Posts Tagged ‘Attenzione’

E se vedessimo solo ciò che è alla nostra destra? La Sindrome di Neglect

ottobre 11, 2010

È difficile mettersi nei panni di un bambino, un ragazzo, una donna che non vede letteralmente nulla di ciò che compare nel suo campo visivo sinistro…e non per un deficit visivo, ma bensì per un deficit neurologico!Come mai queste persone possono non sentire altri soggetti che parlano alla loro sinistra? Come fanno a non avere la percezione corporea dei loro arti sinistri?
Tutto questo è spiegabile dalla cosiddetta Sindrome di Neglect.

La sindrome neglect o negligenza spaziale unilaterale (NSU) è una sindrome, causata da un disturbo dell’attenzione selettiva spaziale, il cui sintomo maggiore è un deficit di consapevolezzadi tutti gli stimoli posti nello spazio d’azione opposto all’emisfero cerebrale lesionato. Quasi sempre la lesione è situata nell’emisfero destro ed il deficit si manifesta in un’incapacità di orientare l’attenzione in direzione opposta, quindi verso sinistra.
Si tratta di una delle patologie più frequentemente riscontrate dopo un danno cerebrale ed è una condizione neurologica e neuropsicologica nella quale, dopo il danneggiamento di alcune particolari zone del cervello la persona non considera più una parte dello spazio.
È importante ricordare che questa condizione non è data da un problma alle vie ottiche, ma da un deficit attentivo.
Le aree colpite sono principalmente il lobo parietale destro dell’encefalo e le aree corticali di ordine superiore, tanto è vero che si continuano a riscontrare potenziali evento-correlati nella corteccia visiva primaria, a dimostrazione del fatto che l’elaborazione sensoriale non è danneggiata
Oltre alla mancanza di consapevolezza dello spazio controlesionale, sono presenti altri deficit come riduzione delle capacità attentive, tendenza patologica a focalizzarsi sui dettagli, basse capacità di memoria visuospaziale e deficit nella pianificazione ed esecuzione di attività nell’emispazio controlesionale. Possono essere presenti anche deficit motori, rappresentativi, attenzionali ed esplorativi sempre per l’emispazio sinistro.

Il paziente si comporta come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza del lato sinistro dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo. Le caratteristiche principali della sindrome sono le seguenti:

  1. mancata risposta agli stimoli presentati controlesionalmente;
  2. significativa diminuzione dei movimenti di esplorazione verso lo spazio controlesionale;
  3. presenza della sintomatologia anche in assenza di deficit sensoriali o motori: il comportamento non può essere spiegato esclusivamente in termini percettivi o motori;

Nei casi più gravi i pazienti possono evidenziare una numerosa serie di sintomi collaterali quali la tendenza a non usare l’arto contro lesionale o la mancata interazione con persone presenti nello spazio negletto.

La diagnosi di negligenza può essere effettuata attraverso numerosi test. I più diffusi sono i seguenti:

  • Il disegno o copiatura di oggetti elementari (una margherita, un orologio) = il soggetto omette di disegnarne una parte, o sposta le componenti nella parte ipsilesionale

  • Cancellazione di linee in cui si chiede di barrare le linee disegnate su un foglio di carta = il soggetto agisce come se non vedesse le linee sulla sua sinistra

  • Disegno di un orologio = si chiede di disegnare a memoria il quadrante di un orologio.

 

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Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività: cos’è e come si manifesta

ottobre 1, 2010

Quante volte si sente dire in giro “Quel bambino è iperattivo!” da parte di genitori, insegnanti e gente comune. Ma vermente tutti i bmabini un po’ più vivaci della “norma” sono iperattivi? Cos’è veramente il disturbo da deficit di attenzione e iperattività? Cerchiamo di frae un po’ di chiarezza…

Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività (ADHD – Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini.
Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

La più recente descrizione del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è contenuta nel DSM-IV secondo il quale, per poter porre diagnosi di DDAI, un bambino deve presentare almeno 6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti; inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale.

