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Obesità e disturbi mentali: un legame che esiste e va affrontato

aprile 9, 2010

Legame tra obesità e disturbi mentali? Anche a livello di psicologia ingenua forse qualcuno di voi si è  reso conto di come le discriminazioni e la perdita di autostima dovuta ai chili di troppo potrebbero essere predittori di qualche disagio psicologico. Ma forse i medici dovrebbero tenerne maggiormente conto.

È quanto sostiene Evan Atlantis in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal (Atlantis E., Obesity and depression or anxiety, BMJ, Oct. 2009)

Atlantis suffraga le ipotesi di un “rischio a due vie tra obesità e disturbi mentali comuni”. Partendo da uno studio condotto da Mika Kivimäki e colleghi dello University College di Londra (Kivimaki M et al., Common mental disorder and obesity: insight from four repeat measures over 19 years: prospective Whitehall II cohort study, BMJ, Oct. 2009), egli sottolinea infatti che

a fini non solo preventivi ma anche di una terapia efficace, è necessario comprendere meglio i meccanismi per l’apparente rischio bidirezionale tra obesità e disturbi mentali comuni. Nonostante siano aspetti largamente trascurati, numerosi fattori psicosociali, fisiologici e legati allo stile di vita possono essere coinvolti nella complessa inter-relazione tra obesità e disturbi mentali.

Le persone obese, specialmente coloro che si percepiscono in sovrappeso, spesso vivono situazioni di stigma e di discriminazione legate a questo problema, con conseguente abbassamento dell’autostima e crescente senso di colpa. L’obesità risulta generalmente associata a condizioni socioeconomiche di basso livello, oltre che alla scarsa attività fisica praticata: entrambi i fattori sono forti predittori di depressione.
L’obesità può, inoltre, diventare una condizione cronica di stress causando disfunzioni fisiologiche significative che possono predisporre le persone a stati depressivi e alla sintomatologia a essi connessa. Una ridotta attività fisica e una assunzione eccessiva di cibo, in particolare alimenti ricchi di grassi e zuccheri per migliorare lo stato dell’umore, sono comuni tra i pazienti depressi e ansiosi. L’attivazione del sistema endocannabinoide, che aumenta l’appetito e può allo stesso tempo alleviare la depressione, sembra rinforzare questo comportamento.
Secondo Atlantis

i pazienti che presentano sintomi di disturbi mentali comuni dovrebbero ricevere dal proprio medico anche una valutazione del rischio di obesità e delle patologie croniche correlate, e viceversa. Un approccio multidisciplinare finalizzato alla promozione di uno stile di vita sano è decisiva

Tratto da: brainfactor.it

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Il DSM: il manuale diagnostico dei disturbi mentali più utilizzato al mondo

marzo 2, 2010

Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders) è uno degli strumenti diagnostici per disturbi mentali più utilizzati da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo.
Consiste in una classificazione “nosografica ateorica assiale” dei disturbi mentali. I disturbi mentali vengono definiti in base a quadri sintomatologici, e questi ultimi sono raggruppati su basi statistiche.
Attualmente  raccoglie più di 370 disturbi mentali, descrivendoli in base alla prevalenza di determinati sintomi (per lo più osservabili nel comportamento dell’individuo, ma anche con riferimenti alla struttura dell’Io e della personalità).
Secondo gli autori e l’APA il DSM dovrebbe essere:

  • Nosografico: i quadri sintomatologici sono descritti a prescindere dal vissuto del singolo
  • Ateorico: non si basa su nessun tipo di approccio teorico,
  • Assiale: raggruppa i disturbi su 5 assi, al fine di semplificare e indicare una diagnosi standardizzata.
  • Su basi statistiche: il sintomo acquista valore come dato frequenziale;

Il manuale ha quindi il compito di classificare i diversi disturbi per permettere di fare diagnosi in modo oggettivo e descrittivo. Come detto la sua struttura segue un sistema assiale che presupponea la presenza di 5 assi:

  • ASSE I: disturbi clinici, temporanei o comunque non “strutturali” che possono essere riconducibili non solo al cervello e al sistema nervoso, ma anche a qualsiasi condizione clinica significativa che il soggetto può avere (es. sieropositività, malattia cronica)
  • ASSE II: disturbi di personalità e ritardo mentale, stabili, strutturali. Generalmente, ma non necessariamente, si accompagnano a un disturbo di Asse I, cui fanno da contesto.
  • ASSE III: condizioni mediche acute e disordini fisici
  • ASSE IV: condizioni psicosociali e ambientali che contribuiscono al disordine
  • ASSE V: valutazioni globali del funzionamento

Per ciascun disturbo mentale vengono elencati una serie di comportamenti sintomatici o stili di gestione delle emozioni che, se presenti per un certo lasso di tempo e con una certa frequenza, vanno a definire l’esistenza di tale problema.

La prima versione risale al 1952 (DSM-I) e fu redatta dall’American Psychiatric Association (APA). Da allora vi sono state ulteriori edizioni fino a giungere alla quarta, quella attuale, redatta nel 2000.
Propriop il DSM IV ha introdotto alcuni importanti cambiamenti nei criteri diagnostici per alcune psicopatologie come la sindrome di Tourette, il frotteurismo, la pedofilia…
Il DSM-V è in fase di pianificazione, e dovrebbe essere pubblicato intorno al 2012 (ma ne parleremo la prossima volta! 😉

Proprio per il fatto che il manuale sia nosografico e basato su elementi statistici definiti a priori e ritenuti oggettivi, il DSM IV è da sempre stato sottoposto a diverse critiche.
Prima di tutto da alcuni non viene ritenuto adeguato per valutare la situazione clinica di una persona. Altri  criticano la sua struttura rigidamente statistica, in particolar modo la scelta dei cut-off che porterebbero a diagnosticare un disturbo mentale ad una persona con tre delle caratteristiche richieste, allo stesso modo di una persona con sette di quelle caratteristiche.
Inoltre utilizza è un metodo descrittivo della malattia psichiatrica che crea etichettamenti non necessariamente corrispondenti alla realtà.
In più, l’approccio descrittivo impedisce di individuare ogni riferimento alle caratteristiche soggettive del paziente, agli effetti della sua esperienza e la sua storia personale
Infine, altre critiche riguardano più direttamente la dimensione etica :la metà degli psichiatri che hanno partecipato alla stesura dell’ultima edizione del DSM ha avuto rapporti economici  con società farmaceutiche.
Queste scoperte hanno fatto tornare in auge, negli ultimi anni, il tema delle “malattie finte” create apposta per lanciare nuovi farmaci.


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