Posts Tagged ‘Dipendenze’

Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

La drunkoressia: digiunare per poter bere

gennaio 15, 2011

Ogni tanto stupisce proprio come i giovani di oggi abbaino creatività e inventiva nel crearsi nuovi modi per distruggersi e farsi del male…se almeno incanalassero questa fantasia in altro di più salutare…

Dopo l’anoressia e la bulimia (purtroppo sempre più in diffusione e “figlie del nostro tempo”) nasce tra i ragazzi la drunkoressia (termine coniato dai giornalisti del “New York Times” anche se non ancora riconosciuto dalla medicina ufficiale).
Si tratta in sostanza di astinenza dal cibo per potersi permettere l’abbuffata alcolica. È spesso accompagnata dall’anoressia vera e propria proprio perché le ragazze “malate di dieta” sanno benissimo che cocktail alcolici hanno calorie..e tante!Allora meglio non mangiare, ma non rinunciare ad una serata tra amici.
L’alcol disinibisce e facilita le relazioni sociali. Oltre a dimagrire, infatti, per queste ragazze l’obiettivo è quello di farsi accettare dal gruppo dei pari, in particolare i maschi la cui assunzione di alcolici è legata al divertimento ed alle emozioni.
La volontà di dimagrire, quindi, non è fine a sé stessa, ma è strumentale all’assunzione di alcol. Inoltre, a vantaggio di queste ragazze, c’è il fatto che l’alcol, grazie alla relativo contenuto di zuccheri, procura un senso di sazietà che permette di non avvertire la fame.

Negli USA questo tipo di patologia è stata identificata già un paio di anni fa.
Secondo uno studio citato sulla Fox tv il 30 per cento delle ragazze americane in età di college – quasi una su tre – è pronta a ridurre drasticamente quanto mettono sul piatto pur di poter bere liberamente la sera con gli amici.

Come per anoressia e bulimia le conseguenze sulla salute sono gravissime: squlibri elettrolitici, patologie renali, neurologiche, cardiovascolari, amenorrea, ulcere dell’esofago e problemi al cavo orale. Ad essi si aggiungono gli effetti causati direttamente dall’alcol: patologie del cavo orale e dell’esofago, disturbi dell’apparato gastro-intestinale, patologie epatiche.

Gli aspetti psicologici di Facebook: dalle opprtunità al rischio di dipendenza

giugno 15, 2010

Oggi voglio riportarvi un interessante articolo pubblicato sulla rivista “Psicologia Contemporanea” (n. 219 – Mag/Giu 2010) nel quale viene fatta un’attenta analisi sulla Comunicazione e sulle Nuove Tecnologie e in particolare sul sociale network Facebook.

Ecco a voi gli spunti e gli elementi elementi tratti dall’articolo stesso che ritengo amggiormente interessanti…

Perché si usa facebook?

Una ricerca (Joinson, 2008) condotta su un campione di utenti inglesi ha individuato sei motivazioni dell’uso di Facebook.

• Connessione sociale
Rintracciare persone conosciute in passato, restare in contatto con i propri amici e sapere cosa stanno facendo, mantenere relazioni con persone che difficilmente si incontrerebbero.

• Condivisione di identità.
Prendere parte a gruppi, organizzare e partecipare a eventi, rintracciare persone con opinioni simili.

• Uso delle foto.
Le foto assumono una funzione sociale: attraverso le operazioni di condivisione e di tagging (segnalare la presenza di una persona all’interno della foto) si possono acquisire nuove informazioni.

• Uso delle applicazioni.
L’utente ha la possibilità di conoscere e provare molte applicazioni (come giochi, programmi o quiz) perchè può scoprire che esse vengono utilizzate da alcuni dei suoi contatti.

• Investigazione sociale.
Attraverso Facebook si possono conoscere nuove persone sulla base di particolari criteri oppure osservare le attvità dei propri amici, anche in modo intrusivo.

• Navigare tra le reti sociali (social network surfing).
Facebook consente di accedere alla conoscenza di nuove persone. Esplorando le reti sociali dei propri amici, visitando i profili di utenti che non si conoscono direttamente è possibile allargare la rete dei propri contatti.

• Aggiornamento.
Utilizzare particolari funzioni di Facebook, come lo “status” e gli “aggiornamenti”, per conoscere e farsi conoscere dagli altri.

