare a curare e prevenire veramente nel modo adeguato la depressione.
Forse questo metodo non sarà adatto a tutti, ma non è da sottovalutare l’intuizione che l’autore ha avuto: più trattamenti diversi esistono, in termini di tempi e modalità, maggiore sarà la possibilità di trovare il trattamento più adeguato per il nostro paziente!

Il Parenting Stress Index per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino

luglio 27, 2011

Un genitore può provare stress per il semplice fatto di essere genitore? Probabilmente sì e la presenza di un test standardizzato e ampiamente utilizzato in ambito clinico per la sua valutazione ne è la prova. Si tratta del PSI – Parenting Stress Index – che provo a presentarvi in breve.

Il PSI  valuta lo stress che il genitore sperimenta inteso come la discrepanza percepita dai genitori tra le risorse a disposizione e le esigenze dettate dal  ruolo. La percezione, spesso diffusa, di non farcela e non essere competenti può essere causata da 3 elementi: dalle caratteristiche del bambino (temperamento difficile, psicopatologia..), dalle caratteristiche del genitore (insicurezza, depressione, scarsa autostima…) o dalle caratteristiche del contesto (mancanza  di supporti formali o informali della rete sociale..). In particolare il test misura la percezione che il genitore ha di:

  • essere stressato/preoccupato
  • avere un figlio difficile
  • avere una relazione disfunzionale

La forma breve del PSI comprende  36 item su scala Likert a 5 punti (accordo- disaccordo) e ha alla base un modello teorico che analizza 3 sottodimensioni dello stress genitoriale:

  1. Distress genitoriale
  2. Interazione disfunzionale genitore-bambino
  3. Bambino difficile

Vediamo nello specifico le tre sottoscale per capire meglio di cosa si tratta:

Sottoscala distress genitoriale (PD): 12 item. Definisce il livello di distress che un genitore sta sperimentando nel suo specifico ruolo di genitore a causa di fattori personali, indipendenti dal bambino:  

  •  percezione della propria competenza genitoriale non adeguata
  •  stress associati alle restrizioni poste su altri ruoli vitali
  •  conflitto con l’altro genitore del bambino
  • mancanza di supporto sociale

Sottoscala interazione disfunzionale genitore-bambino (P-CDI): 12 item. Analizza la relazione col figlio percepita dal genitore come difficile:

* percezione del figlio come non rispondente alle proprie aspettative

* interazioni non gratificantil

* proietta questi sentimenti sul bambino avvertendolo come un elemento negativo nella propria vita.

* si considera respinto, sfruttato e estraneo al bambino.

 Sottoscala bambino difficile (DC): 12 item. Analizza alcune caratteristiche del comportamento del bambino e la percezione che il genitore ha di avere  un bambino difficile:

* Temperamento del bambino o comportamenti richiestivi  e di disobbedienza

Per quanto riguarda i punteggi si considerano normali valori compresi tra il 15° e l’80° percentile e alti quelli  uguali o superiori all’85° percentile.
Punteggi elevati nel livello di stress totale (calcolato sommando i punteggi delle 3 sottoscale) è indice della presenza di uno stress clinicamente significativo.
Punteggi elevati nella scala “Distress genitoriale” possono dare evidenza di una difficoltà del genitore causata da fattori personali e non legati alla relazione, specialmente se si hanno punteggi normali nella sottoscala “Bambino difficile”.
Punteggi elevati nella scala “Interazione disfunzionale genitore-bambino” può essere indice del fatto che il  genitore  si percepisce come respinto e deluso dal figlio   e che il legame sia minacciato. In questo caso bisogna porre particolare attenzione: se il punteggio supera il 95% percentile si parla di abuso potenziale e possibile maltrattamento.
Punteggi elevati nella sottoscala “Bambino difficile” sono indicatori della necessità da un alto di una consultazione psicologica del bambino e dall’altro di una serie di interventi educativi per i genitori sulle strategie di gestione del bambino.

Problem solving: la risoluzione costruttiva dei problemi

luglio 19, 2011

La terza life skills che rientra, insieme alle 2 precedenti, nel più vasto insieme delle life skills cognitive è il problem solving.

Probabilmente il termine vi è familiare. È infatti molto usato in ogni campo in cui entra in gioco l’attività mentale di “risoluzione dei problemi”. Ma di cosa si tratta?

