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Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività: cos’è e come si manifesta

ottobre 1, 2010

Quante volte si sente dire in giro “Quel bambino è iperattivo!” da parte di genitori, insegnanti e gente comune. Ma vermente tutti i bmabini un po’ più vivaci della “norma” sono iperattivi? Cos’è veramente il disturbo da deficit di attenzione e iperattività? Cerchiamo di frae un po’ di chiarezza…

Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività (ADHD – Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in taluni casi impedisce il normale sviluppo e integrazione sociale dei bambini.
Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

La più recente descrizione del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è contenuta nel DSM-IV secondo il quale, per poter porre diagnosi di DDAI, un bambino deve presentare almeno 6 sintomi per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti; inoltre, è necessario che tali manifestazioni siano presenti prima dei 7 anni di età e soprattutto che compromettano il rendimento scolastico e/o sociale.

A. Entrambi (1) o (2):

(1)    Sei (o più) dei seguenti sintomi di Disattenzione che persistano per almeno 6 mesi con un’intensità che provoca disadattamento e che contrasta con il livello di sviluppo:

Disattenzione
a.       spesso fallisce nel prestare attenzione ai dettagli o compie errori di inattenzione nei compiti a scuola,nel lavoro o in altre attività;
b.      spesso ha difficoltà nel sostenere l’attenzione nei compiti o in attività di gioco;
c.       spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;
d.      spesso non segue completamente le istruzioni e incontra difficoltà nel terminare i compiti di scuola, lavori domestici o mansioni nel lavoro (non dovute a comportamento oppositivo o a difficoltà di comprensione);
e.      spesso ha difficoltà ad organizzare compiti o attività varie;
f.        spesso evita, prova avversione o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono sforzo mentale sostenuto (es. compiti a casa o a scuola);
g.       spesso perde materiale necessario per compiti o altre attività (es. giocattoli, compiti assegnati, matite, libri, ecc.);
h.      spesso è facilmente distratto da stimoli esterni;
i.         spesso è sbadato nelle attività quotidiane.

(2)    Sei (o più) dei seguenti sintomi di Iperattività-Impulsività che persistono per almeno 6 mesi ad un grado che sia disadattivo e inappropriato secondo il livello di sviluppo:

Iperattività
a)      spesso muove le mani o i piedi o si agita nella seggiola;
b)      spesso si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto;
c)       spesso corre in giro o si arrampica eccessivamente in situazioni in cui non è appropriato (in adolescenti e adulti può essere limitato ad una sensazione soggettiva di irrequietezza);
d)      spesso ha difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille in modo quieto;
e)      è continuamente “in marcia” o agisce come se fosse “spinto da un motorino”;
f)       spesso parla eccessivamente;

Impulsività
g)       spesso “spara” delle risposte prima che venga completata la domanda;
h)      spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno;
i)        spesso interrompe o si comporta in modo invadente verso gli altri (es. irrompe nei giochi o nelle conversazioni degli altri).

B. I sintomi iperattivi-impulsivi o di disattenzione che causano le difficoltà devono essere presenti prima dei 7 anni.
C.
I problemi causati dai sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti (es. a scuola [o al lavoro] e a casa).
D.
Ci deve essere una chiara evidenza clinica di una significativa menomazione nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.
E.
I sintomi non si manifestano esclusivamente nel corso di un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, Schizofrenia o altri Disturbi Psicotici oppure che non siano meglio giustificati da altri disturbi mentali (es. Disturbi dell’Umore, Disturbi Ansiosi, Disturbi Dissociativi o Disturbi di Personalità).

Una specifica causa dell’ADHD non è ancora nota. Ci sono tuttavia una serie di fattori che possono contribuire a far nascere o fare esacerbare l’ADHD. Tra questi ci sono fattori genetici e le condizioni sociali e fisiche del soggetto.
Secondo la maggior parte dei ricercatori e sulla base degli studi degli ultimi quarant’anni il disturbo si ritiene abbia una causa genetica. Studi su gemelli hanno evidenziato che l’ADHD ha un alto fattore ereditario (circa il 75% dei casi). Altri fattori sono legati alla morfologia cerebrale, o anche possono essere legati a fattori prenatali e perinatali o a fattori traumatici.

L’ADHD si presenta tipicamente nei bambini (si stima che, nel mondo, colpisca tra il 3% e il 5% dei bambini) con un percentuale variabile tra il 30 e il 50% di soggetti che continuano ad avere sintomi in età adulta. Si stima che il 4,7% di statunitensi adulti conviva con l’ADHD.

Studi sui gemelli hanno mostrato che tra il 9% e il 20% dei casi di malattia può essere attribuito a fattori ambientali I fattori ambientali includono l’esposizione ad alcol e fumo durante la gravidanza e i primissimi anni di vita. La relazione tra tabacco e ADHD può essere trovata nel fatto che la nicotina causa ipossia nel feto. Complicanze durante la gravidanza e il parto possono inoltre giocare un ruolo nell’ADHD. Le infezioni (ad esempio la varicella) prese durante la gravidanza, alla nascita o nei primi anni di vita sono un fattore di rischio per l’ADHD.