Opportunita’ vs dipendenza
Facebook è uno dei più popolari social network presenti in rete. Nato per connettere tra loro gli studenti di uno stesso campus universitario, ha ampliato esponenzialmente il numero dei suoi utenti, lasciando inalterata la sua principale caratteristica: collezionare e collegare tra loro le identità degli iscritti. Data l’influenza che il fenomeno comincia ad avere nelle relazioni umane, diventa sempre più necessaria anche una sua lettura psicologica.
Prima di qualificare Faccbook come “buono” o “cattivo” è bene comprendere quali siano le principali motivazioni sottese al suo uso.
In generale, questo social network propone ai suoi utenti un ampio ventaglio di opportunità: comunicare, ma anche esplorare, conoscere, definirsi, mettersi alla prova, affiliarsi. Inoltre, la sua stessa struttura è ricca di “affordance”: lo spazio virtuale diviene ambiente percettivo dove icone e bottom rimandano intuitivamente alla loro funzione. Di conseguenza, accessibilità e controllo, insieme alla varietà delle operazioni possibili, ne rendono l’uso piacevole e gratificante.
Il problema è che a questi aspetti sono immediatamente legate altre importanti questioni psicologiche. Guardando, infatti, all’altro lato della medaglia, accessibilità, controllo ed eccitazione per la mole di input a disposizione sono anche i tre fattori che facilitano l’insorgenza di comportamenti di dipendenza (Young. 1998).
Non mancano, infatti, all’interno del web le definizioni di un presunto “Facebook Addiction Disorder” e non è difficile trovare prontuari che suggeriscono i passi necessari per liberarsi da una eventuale dipendenza. Altrettanto singolare è l’ipotesi di una friendship addiction, intesa come la spasmodica ricerca di contatti che “obbliga” alcuni utenti a collezionare un numero sempre maggiore di nuovi amici.

Sociogrammi digitali
Agli occhi dello psicologo, Facebook può apparire come un complesso sociogramma che rappresenta in tempo quasi reale le reti relazionali dei suoi iscritti. Ogni utente è connesso ad altri attraverso una fitta trama di amicizie, appartenenze a gruppi, istituzioni, eventi, cause e discussioni. Questo vasto sociogramma può essere esplorato in molti modi, costruito e ricostruito sfruttando le potenzialità del web.
Un recente studio (Kllison, Steinfield e Lamps, 2007) ha analizzato, in un gruppo di studenti americani, il rapporto tra l’uso di Facebook e la costruzione di reti sociali. In base ai risultati, gli utenti del social network tenderebbero a sviluppare in misura maggiore legami deboli, utili a condividere interessi e obiettivi, ma raramente caratterizzati da un coinvolgimento emotivo. Nello stesso studio viene tuttavia, ipotizzata una peculiare caratteristica di Facebook: la tendenza a favorire negli utenti il recupero e il mantenimento di precedenti contatti, amicizie lontane nel tempo, spesso interrotte dopo importanti cambiamenti di vita. Potrebbe essere interessante per lo psicologo indagare la qualità di queste relazioni recuperate attraverso il network e comprendere se rimangono interazioni superficiali o arrivano ad avere una più profonda valenza emotiva.

Dall’opportunita’ al rischio
La dimensione ludica è certamente sullo sfondo di queste attività digitali, il web per sua natura è uno spazio potenziale, sperimentabile e transitorio. In particolare, Facebook non appare come uno spazio delimitabile, piuttosto si espande con l’uso che se ne fa, con l’ampliarsi del numero di contatti, con l’istallazione di “plug-in” e nuove applicazioni. E’ però abbastanza evidente che un luogo cosi destrutturato si offre ad ogni tipo di colonizzazione ed uso, diventando appetibile ad ogni utenza. In questo ventaglio di possibili esperienze rintracciamo le derive di un uso smodato della rete, là dove il social network adombra, simula e infine sostituisce le altre trame relazionali.
Eppure, come si è detto all’inizio, crediamo sia utile iniziare ad osservare e approfondire psicologicamente queste nuove forme di socializzazione, tenendo distante la tentazioni: di connotarle positivamente o negativamente e mantenendo il focus degli studi sui mutamenti che interessano la relazione tra le persone e la loro attitudine a costruire identità e legami, anche attraverso la rete.

“Giovani in salute” : un inziativa di prevenzione per adolescenti e giovani adulti. Pro e contro di un “progetto a premi”

maggio 6, 2010

Oggi vi parlo di un’iniziativa che mi è stata presentata oggi in università. Oramai le iscrizioni sono terminate, ma la predo come spunto per lavorare sul tema e trarne alcuni spunti..

