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Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

Gli psicofarmaci più diffusi (4): gli stabilizzatori dell’umore contro le oscillazioni tra mania e depressione

marzo 21, 2011

quasicasa

L’ultima categoria di farmaci che prendiamo in considerazione sono gli stabilizzatori dell’umore. Anch’essi possono essere inclusi nella macrocategoria degli antidepressivi ma hanno lo scopo di ridurre i sintomi di soggetti affetti da disturbo bipolare e regolarizzare le oscillazioni patologiche tra mania e depressione.

Il primo stabilizzatore ad essere scoperto è stato il litio, individuato, per caso, da Cade nel 1817. Tale sostanza, utilizzata per la cura della gotta e per pazienti con ipertiroidismo e ipotiroidismo, inizia ad essere utilizzata con pazienti con psicosi maniaco-depressive da quando lo stesso Cade si accorge di una certa analogie tra le due categorie di patologie.
Si tratta di un catione che modifica la fisiologia delle membrane cellulari attraverso un’alterazione degli scambi Na e K ed  utilizzato soprattutto per episodi acuti maniacali, per la prevenzione recidive maniacali e depressive nel disturbo bipolare e per la cura di forme depressive resistenti all’azione antidepressiva.
Importante sottolineare che il litio ha un range terapeutico (da 0.6 a 1.2 mEq/l) al di là del quale la sostanza ha gravi effetti tossici.
Altri stabilizzatori dell’umore sono la carbamazepina e il sodio valproato inizialmente usati come epilettici e oggi utilizzati negli stessi casi del litio.
Infine, vi  è la lamotrigina spesso utilizzato come anticonvulsionante, ma anche per la cura della depressione bipolare e per le recidive depressive e maniacali dei pazienti con disturbo bipolare

Tutti questi farmaci presentano numerosi e importanti effetti collaterali. Il litio, in particolare, può portare a diarrea, aumento della diuresi, diabete e ipotiroidismo; la carbamazepina può generare effetti neurologici e un aumento transaminasi; il sodio valproato causa tremori, senso di sedazione e la lamotrigina sintomi simil influenzali.
Più gravi, ovviamente, sono gli effetti tossici, rilevanti però solo per il litio. Come detto esso, al superamento del range terapeutico, può comportare convulsioni, tremori, alterazioni fisiologiche e può portare anche al coma.

 

 

 

Gli psicofarmaci più diffusi (3): gli antidepressivi contro i disturbi dell’umore

marzo 13, 2011

ANTIDEPRESSIVI

Gli antidepressivi sono i farmaci più utilizzati nella cura dei disturbi dell’umore (disturbi psichiatrici che hanno come sintomo centrale l’alterazione dell’umore). Le alterazioni d’umore possono essere a livello di deflessione del tono, depressione o esaltazione del tono, mania.

L’effetto atteso di tali farmaci è la normalizzazione (stimolazione) della trasmissione di alcuni neurotrasmettitori che si ritiene alterata in alcuni gravi disturbi affettivi e ansiosi. In particolare si ritiene che la depressione sia in parte determinata dalla ridotta presenza di serotonina e noradrenalina.
Le sostanze antidepressive agiscono a diversi livelli: bloccando il recettore pre-sinaptico, inibendo la ricaptazione sinaptica del neurotrasmettitore e gli enzimi catabolizzanti gli stessi e regolando i recettori post-sinaptici.
Essi sono usati principalmente contro disturbi e episodi depressivi, ma anche per disturbi ossessivi compulsivi e attacchi di panico.

