Posts Tagged ‘Disturbo post-traumatico’

Il Parenting Stress Index per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino

luglio 27, 2011

Un genitore può provare stress per il semplice fatto di essere genitore? Probabilmente sì e la presenza di un test standardizzato e ampiamente utilizzato in ambito clinico per la sua valutazione ne è la prova. Si tratta del PSI – Parenting Stress Index – che provo a presentarvi in breve.

Il PSI  valuta lo stress che il genitore sperimenta inteso come la discrepanza percepita dai genitori tra le risorse a disposizione e le esigenze dettate dal  ruolo. La percezione, spesso diffusa, di non farcela e non essere competenti può essere causata da 3 elementi: dalle caratteristiche del bambino (temperamento difficile, psicopatologia..), dalle caratteristiche del genitore (insicurezza, depressione, scarsa autostima…) o dalle caratteristiche del contesto (mancanza  di supporti formali o informali della rete sociale..). In particolare il test misura la percezione che il genitore ha di:

  • essere stressato/preoccupato
  • avere un figlio difficile
  • avere una relazione disfunzionale

La forma breve del PSI comprende  36 item su scala Likert a 5 punti (accordo- disaccordo) e ha alla base un modello teorico che analizza 3 sottodimensioni dello stress genitoriale:

  1. Distress genitoriale
  2. Interazione disfunzionale genitore-bambino
  3. Bambino difficile

Vediamo nello specifico le tre sottoscale per capire meglio di cosa si tratta:

Sottoscala distress genitoriale (PD): 12 item. Definisce il livello di distress che un genitore sta sperimentando nel suo specifico ruolo di genitore a causa di fattori personali, indipendenti dal bambino:  

  •  percezione della propria competenza genitoriale non adeguata
  •  stress associati alle restrizioni poste su altri ruoli vitali
  •  conflitto con l’altro genitore del bambino
  • mancanza di supporto sociale

Sottoscala interazione disfunzionale genitore-bambino (P-CDI): 12 item. Analizza la relazione col figlio percepita dal genitore come difficile:

* percezione del figlio come non rispondente alle proprie aspettative

* interazioni non gratificantil

* proietta questi sentimenti sul bambino avvertendolo come un elemento negativo nella propria vita.

* si considera respinto, sfruttato e estraneo al bambino.

 Sottoscala bambino difficile (DC): 12 item. Analizza alcune caratteristiche del comportamento del bambino e la percezione che il genitore ha di avere  un bambino difficile:

* Temperamento del bambino o comportamenti richiestivi  e di disobbedienza

Per quanto riguarda i punteggi si considerano normali valori compresi tra il 15° e l’80° percentile e alti quelli  uguali o superiori all’85° percentile.
Punteggi elevati nel livello di stress totale (calcolato sommando i punteggi delle 3 sottoscale) è indice della presenza di uno stress clinicamente significativo.
Punteggi elevati nella scala “Distress genitoriale” possono dare evidenza di una difficoltà del genitore causata da fattori personali e non legati alla relazione, specialmente se si hanno punteggi normali nella sottoscala “Bambino difficile”.
Punteggi elevati nella scala “Interazione disfunzionale genitore-bambino” può essere indice del fatto che il  genitore  si percepisce come respinto e deluso dal figlio   e che il legame sia minacciato. In questo caso bisogna porre particolare attenzione: se il punteggio supera il 95% percentile si parla di abuso potenziale e possibile maltrattamento.
Punteggi elevati nella sottoscala “Bambino difficile” sono indicatori della necessità da un alto di una consultazione psicologica del bambino e dall’altro di una serie di interventi educativi per i genitori sulle strategie di gestione del bambino.

La Realtà Virtuale e il PTSD

febbraio 14, 2010

Abbiamo parlato più volte in questo blog sia del PTSD sia della Realtà Virtuale…ma possono essere legati? Forse sì!