Si tratta dell’iniziativa “Giovani in salute. Liberati da fumo e alcool. Premia la tua salute” organizzata dal Comune di Milano e rivolta a 100 ragazzi volontari dai 14 ai 24 anni, per ridurre il numero dei fumatori e sensibilizzare ad un bere responsabile.
Il progetto è svolto in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Milano, la Società Italiana di Alcologia.

Ma di cosa si tratta?
Ci sono 2 percorsi separati per la sensibilizzazione contro il fumo e contro l’alcol. Entrambi hanno lo scopo di incoraggiare i giovani a sapere come/quando/dove si fuma e si beve. L’idea è che sapere cosa si fa è meglio che non saperlo così ognuno può decidere per sé in modo più libero e consapevole.

Il primo è denominato “SMOKE? BE FREE!” prevede la partecipazione ad un gruppo che si incontrerà per 6 volte per 90 minuti, circa due volte al mese da maggio a novembre 2010, che discuterà, scoprirà, curioserà nel mondo del fumo con l’aiuto di uno psicologo e di testimonial.
Il secondo, invece, richiederà di fare un alcoltest una volta alla settimana e poi di compilare un questionario da inviare via e-mail per capire e valutare il rapporto con l’alcol e gli eventuali fattori di rischio.

Ma qual è la peculiarità del progetto? Ciò che viene dato in cambio! Sì perché la partecipazione costante a tutti gli incontri permetterà ai ragazzi di ottenere numerosissimi premi.
E non cose da poco: prodotti cosmetici Deborah, sconti nei cinema, abbonamenti annuali BikeMi, Playstation PSP, mini-fotocamere HD, notebook e netbook Olivetti fino ad arrivare a 1 viaggio in Europa per due persone per due notti.

Il sito dell’iniziativa effettivamente non dice molto né sulle modalità di conduzione degli incontri e dei gruppi di lavoro, né sulle condizioni in base alle quali verranno premiati i ragazzi. Tutti quelli che finiscono un percorso o solo quelli che dimostrano che, nel tempo, hanno smesso di fumare? Non si sa!

Resta il fatto che un’idea di questo tipo ha i suoi lati positivi, ma a mio papere anche i suoi limiti.
Prima di tutto forse solo un intervento che porti con sé dei “vantaggi” immediati e dei premi materiali, visibili e ricercati può veramente attirare l’attenzione dei ragazzi e coinvolgerli in un progetto di prevenzione…

Ma…ci sono un po’ di ma..

Un interveto di questo tipo non attiva solo una motivazione estrinseca? I ragazzi parteciperanno anche con maggior voglia, ma non semplicemente per ottenere trucchi o computer?S
e si trattasse di un progetto non orientato semplicemente alla trasmissione di informazioni forse questa “spinta motivazionale” potrebbe anche essere utile. Ma veramente ha senso premiare dei ragazzi solo perché partecipano, ascoltano e conoscono? Sia i 14enni che i 24enni (se non tutti la gran parte) sanno benissimo quali sono le conseguenze di comportamenti rischiosi di questo tipo. Cosa prevedono in più  gli incontri? Ci si basa solo sulla trasmissione di informazioni? Se così fosse siamo proprio sicuri che partecipare, ricevere informazioni in cambio di premi possa spingere veramente i ragazzi a cambiare?

Come detto non conosco molto del progetto e le mie “critiche” potrebbero partire da una base di ignoranza. Ma a prima vista mi sento di fare queste osservazioni.
Al di là dei premi forse si dovrebbero coinvolgere i ragazzi più direttamente e attivamente, attraverso la condivisione tra pari, senza la presenza di un esperto che “detta legge”. Ma soprattutto bisognerebbe lavorare non solo sulla conoscenza dei rischi o sulla trasmissione di conoscenze, ma sullo sviluppo di quelle competenze e life skills che possono condurre il ragazzo a valutare, decidere, ragionare veramente con la propria testa.

Aspettiamo e vediamo i risultati dell’iniziativa…poi se veramente avrà effetto non sarò che felice!