Gli antidepressivi vengono divisi in un gran numero di classi diverse, ma ilr aggruppamento principale avviene suddividendo farmaci di prima e di seconda generazione.
Della prima generazione fanno parte principalmente i triciclici, così chiamati per la struttura ciclica,a 3 anelli. Essi agiscono principalmente su noradrenalina e serotonina e hanno un ampio spettro di azione, ma anche un maggior numero di effetti collaterali.
Della seconda generazione fanno aprte invece 6 diversi tipi di antidepressivi: gli IMAO, gli eterociclici, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), gli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (SNRI), gli inibitori della ricaptazione della noradrenalina (NaRI) e gli antidepressivi noradrenergici e selettivi setoroninergici  (NaSSa)

In generale tali farmaci risultano avere tutti diversi effetti collaterali che tendono però ad attenuarsi nel corso del trattamento e, come detto, sono più numerosi e resistenti negli antidepressivi di prima generazione.
Nel caso dei triciclici essi possono riguardare il sistema cardiovascolare e aspetti neurologici e vegetativi; possono inoltre causare deliri, sonnolenza e sedazione. Gli SSRI generano, invece, più problemi a livello gastrointestinale, psichico e sessuale.
Va tenuto conto del fatto che, a dosi eccessive, tutte queste sostanze possono creare effetti tossici, condurre al coma e portare alla cosiddetta sindrome serotoninergica dovuta all’ eccessivo potenziamento della trasmissione della serotonina (tremori, ipertensione..).

Gli psicofarmaci più diffusi (2): gli antipsicotici per il controllo dei sintomi psicotici

febbraio 18, 2011

(Anael Raziel)

Oggi è l’ora di parlare degli antipsicotici…

ANTIPSICOTICI

Gli antipsicotici, detti  anche tranquillanti maggiori, sono utilizzati per controllare e ridurre i sintomi positivi e negativi delle psicosi. I sintomi positivi sono manifestazioni che riflettono un eccesso delle normali funzioni (deliri, allucinazioni..), mentre quelli negativi danno evidenza di una diminuzione o perdita di normali funzioni (passività, ritiro sociale..).
In generale, questi farmaci sono usati anche per trattare gli stati melanconici e favoriscono la disponibilità del paziente ad altre proposte terapeutiche rendendolo più recettivo.
Sono utilizzati principalmente per curare schizofrenia e disturbi psicotici, agitazione motoria, eccitamento e depressione con sintomi psicotici.

Gli antipsicotici si distinguono in due macrocategorie.
I primi, antipsicotici tradizionali, sono i neurolettici che portano ad un blocco specifico della dopamina. I più importanti sono la cloropromazina, aloperidolo e, le più efficaci, fenotiazine.
Come detto, essi agiscono inibendo il recettore dopaminergico di tipo D2.
Gli effetti indesiderati dei neurolettici sono però numerosi e molto diffusi, in particolare di tipo neurologico, motorio (extrapiramidali) e endocrino.

Con un minor numero di effetti collaterali e con un’azione più potente anche sui sintomi negativi sono il secondo gruppo di antipsicotici, agli antipsicotici atipici.
Essi agiscono sulla trasmissione sia dopaminergica che serotoninergica bloccando i recettori  di dopamina e serotonina. Come detto hanno la stessa efficacia dei neurolettici sui sintomi positivi, ma maggiore efficacia su quelli negativi.
I più famosi sono la clozapina, l’aripiprazolo e il risperidone.
Gli effetti indesiderati sono meno presenti e riguardano aumento peso, sonnolenza e vertigini. Bisogna solo porre particolare attenzione al livello pressione arteriosa.

E’ importante sottolineare che, negli antipsicotici, esistono anche degli effetti tossici da sovradosaggio: depressione respiratoria, ipotensione, convulsioni e la cosiddetta sindrome neurolettica maligna che può portare anche alla morte.

 

Gli psicofarmaci più diffusi: gli ansiolitci per la cura dell’ansia

febbraio 15, 2011

(Rima Xaros)

Che differenza c’è tra antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici? Ecco un riassuntino a tappe semplice semplice che proverà a schiarire un po’ le idee!
Oggi iniziamo con gli ansiolitici!