A. Entrambi (1) o (2):

(1)    Sei (o più) dei seguenti sintomi di Disattenzione che persistano per almeno 6 mesi con un’intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo:

Disattenzione
a.       spesso fallisce nel prestare attenzione ai dettagli o compie errori di inattenzione nei compiti a scuola,nel lavoro o in altre attività;
b.      spesso ha difficoltà nel sostenere l’attenzione nei compiti o in attività di gioco;
c.       spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;
d.      spesso non segue completamente le istruzioni e incontra difficoltà nel terminare i compiti di scuola, lavori domestici o mansioni nel lavoro (non dovute a comportamento oppositivo o a difficoltà di comprensione);
e.      spesso ha difficoltà ad organizzare compiti o attività varie;
f.        spesso evita, prova avversione o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale sostenuto (es. compiti a casa o a scuola);
g.       spesso perde materiale necessario per compiti o altre attività (es. giocattoli, compiti assegnati, matite, libri, ecc.);
h.      spesso è facilmente distratto da stimoli esterni;
i.         spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

(2)    Sei (o più) dei seguenti sintomi di Iperattività-Impulsività che persistono per almeno 6 mesi ad un grado che sia disadattivo e inappropriato secondo il livello di sviluppo:

Iperattività
a)      spesso muove le mani o i piedi o si agita nella seggiola;
b)      spesso si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto;
c)       spesso corre in giro o si arrampica eccessivamente in situazioni in cui non è appropriato (in adolescenti e adulti può essere limitato ad una sensazione soggettiva di irrequietezza);
d)      spesso ha difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille in modo quieto;
e)      è continuamente “in marcia” o agisce come se fosse “spinto da un motorino”;
f)       spesso parla eccessivamente;

Impulsività
g)       spesso “spara” delle risposte prima che venga completata la domanda;
h)      spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno;
i)        spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri (es. irrompe nei giochi o nelle conversazioni degli altri).

B. I sintomi iperattivi-impulsivi o di disattenzione che causano le difficoltà devono essere presenti prima dei 7 anni.
C.
I problemi causati dai sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti (es. a scuola [o al lavoro] e a casa).
D.
Ci deve essere una chiara evidenza clinica di una significativa menomazione nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.
E.
I sintomi non si manifestano esclusivamente nel corso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici oppure che non siano meglio giustificati da altri disturbi mentali (es. Disturbi dell’Umore, Disturbi Ansiosi, Disturbi Dissociativi o Disturbi di Personalità).

Una specifica causa dell’ADHD non è ancora nota. Ci sono tuttavia una serie di fattori che possono contribuire a far nascere o fare esacerbare l’ADHD. Tra questi ci sono fattori genetici e le condizioni sociali e fisiche del soggetto.
Secondo la maggior parte dei ricercatori e sulla base degli studi degli ultimi quarant’anni il disturbo si ritiene abbia una causa genetica. Studi su gemelli hanno evidenziato che l’ADHD ha un alto fattore ereditario (circa il 75% dei casi). Altri fattori sono legati alla morfologia cerebrale, o anche possono essere legati a fattori prenatali e perinatali o a fattori traumatici.

L’ADHD si presenta tipicamente nei bambini (si stima che, nel mondo, colpisca tra il 3% e il 5% dei bambini) con un percentuale variabile tra il 30 e il 50% di soggetti che continuano ad avere sintomi in età adulta. Si stima che il 4,7% di statunitensi adulti conviva con l’ADHD.

Studi sui gemelli hanno mostrato che tra il 9% e il 20% dei casi di malattia può essere attribuito a fattori ambientali I fattori ambientali includono l’esposizione ad alcol e fumo durante la gravidanza e i primissimi anni di vita. La relazione tra tabacco e ADHD può essere trovata nel fatto che la nicotina causa ipossia nel feto. Complicanze durante la gravidanza e il parto possono inoltre giocare un ruolo nell’ADHD. Le infezioni (ad esempio la varicella) prese durante la gravidanza, alla nascita o nei primi anni di vita sono un fattore di rischio per l’ADHD.