Alla luce dei trattamenti attualmente in vigore che prevedono un intervento a lungo termine, fatto di farmaci antidepressivi e psicoterapia costi elevati e (spesso) scarsi risultati, gli esperti stanno sviluppando nuove tecniche d’intervento, come appunto la Realtà Virtuale.
L’utilizzo di questa tecnica è quindi un metodo promettente per il trattamento del PTSD in quanto è in grado di fornire al paziente un ambiente controllato nel quale sperimentare situazioni o scenari che gli permettono di affrontare le sue risposte emotive, senza fare necessariamente affidamento alla capacità del paziente stesso di visualizzare, rivivere, l’esperienza traumatica. In questi termini i diversi Paesi possono implementare tale strumentazione come parte di un piano globale per affrontare le attuali difficoltà nel trattamento del PTSD.
Questi trattamenti innovativi sono affrontati in un numero speciale di Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, un giornale peer-reviewed pubblicato da Mary Ann Liebert, Inc.
Il numero speciale è disponibile online gratuitamente.

Tratto da: psychomer.blogspot.com

La giornata della memoria. Ricordare le vittime cercando di capire il perchè e gli effetti del genocidio.

febbraio 1, 2010

Il 27 gennaio si è celebrata in tutto il mondo la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Questo avvenimento continua a essere giustamente tema centrale della riflessione e del dibattito, soprattutto oggi in un mondo dove i pregiudizi e le persecuzioni sono ancora diffusi.
La psicologia si è interessata soprattutto a due aspetti legati all’olocausto: il perchè i soldati tedeschi si siano resi partecipi del genocidio e le analisi degli effetti sui sopravvissuti.

Perché i leader nazisti resero possibile l’eliminazione di milioni di Ebrei e molti cittadini di diverse nazionalità lasciarono a loro libertà di azione?
Sicuramente i meccanismi percettivi dell’assimilazione e del contrasto sono fonte di stereotipi: essi minimizzano le differenze all’interno dei gruppi ed estremizzano quelle tra i gruppi, portando a vedere gli altri come cattivi che meritano le sofferenze inflitte.

Questi meccanismi sono spiegati da Sherif e Hovland come vicinanza/lontananza del proprio atteggiamento a quello degli altri. Gli atteggiamenti che si collocano in una posizione relativamente vicina a quella del soggetto saranno percepiti come simili ai propri più di quanto non lo siano nella realtà (assimilazione) e riceveranno una valutazione positiva. Gli atteggiamenti piuttosto differenti saranno allontanati dalla propria posizione e valutati negativamente (contrasto).

Inoltre, secondo molti teorici della personalità, nei soldati tedeschi si sono fatti posto molti meccanismi di difesa coinvolti nella svalutazione dei gruppi altri, come ad esempio la proiezione e la scssione
Mentre la proiezione potrebbe sottendere la percezione che l’altro gruppo personifichi tutte le azioni e i pensieri immorali che non ammettiamo in noi stessi, la scissione, cioè la capacità di erigere barriere cognitive ed emozionali che dividono ciascuna parte di noi dall’altra, spiegherebbe come le persone la cui mansione era l’omicidio di massa, potessero tornare a casa dopo il “lavoro” e godersi una normale serata in famiglia.

Un altro fattore coinvolto è il pensiero di gruppo, una combinazione di orgoglio gruppale, di conformismo e di culto del leader, che può spingere a decisioni impensabili. In questo caso le inibizioni morali verso la violenza potrebbero indebolirsi attraverso l’approvazione di una figura autoritaria, l’esperienza reale del commettere atti violenti, la disumanizzazione del gruppo delle vittime,  il conformismo e la diffusione di responsabilità.

Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine dell’olocausto sulle vittime si è parlato in psicologia di sindrome del sopravvissuto”, (Eitinger, 1964/1972). Essa include sintomi come il senso di colpa per essere sopravvissuti, rabbia e ansia, disturbi del sonno, anedonia, flashbacks, ipervigilanza, depressione, incapacità a stabilire legami profondi…tutti sintomi tipici del PTSD.