ANSIOLITICI

Gli ansiolitici, detti anche tranquillanti minori, sono i farmaci contro l’ansia patologica (considerata come una situazione di attivazione sproporzionata delle funzioni psicofisiche del soggetto in reazione a stimoli esterni di pericolo).
Gli ansiolitici oggi più comuni e famosi sono le benzodiazepine che hanno sostituito, intorno agli anni ’50, i più controindicati barbiturici. Le benzodiazepine sono preferite a tutti gli altri ansiolitici in quanto anche a dosi elevate non sono mortali. Il più comune ansiolitico oggi è il Valium.

L’effetto atteso degli ansiolitici è quello di indurre un rallentamento generale della neurotrasmissione in particolari aree  cerebrali (mesolimbiche e mesocroticali). Ciò viene ricercato facilitando la neurotrasmissione GABA-mediata (inibitoria)nel SNC.
Tali farmaci sono usati principalmente per stati e sindromi ansiose, insonnia breve e agitazione e hanno effetto calmante, funzioni ansiolitiche, ipnoinducenti e anticonvulsivanti.

Come detto ad alte dosi non portano alla morte, ma creano sonnolenza anche se presentano alcuni effetti indesiderati come: eccessiva sedazione, diminuzione della performance psicomotoria, amnesia anterograda oltre che rischio di dipendenza e confusione mentale.

Altri farmaci non benzodiazepinici utilzzati contro l’ansia sono gli antistaminici e il buspirone.
Diffusi in passato, ma eliminati dal commercio per gli eccessivi effetti colalterali sono stati invece il cloralio, i sali di bromuro e il meprobamato.

Amore e chimica: a San Valentino misuriamo ossitocina e vasopressina!

febbraio 11, 2011

Ridurre l’amore ad una formula chimica? Gli esperti ne sono convinti da tempo: la passione amorosa è questione di chimica, in ogni sua sfumatura e gli elementi chimici hanno un ruolo fondamentale in tutte le relazioni.
Ce lo ricorda, in occasione di San Valentino, il Consiglio Nazionale dei Chimici, regalandoci delle indicazioni su come scegliere il partener giusto e misurare il livello di infedeltà!

Ma quali sono gli elementi chimici che entrano in gioco?

Per quanto riguarda l’infedeltà un indicatore potrebbe essere la presenza di valori bassi di vasopressina.
La donna da scegliere come compagna per la vita, invece, dovrebbero essere dotata di molta ossitocina.
Allo stesso modo, negli uomini, il testosterone alle stelle è sinonimo di una passione travolgente e di forte attrazione fisica. I feromoni, invece, sono responsabili dell’attrazione.

E l’amore romantico? Questione di feniletilamina (PEA), dopamina e norepinefrina e di una bassa attività di serotonina nel cervello.
Durante le prime fasi dell’innamoramento sentiamo il bisogno di sentire spesso il partner proprio per via della feniletilamina, una molecola che rilascia la dopamina e stimola un forte attaccamento all’altro.

Che questi aspetti chimici siano la causa, i trasmettitori o solo un effetto del sentimento non si sa…ma di sicuro giocano un ruolo importante!

Un ultima cosa per voi maschietti…a San Valentino (e tutto l’anno) datevi fa fare con coccole e carezze per far salire alle stelle i livelli di ossitocina della vostra amata!
E noi femminucce…troviamo il modo di misurare la vasopressina così da scegliere il perfetto partner fedele! 🙂

Tratto da:www.medicinalive.com

Vivere senza l’amigdala…e senza paura!

dicembre 21, 2010

Dopo aver parlato della paura un interessante caso quanto mai stupefacente!

Si chiama, per una questione di privacy, solo “SM”, e da mesi sta facendo impazzire gli scienziati di mezzo mondo. Si tratta di una donna dell’Iowa, negli Stati Uniti, che vive in una condizione che a primo impatto farebbe invidia a tutti noi: la mancanza di paura. In realtà si tratta di una patologia grave in quanto è proprio la coscienza della paura, ma anche di tutte le altre emozioni, ad aver permesso all’uomo di evolversi e agli animali di sopravvivere, perché se si teme un pericolo lo si evita.

