Posts Tagged ‘Emergenza’

I possibili effetti psicologici in risposta ad una catastrofe

gennaio 26, 2010

Ho già parlato qualche giorno da del PSD come possibile conseguenza della catastrofe di Haiti. Volevo oggi ampliare il discorso circa i diversi e possibili effetti psicologici che possono colpire le popolazioni vittime del terremoto, ma anche i parenti o chi semplicemente vede in televisione le immagini di questa distruzione.

Per fare questo vorrei riportare l’intervista compiuta da Health.com a Guerda Nicolas, psicologa clinica nata ad Haiti e dirigente del Dipartimento di studi educativi e psicologici dell’Università di Miami. La traduzione italiana di parti dell’intervista è tratta da Psicozoo, mentre per leggere l’originale in lingua inglese basta cliccare sul link in fondo alla pagina.

D: Quali sono gli effetti psicologici immediati che seguono un disastro come questo?
R: Non c’è una risposta immediata. Quando un individuo si trova nel mezzo del disastro, è centrato sulla sopravvivenza e si chiede semplicemente cosa sta succedendo. Il vero trauma, l’impatto psicologico, non si manifesta prima di alcuni mesi dopo la tragedia. Quando le cose si tranquillizzano, si comincia a sentire l’impatto e il dolore delle immagini a cui si assiste.

D: E’ in questo momento che comincia lo stress post-traumatico?
R: Esattamente. Dopo che gli sforzi per i soccorsi sono finiti, dopo che i funerali sono stati celebrati – è qui che può verificarsi il Disturbo Post- Traumatico da Stress (PTSD). All’occorrenza di qualunque tipo di trauma, una persona può avere episodi di stress acuto e di ansia, ma il PTSD non si sviluppa prima di 6 mesi dalla tragedia, quando iniziano i sintomi come l’insonnia e i flashbacks.

D: Ci sono altri sintomi che accompagnano questo genere di trauma?
R: La depressione è uno di questi; spesso è un segno di PTSD. L’ansia è un’altra risposta frequente in questi casi e spesso le persone fanno ricorso anche a stupefacenti. C’è un forte desiderio di affievolire il dolore, così le persone bevono di più o fanno uso di sostanze per sopportare la sofferenza. In ogni caso, individui diversi danno risposte differenti alle situazioni e non c’è una modalità standard di reazione.

D: Le persone che sono lontane dall’evento, possono comunque sperimentare lo shock e lo stress post-traumatico come chi era sul posto?
R: Certo, sicuramente. La chiamiamo “Traumatizzazione vicaria”. E può essere perfino più devastante a livello psicologico perchè c’è un senso d’impotenza, guardando le immagini, vedendo la devastazione e sapendo che non puoi farci niente. Le persone che sono lì, nella tragedia, stanno lavorando duro per alleviare le sofferenze degli altri e questo può aiutarle a sentirsi meglio rispetto a chi da lontano guarda e non può fare nulla. I sintomi possono essere molto simili a quelli di un disturbo post-traumatico: possono avere incubi, flashbacks delle immagini viste in televisione, difficoltà a dormire e a concentrarsi, inappetenza.

D: Come si può prevenire questo trauma?
R: La prima cosa che ho detto alle persone di Miami è “Smettetela di guardare le notizie”. Onestamente, le immagini riportate dai media possono essere troppo forti per alcune persone. Una cosa utile invece, che è buona norma ad Haiti è di stare in compagnia dei vicini. Inviata i tuoi amici a casa, bevi con loro un te e condividi quello che stai provando. Il mio suggerimento è quello di parlarne piuttosto che limitarsi a guardare le scene del disastro, perchè assistendo da spettatore non hai la possibilità di esprimere quello che stai provando.

D: Se hai un amico o un vicino che ha dei parenti coinvolti in un disastro come quello di Haiti, cosa puoi fare per aiutarlo?
R: Penso che possa essere d’aiuto ascoltare. Bussa alla porta di quella persona e dille “So che hai dei cari lì, vuoi parlarne?”. Spesso la loro disperazione nasce dal fatto che non hanno la possibilità di essere lì ad aiutare e durante la conversazione emergeranno i suoi bisogni. Potete offrirvi ad esempio di sollevarli accompagnando a scuola i loro bambini o portando qualcosa per cena.

D: Ci sono delle differenze culturali a cui le persone devono stare attente nel tentare di aiutare qualcuno che viene da un paese diverso dal proprio?
R: Penso che sia importante tenere presente che noi non viviamo le cose nello stesso modo. Ognuno esprime quello che sente in modi diversi. Alcuni possono piangere e disperarsi, altri possono sentirsi mancare, altri possono abbattersi. Tutte queste modalità sono parti di una reazione al trauma, ma non vuol dire che queste persone non siano capaci di reagire e di affrontare gli eventi. Una persona in stato di shock può inizialmente sembrare a pezzi e poi rialzarsi e farcela. Nella mentalità Haitiana, le persone sono convinte di potercela fare: se le tragedie accadono, gli Haitiani sanno che si rialzeranno e andranno avanti.