Per la normalizzazione del comportamento di alcuni pazienti iperattivi e con deficit d’attenzione si sono rivelate efficaci, unitamente a terapie comportamentali, cambiamenti dello stile di vita, interventi clinico-psicologici anche alcune molecole psicoattive come il metilfenidato e l’atomoxetina. Ma critiche sono state mosse sull’uso di questi medicinali.

Per maggiori informazioni: www.aidaiassociazione.com/index.html

Ma i brain trainging funzionano davvero?

maggio 4, 2010

Sono ormai diffusi ovunque, su computer, consolle portatili e chi più ne ha più ne metta…ma gli esercizi di “Brain training” funzionano davvero?

Le prove di efficacia del brain training sulle funzioni cognitive sono deboli. È questo il risultato di  uno stiudio on-line condotto al’interno del programma scientifico Bang Goes the Theory della BBC. Si tratta del più vasto studio fino ad ora realizzato in materia preentato con un paper  su Nature da Adrian Owen del Medical Research Council dell’Università di Cambridge.

L’esperimento denominato Brain Test Britain viene lanciato nel settembre 2009 dalla BBC alla luce di precedenti studi che mettevano in dubbio l’utilità di tali metodologie di stimolazione del cervello. Esso aveva lo scopo di dimostrare su un ampio campione di popolazione se i giochi a computer potessero davvero tradursi in un miglioramento generale delle abilità cognitive quali la memoria, la pianificazione, le capacità di problem solving di chi li pratica abitualmente.

Lo studio ha coinvolto 11.000 soggtti tra i 18 e i 60 anni che sono stati suddivisi in tre gruppi

  • Il primo è stato sottoposto ad un brain training informatizzato di ragionamento, pianificazione e problem solving, per un minimo di dieci minuti al giorno, tre volte alla settimana, per un periodo di sei settimane.
  • Il secondo, con lo stesso impiego di tempo, si è concentrato su test per la memoria a breve termine, attenzione, elaborazione visuo-spaziale e matematica molto simili ai prodotti per “allenare la mente” che si trovano in commercio.
  • Infine, il terzo gruppo, di controllo, nello stesso tempo utilizzato dagli altri due, si è concentrato sulla ricerca in internet delle soluzioni a quiz particolarmente difficili.

Al termine dell’esperimento, pur avendo migliorato le prestazioni nei rispettivi compiti, i soggetti non avrebbero mostrato miglioramenti nelle abilità cognitive generali quali la memoria, il ragionamento e l’apprendimento, misurati con test “generali” svolti un prima volta all’inizio della ricerca.
In particolare, i benefici generali, ampliabili ad altri contesti, generati dal brain training non sono stati superiori a quelli derivanti dall’utilizzo di Google per la ricerca delle risposte.

I ricercatori sono sicuri:

I risultati sono chiari, le sessioni di brain training funzionano tanto quanto l’utilizzo di internet per sei settimane, non c’è differenza significativa fra le due attività. I risultati non forniscono alcuna prova di un miglioramento generalizzato della funzione cognitiva a seguito di un programma di formazione/allenamento del cervello in un ampio campione di soggetti adulti sani.

Potrebbe essere che il tempo di allenamento impiegato nello studio non sia stato sufficientemente lungo per generare “benefici trasferibili” anche in altri campi?
I ricercatori lo ritengono improbabile, poichè è stato individuato un rapporto trascurabile tra il numero di sessioni d’allenamento e l’importo del beneficio trasferibile.

Ma le critiche già non mancano.
Fra gli altri, il neurologo Peter Snyder della Brown University esprime alcuni dubbi metodologici:

Lo studio sarebbe debole su più fronti, perché realizzato su un campione troppo giovane e composto da soli volontari, che avrebbero una naturale inclinazione a praticare questi test: in sostanza, quello studiato in Brain Test Britain sarebbe un campione ad elevate prestazioni, non certo comparabile con il target dei programmi commerciali, destinati ad adulti sopra i 60 anni, che avrebbero ottenuto punteggi di ingresso più bassi e, quindi, miglioramenti più significativi.