Lei non ci riesce, non perché sia ingenua o poco intelligente, ma finalmente si è capito il motivo: le manca l’amigdala. Denominato anche “centro delle emozioni”, l’amigdala è un piccolo fascio di nervi che si trova nel lobo temporale del cervello ed ha forma di una mandorla. Il suo compito è integrare i processi neurologici superiori come le emozioni, ed è sede della memoria emozionale, cioè lì risiedono tutti i ricordi negativi che ci fanno tornare la paura quando situazioni simili si ripresentano, ma anche quelli positivi. Se a lei manca quest’area si spiega facilmente come mai non abbia paura.

Ma più precisamente cosa significa non avere paura? I ricercatori le hanno posto addosso dei sensori neuronali per registrare qualsiasi variazione dell’umore, e poi l’hanno sottoposta ad una serie di prove al limite della sopportazione umana come farla entrare in una stanza con delle tarantole e dei serpenti, farla assistere a dei film horror e farla parlare in carcere con dei detenuti accusati di omicidi e stupri. Come ha reagito? Accarezzava le tarantole, i film horror le erano indifferenti e con i serial killer dialogava come se fosse al bar con un’amica. Per questo motivo i suoi familiari preferiscono non farla mai uscire di casa da sola.

Lo studio di questa sua condizione, spiegano i ricercatori, è molto importante in quanto potrebbe svelare nuove tecniche per curare quelle persone che soffrono di fobie e ansia che non permettono una vita normale, o curare quei migliaia di soldati che, tornati dalle guerre, cadono in depressione e spesso si tolgono la vita.

Tratto da: www.medicinalive.com

E se vedessimo solo ciò che è alla nostra destra? La Sindrome di Neglect

ottobre 11, 2010

È difficile mettersi nei panni di un bambino, un ragazzo, una donna che non vede letteralmente nulla di ciò che compare nel suo campo visivo sinistro…e non per un deficit visivo, ma bensì per un deficit neurologico!Come mai queste persone possono non sentire altri soggetti che parlano alla loro sinistra? Come fanno a non avere la percezione corporea dei loro arti sinistri?
Tutto questo è spiegabile dalla cosiddetta Sindrome di Neglect.

La sindrome neglect o negligenza spaziale unilaterale (NSU) è una sindrome, causata da un disturbo dell’attenzione selettiva spaziale, il cui sintomo maggiore è un deficit di consapevolezzadi tutti gli stimoli posti nello spazio d’azione opposto all’emisfero cerebrale lesionato. Quasi sempre la lesione è situata nell’emisfero destro ed il deficit si manifesta in un’incapacità di orientare l’attenzione in direzione opposta, quindi verso sinistra.
Si tratta di una delle patologie più frequentemente riscontrate dopo un danno cerebrale ed è una condizione neurologica e neuropsicologica nella quale, dopo il danneggiamento di alcune particolari zone del cervello la persona non considera più una parte dello spazio.
È importante ricordare che questa condizione non è data da un problma alle vie ottiche, ma da un deficit attentivo.
Le aree colpite sono principalmente il lobo parietale destro dell’encefalo e le aree corticali di ordine superiore, tanto è vero che si continuano a riscontrare potenziali evento-correlati nella corteccia visiva primaria, a dimostrazione del fatto che l’elaborazione sensoriale non è danneggiata
Oltre alla mancanza di consapevolezza dello spazio controlesionale, sono presenti altri deficit come riduzione delle capacità attentive, tendenza patologica a focalizzarsi sui dettagli, basse capacità di memoria visuospaziale e deficit nella pianificazione ed esecuzione di attività nell’emispazio controlesionale. Possono essere presenti anche deficit motori, rappresentativi, attenzionali ed esplorativi sempre per l’emispazio sinistro.