Per la normalizzazione del comportamento di alcuni pazienti iperattivi e con deficit d’attenzione si sono rivelate efficaci, unitamente a terapie comportamentali, cambiamenti dello stile di vita, interventi clinico-psicologici anche alcune molecole psicoattive come il metilfenidato e l’atomoxetina. Ma critiche sono state mosse sull’uso di questi medicinali.

Per maggiori informazioni: www.aidaiassociazione.com/index.html

Tirarsi i capelli? Diventa un’ossesione con la tricotillomania

aprile 8, 2010

Tirare i capelli? Spesso è un’abitudine a cui non diamo peso. Ma attenzione, può trasformarsi in un’ossessione!

La tricotillomania è definita da alcuni come un disturbo del controllo impulsivo e da altri come un tipo di disturbo ossessivo-compulsivo. Anche se le persone affette da tricotillomania possono avere una “psiche sana” essa è definita come un problema psicologico, a volte associata a depressione, ansia e altri problemi.
Secondo il DSM IV essa fa parte dei Disturbi del Controllo degli Impulsi. Per diagnosticare una tricotillomania devono essere presenti i seguenti sintomi:

  • Ricorrente strappamento dei propri capelli che causa una notevole perdita di capelli.
  • Senso crescente di tensione immediatamente prima di strapparsi i capelli, o quando si tenta di resistere al comportamento.
  • Piacere, gratificazione, o sollievo durante lo strappamento dei capelli.
  • L’anomalia non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale e non è dovuta ad una condizione medica generale (per esempio, una condizione dermatologica).
  • L’anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.

La tricotillomania colpisce almeno il 2% della popolazione, e comincia di solito nella pubertà, anche se in alcuni casi può apparire in età adulta. Essa è due volte più frequente nelle donne che negli uomini; nei bambini invece è più frequente fra i maschi, con un picco di incidenza che va tra i 2 ed i 6 anni.
La persona di solito si strappa i capelli dal cuoio capelluto o anche le ciglia e sopracciglia, a seconda di quello che gli viene più facile, e a volte può anche strapparsi i peli del corpo.
La causa non è nota. Come detto molti esperti credono che sia un tipo di disturbo ossessivo-compulsivo, ma ci può essere un elemento ereditario. Qualche colpa dell’inquinamento ambientale, le infezioni da streptococco, o anche difetti del cervello o delle sostanze chimiche e nutritive del corpo possono avere un ruolo nella condizione.
Almeno in termini di innesco iniziale la causa potrebbe essere lo stress: il tirarsi i capelli apparirebbe come risposta ad esso.

E a livello di cura?  Come per altri problemi di ansia compulsiva, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può essere molto efficace. Con questo trattamento si cerca di scoprire la condizione che innesca il problema, e risolvere i cambiamenti di comportamento per evitare lo strappo dei capelli.
Alcuni trattamenti farmacologici possono anche aiutare, specialmente in combinazione con la CBT e quando vi sono problemi associati come la depressione.

E il DSM V?

marzo 5, 2010

Nel 2012 (massimo 2013) dovrebbe uscire quinta edizione del DSM (DSM V). Ma quali saranno le novità?

Sicuramente sarà da superare un problema tipico del DSM: esso, attualmente, non descrive quello che realmente gli psichiatri vedono: persone con più di un disturbo, una versione meno grave di una patologia, o ancora un problema chiaramente diagnosticabile, ma intriso di altre patologie. Spesso una persona con 4 dei nove sintomi inclusi nella lista, è più problematica e compromessa di una che ne presenta sei.

Da questo punto di vista il DSM V dovrà provvedere a descrivere i disturbi in maniera più dettagliata, evidenziando le possibili varianti delle malattie “classiche” in base all’età, il genere, la razza, la cultura e la salute fisica e  riflettere maggiormente la vita e la complessità delle persone reali, non semplicemente di evidenziarele diagnosi più chiare e definite.
Altri cambiamenti riguardano invece l’introduzione di nuove patologie, quasi tutte nate come riflesso dei tempi moderni: l’obesità (probabilmente catalogata come sintomo o fattore di rischio per alcuni disturbi mentali), il gioco d’azzardo, la dipendenza sessuale e quella da internet.

Altre modifiche riguardano in aprticolare le malattie infantili. Le novità più importanti sono le seguenti:

1. La sindrome di Asperger non sarà più una categoria a sè, ma rientrerà nell’autismo. I dati statistici hanno evidenziato che Asperger e autismo sono due dimensioni della stessa malattia. Questa fusione ha i suoi pro e i suoi contro: da un lato una persona con sindrome di Asperger, che in molti casi riesce ad avere una vita più vicina alla normalità rispetto ad un autistico, può sentirsi maggiormente stigmatizzata e sottovalutata con una diagnosi di autismo;  dall’altro lato, una diagnosi di autismo può dare accesso, specialmente nell’infanzia, ad un range molto più ampio di servizi e di trattamenti.