La dipendenza da Internet: cos’è, come riconoscerla e come chiedere aiuto

marzo 17, 2010

La dipendenza da Internet meglio conosciuta nella letteratura psichiatrica con il nome originale inglese di Internet addiction disorder (IAD), è un disturbo da discontrollo degli impulsi.
Il termine è stato coniato da Ivan Goldberg, M.D., nel 1995 ed è comparabile al gioco d’azzardo patologico come diagnosticato dal DSM-IV.
Si tratta di un termine piuttosto vasto che copre un’ampia varietà di comportamenti e problemi. Secondo Kimberly Young, che ha fondato il Center for Online Addiction statunitense, sono stati infatti riconosciuti 5 tipi specifici di dipendenza online:

  1. Dipendenza cibersessuale = gli individui che ne soffrono sono di solito dediti allo scaricamento, all’utilizzo e al commercio di materiale pornografico
  2. Dipendenza ciber-relazionale (o dalle relazioni virtuali) =  gli individui che ne sono affetti diventano troppo coinvolti in relazioni online. Gli amici online diventano rapidamente più importanti per l’individuo, spesso a scapito dei rapporti nella realtà con la famiglia e gli amici reali..
  3. Net Gaming = la dipendenza dai giochi in rete, specialmente di azzardo.
  4. Sovraccarico cognitivo = comportamento compulsivo nella ricerca e nell’organizzazione di dati dal Web
  5. Gioco al computer =  giochi quali il Solitario e il campo minato diventano ossessivi e rubano granb parte del tempo vitale ai soggetti

Non esistono dati ufficiali su questo tipo di dipendenza, ma si stima che ne possa soffrire almeno il 10% degli utenti.

A novembre in Italia ha aperto il primo centro pubblico per combattere questa nuova patologia presso il Policlinico A. Gemelli di Roma.
Fino ad ora sono stati visitati  circa 60 pazienti e come dice il Dott. Federico Tonioni, responsabile dell’ambulatorio:

Si sono delineati due gruppi distinti che ci hanno portato ad approcci diversi. Il primo livello di intervento riguarda un gruppo di pazienti consapevoli di avere sviluppato un rapporto patologico con il web. Hanno dai 25 ai 40 anni  e  dipendono per lo più da sexual addiction, gioco d’azzardo e giochi di ruolo. La consapevolezza agevola e per questo sono già iniziati dei gruppi terapeutici.
Purtroppo più numeroso (90%) il secondo gruppo, quello dei giovanissimi, (tutti di sesso maschile, 13-20anni), accompagnati nella maggior parte dei casi dai genitori, fortemente preoccupati per una diminuzione netta della performance scolastica e della vita di relazione al di fuori dal web.
Si tratta di ragazzi intelligenti e razionalmente più maturi di altri, tendenti all’isolamento e con evidenti alterazioni nell’ambito dell’ emotività. Sono tutti dipendenti dai giochi di ruolo e non sono facili da trattare.

Ma come capire se siamo dipendenti dal web? Esiste un criterio di autovalutazione?

Passare tante ore davanti al terminale non è sinonimo di dipendenza. Se dopo 10 ore di navigazione usciamo con gli amici, il problema non si pone. Parliamo di psicopatologia quando si sente il bisogno sempre crescente di trascorrere tempo in rete preferendo questa attività ad altre relazioni sociali; Smettere di dialogare in famiglia, agitazione psicomotoria, ansia, depressione e insonnia, sono altri sintomi.

Per contattare l’ambulatorio del Policlinico Gemelli occorre chiamare i numeri 06/30154332-4122.

Natale? Attenzione ai troppi regali!

dicembre 20, 2009

Abbaimo già parlato dello shopping compulsivo come nuovo fenomeno e disturbo che sta prendendo piede nella nostra società. E quale periodo dell’anno è più adatto per favorire questa perdita del controllo negli acquisti? Il Natale ovviamente!

A lanciare il grido d’allarme è Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico che dice:

Il Natale è la ricorrenza che stimola in tutti noi grande attesa di affetto, gioia ed armonia e tutte queste aspettative sono rappresentate dai regali. Regali che facciamo, che ci facciamo per gratificarci e che speriamo ci vengano fatti. È principalmente sull’acquistare che bisogna porre l’attenzione. Il pericolo per chi compra è nascosto negli outlet, nelle promozioni e nelle offerte.
Oggi le persone acquistano molto spesso cose che non servono per calmare lo stress, per insicurezza, per colmare dei vuoti. Per le festività le compere si moltiplicano. Acquistare negli outlet, dove i prezzi sono più bassi, o in un negozio una merce in promozione, o un prodotto in offerta particolare, ci allontana dalla percezione che stiamo spendendo e che forse stiamo comprando qualcosa di inutile come il più delle volte accade. Lo sconto, il risparmio, ingannano la mente. Tranquillizziamo i sensi di colpa poiché spostiamo l’attenzione sull’idea che si sta risparmiando, se non addirittura che si sta facendo un affare. In realtà, una volta prigionieri di questo meccanismo, compriamo sempre di più. Ci raccontiamo che stiamo prendendo al volo un’occasione quando, invece, stiamo spendendo più di quello che il nostro budget ci permette. Una volta tirate le somme, però, arriva l’ansia. Il tutto seguito da una sensazione di pesantezza che rischiamo di risolvere facendo altre compere. Per evitare errori c’è un vademecum da seguire. Prima di tutto si può pianificare, ovvero decidere in anticipo il budget da spendere e preventivare ovvero stabilire in anticipo l’importo da destinare a ogni regalo. Va poi fatta una selezione, guardando nelle vetrine solo le cose che rientrano nel budget previsto per ogni dono e sarebbe importante pagare in contanti, lasciando a casa carte di credito e bancomat così da acquistare solo quello che ci possiamo permettere davvero.
«In un primo momento potremmo provare un senso di frustrazione dovuto alla sensazione di essere stati limitati ma, una volta tornati a casa riguardando i nostri acquisti, non potremmo far altro che essere soddisfatti degli oggetti che abbiamo scelto con attenzione e premura e non sentiremo il bisogno di correre a comprare qualcos’altro.

Tratto da: www.ilgiornale.it

Win for Life: il rischio della dipendenza

novembre 3, 2009

Dobbiamo ammetterlo: Win for Life è il gioco del momento. Chi non vorrebbe vincere 4 mila Euro al mese per vent’anni? Quasi più di 90 milioni in una volta sola.
Aggiungiamo che il 23% dei soldi giocati sono devoluti ai terremotati in Abruzzo e il gioco è fatto: più giocatori e più dipendenza.

È questo l’attacco rivolto dal presidente della Società italiana di psicologia, Antonio Lo Iacono: Wind for Life può creare dipendenza.
Perché? Prima di tutto perché le estrazioni avvengono più volte al giorno: diventa così un’operazione ripetitiva e genera attesa (come quando si innesca un atteggiamento compulsivo al gioco). Inoltre presenta un meccanismo di semplice comprensione e accesso: la presenza di soli 10 numeri e la possibilità di giocare ovunque caratterizzano infatti questo gioco.
Da questo punto di vista i più vulnerabili sono i giocatori che hanno più tempo a disposizione e investono anche molto tempo per giocare e per controllare le estrazioni (come casalinghe, pensionati,disoccupati…).
Ovviamente questo tipo di gioco appare particolarmente pericoloso per le persone già tendenzialmente dipendenti, o che hanno un carattere compulsivo. Ma soprattutto la frustrazione della mancata vincita può innescare altre dipendenze, come l’alcol e il fumo.
Come dice Lo Iacono: “In un periodo in cui i posti di lavoro sono sempre più un miraggio si può investire molto sull’idea di poter ottenere, attraverso il gioco, una buona rendita. E il meccanismo che induce a ‘riscattarsi’ da tante altre frustrazione e a rifarsi delle perdite, aiuta a incaponirsi per vincere ad ogni costo”.

Certo come tutti i giochi potenzialmente creatori di dipendenza c’è il modo per utilizzarli in modo sano. Ma definire in anticipo la somma che si vuole utilizzare è sempre un buon modo per prevenire un possibile “eccesso”.

Io personalmente non ho mai giocato, ma pensavo di farlo…senza la paura di cadere in una dipendenza. Ma forse il rischio c’è davvero. Voi che ne pensate?

La dipendenza da Internet

agosto 28, 2009

Che le dipendenze oggigiorno non siano più solo da droga e da alcool già si sapeva…che la dipendenza da Internet sia una delle nuove patologie nate con il XXI secolo pure.
Resta il fatto che il concetto di “dipendenza da Internet” sia un termine ancora molto controverso e che non sia stato ancora riconosciuto dall’American Psychiatric Association come un disturbo e quindi non ancora elencato nella diagnostica dell’APA and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM).