Il paziente si comporta come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza del lato sinistro dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo. Le caratteristiche principali della sindrome sono le seguenti:

  1. mancata risposta agli stimoli presentati controlesionalmente;
  2. significativa diminuzione dei movimenti di esplorazione verso lo spazio controlesionale;
  3. presenza della sintomatologia anche in assenza di deficit sensoriali o motori: il comportamento non può essere spiegato esclusivamente in termini percettivi o motori;

Nei casi più gravi i pazienti possono evidenziare una numerosa serie di sintomi collaterali quali la tendenza a non usare l’arto contro lesionale o la mancata interazione con persone presenti nello spazio negletto.

La diagnosi di negligenza può essere effettuata attraverso numerosi test. I più diffusi sono i seguenti:

  • Il disegno o copiatura di oggetti elementari (una margherita, un orologio) = il soggetto omette di disegnarne una parte, o sposta le componenti nella parte ipsilesionale

  • Cancellazione di linee in cui si chiede di barrare le linee disegnate su un foglio di carta = il soggetto agisce come se non vedesse le linee sulla sua sinistra

  • Disegno di un orologio = si chiede di disegnare a memoria il quadrante di un orologio.

 

La terza settimana della Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale

settembre 22, 2010

È in corso in questi giorni (20-26 settembre 2010) e in diverse regioni italiane la terza edizione della Settimana della Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale, organizzata da Mens Sana, associazione non profit per la ricerca neuropsicologica, con sede a Monza (MI)
Durante queste giornate  l’associaizone  propone di effettuare uno screening delle facoltà cognitive della popolazione, soprattutto oltre i 50 anni d’età, e di insegnare il fitness della mente, basato sulla “ginnastica” cerebrale, alla fine di, per così dire, “togliere anni alla mente” e non solo al corpo.

Tutti, e a qualsiasi età, siamo a rischio di deficit delle funzioni cognitive, stressate da vari fattori esistenziali. Calo di memoria o di concentrazione e altri “guasti” si possono contrastare con “armi” simili a quelle che bloccano l’orologio del tempo negli altri organi.
Il pirmo passo è compiere un check-up della mente, una verifica del proprio stato intellettivo che, durante la Settimana di Assomensana, si potrà prenotare ed effettuare gratuitamente tramite una delle 200.000 cartoline, distribuite presso centri commerciali, negozi, centri benessere, farmacie e studi medici. Nelle sedi prestabilite, gli interessati saranno sottoposti dagli specialisti a particolari TEST atti a stabilire le abilità cognitive del soggetto, come la fluenza verbale e l’astrazione e otterrano un profilo neuropsicologico che servirà a rintracciare eventuali punti deboli da rafforzare con strategie mirate. A questo punto si parte con u training cognitivo personalizzato!

Ma attenzione! Il “fitness per la mente” richiede opportuni comportamenti nel quotidiano e anche a tavola. Una regolare attività motoria contrasta il decadimento fisico e quello mentale in quanto riduce i danni legati all’eccesso di cibo e ai processi degenerativi dei radicali liberi. Inoltre, secondo studi americani, una dieta ricca di verdura e frutta, con l’aggiunta di cioccolato (per la felicità dei più golosi) fornirebbe flavonoidi antiossidanti, in grado di potenziare il cervello e di aumentare la capacità di apprendimento e la memoria.

Per saperne di più: www.assomensana.it/Prevenzione/settimana-contro-invecchiamento.php

Ma i brain trainging funzionano davvero?

maggio 4, 2010

Sono ormai diffusi ovunque, su computer, consolle portatili e chi più ne ha più ne metta…ma gli esercizi di “Brain training” funzionano davvero?

Le prove di efficacia del brain training sulle funzioni cognitive sono deboli. È questo il risultato di  uno stiudio on-line condotto al’interno del programma scientifico Bang Goes the Theory della BBC. Si tratta del più vasto studio fino ad ora realizzato in materia preentato con un paper  su Nature da Adrian Owen del Medical Research Council dell’Università di Cambridge.