2. Ai bambini non sarà più diagnosticato il disturbo bipolare, ma sarà loro attribuita la nuova diagnosi di disregolazione dell’umore con disforia. Molti studi infatti hanno evidenziato che sebbene ci siano gruppi di bambini con un’umore marcatamente altalenante e con comportamenti problematici, essi non s’inseriscono appieno nella diagnosi tradizionale di disturbo bipolare. Spesso questi bambini con la crescita manifestano disturbi quali depressione, abuso di sostanze e problemi comportamentali, ma non disturbo bipolare.

3. Il tagliarsi sarà classificato come un disturbo mentale a sè stante e non più come un sintomo del disturbo borderline di personalità. Questa nuova classificazione ha lo scopo di spingere clinici e famiglie a determinare se si tratta del sintomo di un grave disturbo o solo di una fase di sfida.

4. Il Binge eating (l’alimentazione incontrollata) sarà aggiunto ai disturbi alimentari. Nel nuovo DSM sarà separato dalla bulimia nervosa, così da realizzare trattamenti più mirati.

Il DSM: il manuale diagnostico dei disturbi mentali più utilizzato al mondo

marzo 2, 2010

Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders) è uno degli strumenti diagnostici per disturbi mentali più utilizzati da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo.
Consiste in una classificazione “nosografica ateorica assiale” dei disturbi mentali. I disturbi mentali vengono definiti in base a quadri sintomatologici, e questi ultimi sono raggruppati su basi statistiche.
Attualmente  raccoglie più di 370 disturbi mentali, descrivendoli in base alla prevalenza di determinati sintomi (per lo più osservabili nel comportamento dell’individuo, ma anche con riferimenti alla struttura dell’Io e della personalità).
Secondo gli autori e l’APA il DSM dovrebbe essere:

  • Nosografico: i quadri sintomatologici sono descritti a prescindere dal vissuto del singolo
  • Ateorico: non si basa su nessun tipo di approccio teorico,
  • Assiale: raggruppa i disturbi su 5 assi, al fine di semplificare e indicare una diagnosi standardizzata.
  • Su basi statistiche: il sintomo acquista valore come dato frequenziale;

Il manuale ha quindi il compito di classificare i diversi disturbi per permettere di fare diagnosi in modo oggettivo e descrittivo. Come detto la sua struttura segue un sistema assiale che presupponea la presenza di 5 assi:

  • ASSE I: disturbi clinici, temporanei o comunque non “strutturali” che possono essere riconducibili non solo al cervello e al sistema nervoso, ma anche a qualsiasi condizione clinica significativa che il soggetto può avere (es. sieropositività, malattia cronica)
  • ASSE II: disturbi di personalità e ritardo mentale, stabili, strutturali. Generalmente, ma non necessariamente, si accompagnano a un disturbo di Asse I, cui fanno da contesto.
  • ASSE III: condizioni mediche acute e disordini fisici
  • ASSE IV: condizioni psicosociali e ambientali che contribuiscono al disordine
  • ASSE V: valutazioni globali del funzionamento

Per ciascun disturbo mentale vengono elencati una serie di comportamenti sintomatici o stili di gestione delle emozioni che, se presenti per un certo lasso di tempo e con una certa frequenza, vanno a definire l’esistenza di tale problema.

La prima versione risale al 1952 (DSM-I) e fu redatta dall’American Psychiatric Association (APA). Da allora vi sono state ulteriori edizioni fino a giungere alla quarta, quella attuale, redatta nel 2000.
Propriop il DSM IV ha introdotto alcuni importanti cambiamenti nei criteri diagnostici per alcune psicopatologie come la sindrome di Tourette, il frotteurismo, la pedofilia…
Il DSM-V è in fase di pianificazione, e dovrebbe essere pubblicato intorno al 2012 (ma ne parleremo la prossima volta! 😉

Proprio per il fatto che il manuale sia nosografico e basato su elementi statistici definiti a priori e ritenuti oggettivi, il DSM IV è da sempre stato sottoposto a diverse critiche.
Prima di tutto da alcuni non viene ritenuto adeguato per valutare la situazione clinica di una persona. Altri  criticano la sua struttura rigidamente statistica, in particolar modo la scelta dei cut-off che porterebbero a diagnosticare un disturbo mentale ad una persona con tre delle caratteristiche richieste, allo stesso modo di una persona con sette di quelle caratteristiche.
Inoltre utilizza è un metodo descrittivo della malattia psichiatrica che crea etichettamenti non necessariamente corrispondenti alla realtà.
In più, l’approccio descrittivo impedisce di individuare ogni riferimento alle caratteristiche soggettive del paziente, agli effetti della sua esperienza e la sua storia personale
Infine, altre critiche riguardano più direttamente la dimensione etica :la metà degli psichiatri che hanno partecipato alla stesura dell’ultima edizione del DSM ha avuto rapporti economici  con società farmaceutiche.
Queste scoperte hanno fatto tornare in auge, negli ultimi anni, il tema delle “malattie finte” create apposta per lanciare nuovi farmaci.


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