Nonostante il dibattito ancora aperto questi risultati saranno di sicuro una sorpresa per i milioni di persone che decidono di utilizzare questi “giochi” con l’idea così di poter esercitare regolarmente il cervello e migliorarne le prestazioni.
Ma sorge una domanda: veramente le persone acquistano questi giochi per migliorare le loro abilità o piuttosto li utilizzano come semplice forma di svago e di divertimento?

E poi forse pensare che bastino così poco tempo, impegno e risorse per mantenere giovane e attivo il cervello e che l’allenamento in specifici compiti possa portare a miglioramenti generalizzati è un’utopia…

Per la lettura completa dell’articoloi: Owen AM, Putting brain training to the test, Nature

EmpowerMENTE: esercizi per allenare la mente!

settembre 23, 2009

Come poter fare per allenare la vostra memoria? Dove trovare degli esercizi per migliorare le proprie capacità attentive?

Ecco un sito al riguardo molto interessante.  Si tratta di “EmpowerMENTE” che propone un percorso di potenziamento mentale, con esercizi per migliorare le abilità attentive, la memoria e le capacità di orientamento spaziale.

Questi esercizi sono molto utili non solo per anziani o persone che presentano un decadimento cognitivo, ma anche per giovani e adulti perché mantenere allenata la propria mente è uno “sport” che deve essere praticato con costanza!

Andate sul sito, allenatevi e divertitevi!!

http://www.empowermente.com/

Una ricerca sul ruolo dell’attenzione e delle emozioni nel golf

settembre 14, 2009

Avete mai pensato al ruolo che rivestono l’attenzione e altre capacità cognitive nel gioco del glof? Ecco una ricerca che si propone di indagare il ruolo delle emozioni e dell’attenzione in questo sport.
Si tratta di una ricerca svolta da una studentessa di Psicologia che mette a confronto le prestazione di giocatori esperti e inesperti al fine di delineare il profilo del giocatore ideale!

Ecco l’introduzione di presentazione dello studio…

Il presente elaborato nasce dalla volontà di esplorare la relazione tra componenti cognitive ed emotive nell’attività sportiva. Nello specifico l’obiettivo consiste nel comprendere quali siano le differenze tra sportivi esperti e non esperti a livello dei due elementi considerati e delineare quali siano i punti di forza e debolezza di una prestazione sportiva ottimale.
Per raggiungere questo obiettivo viene proposta una panoramica teorica sul ruolo della concentrazione nello sport e viene approfondita la relazione sussistente tra l’attivazione e la regolazione emotiva nelle prestazioni sportive. Al fine di indagare gli elementi che favoriscono una buona performance è stato introdotto un paragrafo sul mental training per comprendere gli aspetti su cui si focalizza e delineare al meglio un ideale di sportivo di successo. Questi elementi teorici sono alla base della ricerca presente in questo elaborato. Tale indagine è stata mossa dall’intenzione di comprendere il ruolo degli stili attentivi, della regolazione emotiva e della capacità di pianificazione nella prestazione sportiva.
Lo sport preso in considerazione è il golf. Tale scelta è stata guidata da considerazioni sulla natura propria del gioco. Il golf è uno degli sport individuali in cui è più rilevante il peso della componente psiconervosa. Il giocatore di golf, in misura maggiore rispetto ad altre attività sportive, ha bisogno di concentrazione e di una gestione delle risorse attentive distesa nel tempo, una gara di golf infatti dura in media cinque ore. Deve inoltre presentare un’elevata stabilità emotiva, una buona capacità di resistenza alla frustrazione e di presa di decisioni in tempi rapidi. Deve essere inoltre in grado di visualizzare, memorizzare ed anticipare mentalmente il colpo da effettuare.

Per chi fosse interessato alla ricerca: http://sites.google.com/site/comunicazione20082009/tesi-1/attenzione-al-golf-analisi-delle-componenti-emotivo-cognitive-in-giocatori-esperti-e-inesperti


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