L’esperimento denominato Brain Test Britain viene lanciato nel settembre 2009 dalla BBC alla luce di precedenti studi che mettevano in dubbio l’utilità di tali metodologie di stimolazione del cervello. Esso aveva lo scopo di dimostrare su un ampio campione di popolazione se i giochi a computer potessero davvero tradursi in un miglioramento generale delle abilità cognitive quali la memoria, la pianificazione, le capacità di problem solving di chi li pratica abitualmente.

Lo studio ha coinvolto 11.000 soggtti tra i 18 e i 60 anni che sono stati suddivisi in tre gruppi

  • Il primo è stato sottoposto ad un brain training informatizzato di ragionamento, pianificazione e problem solving, per un minimo di dieci minuti al giorno, tre volte alla settimana, per un periodo di sei settimane.
  • Il secondo, con lo stesso impiego di tempo, si è concentrato su test per la memoria a breve termine, attenzione, elaborazione visuo-spaziale e matematica molto simili ai prodotti per “allenare la mente” che si trovano in commercio.
  • Infine, il terzo gruppo, di controllo, nello stesso tempo utilizzato dagli altri due, si è concentrato sulla ricerca in internet delle soluzioni a quiz particolarmente difficili.

Al termine dell’esperimento, pur avendo migliorato le prestazioni nei rispettivi compiti, i soggetti non avrebbero mostrato miglioramenti nelle abilità cognitive generali quali la memoria, il ragionamento e l’apprendimento, misurati con test “generali” svolti un prima volta all’inizio della ricerca.
In particolare, i benefici generali, ampliabili ad altri contesti, generati dal brain training non sono stati superiori a quelli derivanti dall’utilizzo di Google per la ricerca delle risposte.

I ricercatori sono sicuri:

I risultati sono chiari, le sessioni di brain training funzionano tanto quanto l’utilizzo di internet per sei settimane, non c’è differenza significativa fra le due attività. I risultati non forniscono alcuna prova di un miglioramento generalizzato della funzione cognitiva a seguito di un programma di formazione/allenamento del cervello in un ampio campione di soggetti adulti sani.

Potrebbe essere che il tempo di allenamento impiegato nello studio non sia stato sufficientemente lungo per generare “benefici trasferibili” anche in altri campi?
I ricercatori lo ritengono improbabile, poichè è stato individuato un rapporto trascurabile tra il numero di sessioni d’allenamento e l’importo del beneficio trasferibile.

Ma le critiche già non mancano.
Fra gli altri, il neurologo Peter Snyder della Brown University esprime alcuni dubbi metodologici:

Lo studio sarebbe debole su più fronti, perché realizzato su un campione troppo giovane e composto da soli volontari, che avrebbero una naturale inclinazione a praticare questi test: in sostanza, quello studiato in Brain Test Britain sarebbe un campione ad elevate prestazioni, non certo comparabile con il target dei programmi commerciali, destinati ad adulti sopra i 60 anni, che avrebbero ottenuto punteggi di ingresso più bassi e, quindi, miglioramenti più significativi.

Nonostante il dibattito ancora aperto questi risultati saranno di sicuro una sorpresa per i milioni di persone che decidono di utilizzare questi “giochi” con l’idea così di poter esercitare regolarmente il cervello e migliorarne le prestazioni.
Ma sorge una domanda: veramente le persone acquistano questi giochi per migliorare le loro abilità o piuttosto li utilizzano come semplice forma di svago e di divertimento?

E poi forse pensare che bastino così poco tempo, impegno e risorse per mantenere giovane e attivo il cervello e che l’allenamento in specifici compiti possa portare a miglioramenti generalizzati è un’utopia…

Per la lettura completa dell’articoloi: Owen AM, Putting brain training to the test, Nature


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