Il problem solving viene definito come la capacità di risolvere in modo costruttivo i problemi. In modo più preciso questa life skills si definisce come “la capacità di un individuo di mettere in atto processi cognitivi per affrontare e risolvere situazioni reali e interdisciplinari, per le quali il percorso di soluzione non è immediatamente evidente.
Esistono 2 categorie di problemi principali: problemi cognitivi e problemi interpersonali. Ciò che li accomuna è il fatto che entrambi prevedono una discrepanza tra stato iniziale e stato finale e richiedono, quindi, una soluzione.
Il problem solving cognitivo è incentrato su cognitivi, situazioni caratterizzate da insoddisfazione e desiderio di  cambiare la struttura di un insieme di dati per raggiungere un certo obiettivo
Il problem solving interpersonale, invece, è il processo attraverso il quale i soggetti acquisiscono una serie di abilità sociali per risolvere problemi legati alle relazioni. Esso richiede la capacità di riconoscere i propri sentimenti e la capacità di decentramento dal proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro.

Il processo di risoluzione dei problemi richiede diverse fasi:

  • Riconoscimento del problema
  • Identificarne la natura
  • Generare diverse alternative di soluzione
  • Valutare le più adatte
  • Valutare l’efficacia dell’approccio scelto
  • Attuare la soluzione
  • Valutare i risultati

Ritornando allo schema di riferimento dei due diversi sistemi cognitivi proposto da Kahneman  si può dire che questa life skills richiede prima la disattivazione del sistema 1, degli automatismi per potersi esprimere.
Le persone che sanno risolvere bene i problemi sono quelle che sanno usare la cosiddetta cognitive reflection:  sanno attivare il sistema 2 e disattivare il sistema 1.
Si potrebbe dire, anzi, che i bravi risolutori di problemi sono quei soggetto che sanno attivare un ipotetico sistema 3 di ragionamento, che implica la capacità di cambiare il punto di vista e generare ipotesi alternative.
Se grazie al sistema 3 vi è un allargamento di prospettiva e viene favorita la ricerca di alternative, grazie al sistema 2 si ha l’analisi delle varie opzioni e valutazione.

Per saper risolvere bene i problemi sono richieste, quindi, sia capacità di pensiero divergente (per generare alternative nuove), sia capacità di convergenza (per giungere a definire la soluzione migliore).

 

 

 

Pensiero critico: l’abilità di analizzare e valutare le informazioni

giugno 25, 2011

(http//www.flickr.com/photos/darkroses)

La seconda life skills che vi presento oggi è il pensiero critico.

Il pensiero critico è l’abilità che ci consente analizzare in modo oggettivo le informazioni che già si possiedono, valutare e interpretare dati e esperienze al fine di giungere a conclusioni chiare e precise.
Avere buone capacità di riflessione di analisi critica della situazione non porta necessariamente a giungere alla conclusione vera: porta però sicuramente e crearsi un giudizio personale, attento e libero da pregiudizi.

Due autori in particolare, Facione e Ennis, hanno proposto un modello del pensiero critico.
Secondo questi autori esso è fondamentale per saper valutare le informazioni e ben progettare le azioni. Si tratterebbe non di una singola life skills ma di un insieme di sotto skills che portano il soggetto a saper svolgere 5 diverse operazioni:

  • Chiarificazione = capacità di focalizzare la questione e attribuire ad essa un significato
  • Analisi = capacità ad articolare la questione nei suoi aspetti diversi, analizzandone anche i punti impliciti
  • Valutazione = saper accertare il valore delle fonti di informazione verificandone l’attendibilità, l’accordo tra esse, la credibilità…
  • Influenza = capacità di ampliare i dati di partenza, tramite inferenze e deduzioni
  • Controllo = abilità nel saper monitorare il ragionamento durante tutto il processo

Come tutte le life skills ogni singola sotto skills può essere insegnata e ampliata con diversi interventi.

Riprendendo come spunto il modello di Kahneman esposto nel precedente post si potrebbe affermare che potenziare il pensiero critico significa aiutare le persone a passare dal’utilizzo del sistema 1 all’utilizzo del sistema 2.

In conclusione si può dire che il pensiero critico rientra di diritto tra le principali life skills in quanto permette di analizzare le esperienze in maniera obiettiva e può contribuire alla promozione della salute, aiutando i soggetti a riconoscere e valutare i fattori che influenzano i propri atteggiamenti, valori, comportamenti di salute e a limitare le influenze dei coetanei e dei mass-media.


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