L’importanza della continua riflessione su questo tema, ma anche della ricerca di spiegazioni psicologiche a questi avvenimaneti potrebbero giocare un importante ruolo nel prevenire azioni simili e fare in modo che non avvengano più… almeno così tutti sperano!

www.psicozoo.it

I possibili effetti psicologici in risposta ad una catastrofe

gennaio 26, 2010

Ho già parlato qualche giorno da del PSD come possibile conseguenza della catastrofe di Haiti. Volevo oggi ampliare il discorso circa i diversi e possibili effetti psicologici che possono colpire le popolazioni vittime del terremoto, ma anche i parenti o chi semplicemente vede in televisione le immagini di questa distruzione.

Per fare questo vorrei riportare l’intervista compiuta da Health.com a Guerda Nicolas, psicologa clinica nata ad Haiti e dirigente del Dipartimento di studi educativi e psicologici dell’Università di Miami. La traduzione italiana di parti dell’intervista è tratta da Psicozoo, mentre per leggere l’originale in lingua inglese basta cliccare sul link in fondo alla pagina.

D: Quali sono gli effetti psicologici immediati che seguono un disastro come questo?
R: Non c’è una risposta immediata. Quando un individuo si trova nel mezzo del disastro, è centrato sulla sopravvivenza e si chiede semplicemente cosa sta succedendo. Il vero trauma, l’impatto psicologico, non si manifesta prima di alcuni mesi dopo la tragedia. Quando le cose si tranquillizzano, si comincia a sentire l’impatto e il dolore delle immagini a cui si assiste.

D: E’ in questo momento che comincia lo stress post-traumatico?
R: Esattamente. Dopo che gli sforzi per i soccorsi sono finiti, dopo che i funerali sono stati celebrati – è qui che può verificarsi il Disturbo Post- Traumatico da Stress (PTSD). All’occorrenza di qualunque tipo di trauma, una persona può avere episodi di stress acuto e di ansia, ma il PTSD non si sviluppa prima di 6 mesi dalla tragedia, quando iniziano i sintomi come l’insonnia e i flashbacks.

D: Ci sono altri sintomi che accompagnano questo genere di trauma?
R: La depressione è uno di questi; spesso è un segno di PTSD. L’ansia è un’altra risposta frequente in questi casi e spesso le persone fanno ricorso anche a stupefacenti. C’è un forte desiderio di affievolire il dolore, così le persone bevono di più o fanno uso di sostanze per sopportare la sofferenza. In ogni caso, individui diversi danno risposte differenti alle situazioni e non c’è una modalità standard di reazione.

D: Le persone che sono lontane dall’evento, possono comunque sperimentare lo shock e lo stress post-traumatico come chi era sul posto?
R: Certo, sicuramente. La chiamiamo “Traumatizzazione vicaria”. E può essere perfino più devastante a livello psicologico perchè c’è un senso d’impotenza, guardando le immagini, vedendo la devastazione e sapendo che non puoi farci niente. Le persone che sono lì, nella tragedia, stanno lavorando duro per alleviare le sofferenze degli altri e questo può aiutarle a sentirsi meglio rispetto a chi da lontano guarda e non può fare nulla. I sintomi possono essere molto simili a quelli di un disturbo post-traumatico: possono avere incubi, flashbacks delle immagini viste in televisione, difficoltà a dormire e a concentrarsi, inappetenza.

D: Come si può prevenire questo trauma?
R: La prima cosa che ho detto alle persone di Miami è “Smettetela di guardare le notizie”. Onestamente, le immagini riportate dai media possono essere troppo forti per alcune persone. Una cosa utile invece, che è buona norma ad Haiti è di stare in compagnia dei vicini. Inviata i tuoi amici a casa, bevi con loro un te e condividi quello che stai provando. Il mio suggerimento è quello di parlarne piuttosto che limitarsi a guardare le scene del disastro, perchè assistendo da spettatore non hai la possibilità di esprimere quello che stai provando.