Ma di cosa si tratta?Quali segni clinici sono necessari per diagnosticare una cosiddetta “Internet Addiction”? Innanzitutto deve esserci il bisogno incontenibile di trascorrere sempre più tempo collegati alla rete e l’insorgenza di sintomi da astinenza, qualora questo non possa avvenire, come ansia, agitazione, pensieri ossessivi riguardanti internet. A ciò si aggiunge l’impossibilità di controllare questo comportamento. Inoltre, perchè si possa parlare di vero e proprio disturbo, i sintomi devono incidere in maniera negativa sulla vita sociale della persona (il tempo trascorso su internet sottrae l’attenzione della persona dalla famiglia, dagli amici, persino dal lavoro o dagli studi).
La fascia di età più esposta al rischio di sviluppare questa patologia è quelle compresa fra i 15 e i 40 anni ed ad essere maggiormente colpiti sarebbero gli uomini.
Ed è di pochi giorni fa anche la notizia dell’apertura della prima clinica (professionalmente riconosciuta) che consente di guarire dalla “internet-dipendenza“..ovviamente negli Stati Uniti.
Il Heavensfield Retreat Center di Fall City, Washington, sostiene di essere il primo centro degli Stati Uniti nel trattamento del paziente dipendente da Internet, videogiochi e dipendenze simili. Il programma è progettato per aiutare i pazienti a staccarsi dal computer attraverso la combinazione di terapia del dialogo sociale con i tradizionali corsi di formazione, come lezioni di tecniche di conversazione e appuntamenti. I pazienti poi sono invogliati ad occuparsi in attività alternative e originali:allevamento di capre, polli e lavori di manutenzione in casa.
L’obiettivo è far accedere il paziente alla sperimentazione della gratificazione da qualcosa che non richiede una connessione a Internet. Quindi una volta che viene dato al paziente ciò di cui ha bisogno, egli apprezza e non giudica più il mondo come se fosse un videogioco.


Ma il dibattito rimane aperto. Come sostiene Ronald W. Pies, professore di psichiatria clinica alla Tufts University: “La domanda è: abbiamo bisogno di un altro disordine nel nostro elenco, se le manifestazioni di dipendenza da Internet possono già essere rappresentate da ben descritte e meglio convalidate condizioni?”. Per dirla semplicemente: l’abuso di Internet è un disturbo distinto o solo un sintomo di problemi psicologici più profondi, come ansia o depressione?
Sebbene la ricerca sia ancora molto scarsa, la dipendenza da Internet esiste e sarà fondamentale nei prossimi anni andarla a studiare più approfonditamente.

Tratto da: www.medicinalive.com

Lo shopping compulsivo

aprile 24, 2009

Il fenomeno della dipendenza da shopping, denominato anche “Shopping compulsione”, è un disturbo caratterizzato dall’incapacità a resistere ad un desiderio improvviso, ad un irrefrenabile impulso a comprare un oggetto, per il bisogno di placare una tensione interna.

Le persone in questione non sono in grado di resistere al bisogno di acquistare neppure di fronte alla consapevolezza che questo comportamento rappresenta un problema a livello finanziario, sociale, e psicologico. Questo comportamento rappresenta una vera e propria compulsione, ovvero un atto ripetitivo che non si può fare a meno di compiere, eseguito con lo scopo di ridurre un’ansia o un disagio.
Il disturbo è difficilmente inseribile in modo univoco all’interno di una particolare categoria diagnostica: in base al punto di vista con il quale viene analizzato può essere considerato un esempio di disturbo ossessivo compulsivo, di disturbo clinico depressivo o come una forma di dipendenza.

Ovviamente l’essere spendaccioni non è indice della presenza di un disturbo psichico. Lo shopping può iniziare ad essere considerato un disturbo quando si verificano le seguenti condizioni:

  • Il denaro utilizzato nello shopping supera le proprie possibilità economiche;
  • Lo shopping si ripete più volte la settimana;
  • Il comprare perde la propria valenza: non c’è differenza in ciò che si compra, qualsiasi cosa vale per spengere la tensione interna all’acquisto;
  • Il mancato acquisto crea ansia e frustrazione; 
  • La predisposizione agli acquisti è una situazione del tutto nuova rispetto alle precedenti abitudini del soggetto.

Il problema principale di questo disturbo è che spesso, oltre a non essere riconosciuto, viene favorito dalla struttura stessa della società. Mentre per altri disturbi i soggetti vengono emarginati e visti come malati, nel caso dello shopping compulsivo la società appare alquanto accondiscendente e offre una sorta di legittimazione per questo tipo di comportamento.

Parlando di shopping compulsivo non si può non citare il fenomeno letterario di “I love shopping”: con ironia e arguzia l’autrice porta alla luce un fenomeno poco conosciuto, ma molto diffuso e ne definisce i tratti caratteristici attraverso la figura di Rebecca Bloomwood. Da leggere assolutamente anche solo per divertirsi un po’.


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