D: Se hai un amico o un vicino che ha dei parenti coinvolti in un disastro come quello di Haiti, cosa puoi fare per aiutarlo?
R: Penso che possa essere d’aiuto ascoltare. Bussa alla porta di quella persona e dille “So che hai dei cari lì, vuoi parlarne?”. Spesso la loro disperazione nasce dal fatto che non hanno la possibilità di essere lì ad aiutare e durante la conversazione emergeranno i suoi bisogni. Potete offrirvi ad esempio di sollevarli accompagnando a scuola i loro bambini o portando qualcosa per cena.

D: Ci sono delle differenze culturali a cui le persone devono stare attente nel tentare di aiutare qualcuno che viene da un paese diverso dal proprio?
R: Penso che sia importante tenere presente che noi non viviamo le cose nello stesso modo. Ognuno esprime quello che sente in modi diversi. Alcuni possono piangere e disperarsi, altri possono sentirsi mancare, altri possono abbattersi. Tutte queste modalità sono parti di una reazione al trauma, ma non vuol dire che queste persone non siano capaci di reagire e di affrontare gli eventi. Una persona in stato di shock può inizialmente sembrare a pezzi e poi rialzarsi e farcela. Nella mentalità Haitiana, le persone sono convinte di potercela fare: se le tragedie accadono, gli Haitiani sanno che si rialzeranno e andranno avanti.

The Psychological Aftershocks: How Will Haitians Cope? – Health.com

Haiti e il terremoto: il disturbo post-traumatico da stress come possibile conseguenza

gennaio 16, 2010

Sfrutto la terribile catastrofe che ha colpito Haiti e i suoi abitanti, ma anche tutti coloro che hanno visto in tv le immagini di morte e distruzione del paese per parlare di uno dei disturbi più importanti e diffusi oggi: il disturbo post-traumatico da stress o PTSD.
Davanti a queste catastrofi sappiamo che circa il20% degli adulti sviluppa questo distrubo. Ma di cosa si tratta?

Il PTSD entra a far parte del DSM III negli anni ’80 come “riposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, che prevede un aumento notevole del livello dell’ansia, evitamento degli stimoli associati al trauma e appiattimento della reattività emozionale.
Il disturbo, come dice l’etichetta, nasce in seguito ad un evento traumatico, che minaccia cioè la sopravvivenza o l’integrità del soggetto o che viene vissuto senza la rpesenza di una rete sociale di sostegno.
Il PTSD viene definito sulla base della durata temporale dei sintomi. Se essi perdurano per sole 4 settimane si parlerà di “disturbo scuto da stress”, ma non di disturbo post-traumatico, che invece comapre se le reazioni all’evento traumatico perdurano per almeno un mese.
Mentre il primo disturbo è considerato come una reazione provvisoria dell’individuo, il PTSD si caratterizza per la presenza di almeno 6 sintomi in 3 diverse aree:

  • vissuto ripetuto dell’evento tramite incubi, flashback, pensieri..
  • evitamento nel nominare, pensare o prendere contatto con alcuni aspetti della realtà traumatica
  • aumento dell’attività fisiologica

Inoltre è possibile distinguere tra PTSD acuto e ridardato: mentre nel primo caso i sintomi compaiono entro i 3 mesi (e spesso persisoton in modo cronico), nel secondo essi compaiono dopo almeno 6 mesi.

L’idea di base è che il disturbo post-traumatico da stress trovi le sue basi non nella persona e nei suoi tratti di personalità, ma nel mondo esterno, in un evento traumatico vissuto dal soggetto.
E ovviamente va precisato come solo una piccola percentuale della popolazione che è vittima di  un evento traumatico mostrerà i sintomi del PTDS: non c’è quindi una relazione diretta tra evento e disturbo!


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