The Psychological Aftershocks: How Will Haitians Cope? – Health.com

L’adozione: vantaggi e rischi psicologici nell’adottare un bambino vittima del terremoto di Haiti

gennaio 25, 2010

Dopo il catastrofico terremoto che ha colpito la popolazione di Haiti il tema delle adozioni è diventato, negli ultimi giorni, uno degli argomenti di maggiore discussione.
Si stima che siano migliaia i bambini che si trovano oggi a vivere per strada, dopo aver perso i genitori e probabilmente anche tutti i parenti.
Il sottosegretario Carlo Giovanardi ha dichiarato che le familgie italiane potranno adottare bambini Hitiani ma solo a due condizioni: se a chiederlo all’Italia è il governo di Haiti che dichiara lo stato di reale abbandono del bambino e se le coppie italiane sono in possesso dell’idoneità all’adozione.

Questo fa nascere una serie di domande circa i vantaggi e i rischi che questo tipo di pratica può apportare ai bambini in causa.
Sicuramente vivere in una famiglia, con le cure e le attenzioni di due genitori, ha numerosi vantaggi rispetto al vivere in un orfanotrofio. La possibilità di cure e amore “personalizzato”, l’occasione di vivere in un ambiente protetto e di creare una relazione di attaccamento con una figura adulta importante sono tutti elementi fondamentali per poter vivere un’infanzia serena e non traumatica.
Certo è che l’adozione resta una pratica complessa e rischiosa. Prima di tutto è importante tenere conto dell’età del bambini. Mentre per i più piccoli è relativamente meno traumatico essere sradicati dal proprio territorio e adattarsi al nuovo ambiente, per i bambini più grandi può avere risvolti molto negativi il fatto di essere allontanati dal proprio luogo di origine.
Inoltre, l’affido richiede da parte della coppia che si assume questa responsabilità una serie di competenze non banali. Specialmente in seguito ad una tragedia di queste dimensioni bisogna fare attenzione a tutti quegli aspetti specificatamente psicologici che possono interessare il bambino. Esso si può trovare in una situazione di stress, di paura, di impotenza e i genitori italiani devono avere le competenze adeguate per riconoscere e rispondere a questi disagi e sapersi avvicinare nel modo più consono.
L’ideale sarebbe comunque che questi bambini rimanessero nel luogo in cui sono nati e quindi le adozioni acquisterebbero veramente senso solo nel caso in cui questi piccoli non avessero più in patria nessun parente che si possa occupare di loro

L’adozione resta una pratica importantissima e di grande valore. Ma chi decide di assumersi questa responsabilità deve ricordarsi che è un impegno che dura tutta una vita e che richiede un percorso anche psicologico lungo e fondamentale.

Haiti e il terremoto: il disturbo post-traumatico da stress come possibile conseguenza

gennaio 16, 2010

Sfrutto la terribile catastrofe che ha colpito Haiti e i suoi abitanti, ma anche tutti coloro che hanno visto in tv le immagini di morte e distruzione del paese per parlare di uno dei disturbi più importanti e diffusi oggi: il disturbo post-traumatico da stress o PTSD.
Davanti a queste catastrofi sappiamo che circa il20% degli adulti sviluppa questo distrubo. Ma di cosa si tratta?

Il PTSD entra a far parte del DSM III negli anni ’80 come “riposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, che prevede un aumento notevole del livello dell’ansia, evitamento degli stimoli associati al trauma e appiattimento della reattività emozionale.
Il disturbo, come dice l’etichetta, nasce in seguito ad un evento traumatico, che minaccia cioè la sopravvivenza o l’integrità del soggetto o che viene vissuto senza la rpesenza di una rete sociale di sostegno.
Il PTSD viene definito sulla base della durata temporale dei sintomi. Se essi perdurano per sole 4 settimane si parlerà di “disturbo scuto da stress”, ma non di disturbo post-traumatico, che invece comapre se le reazioni all’evento traumatico perdurano per almeno un mese.
Mentre il primo disturbo è considerato come una reazione provvisoria dell’individuo, il PTSD si caratterizza per la presenza di almeno 6 sintomi in 3 diverse aree:

  • vissuto ripetuto dell’evento tramite incubi, flashback, pensieri..
  • evitamento nel nominare, pensare o prendere contatto con alcuni aspetti della realtà traumatica
  • aumento dell’attività fisiologica

Inoltre è possibile distinguere tra PTSD acuto e ridardato: mentre nel primo caso i sintomi compaiono entro i 3 mesi (e spesso persisoton in modo cronico), nel secondo essi compaiono dopo almeno 6 mesi.

L’idea di base è che il disturbo post-traumatico da stress trovi le sue basi non nella persona e nei suoi tratti di personalità, ma nel mondo esterno, in un evento traumatico vissuto dal soggetto.
E ovviamente va precisato come solo una piccola percentuale della popolazione che è vittima di  un evento traumatico mostrerà i sintomi del PTDS: non c’è quindi una relazione diretta tra evento e disturbo!

I Serious Game in emergenza: il pericolo degli incendi

gennaio 15, 2010

Vi avevo già parlato tempo fa dei Serious game e dell’importanza dell’uso della realtà virtuale nella pratica psicologica.
Oggi voglio parlarvi di un videogame che rientra all’interno dell’ambito della psicologia dell’emergenza. Il gioco ha l’obiettivo formativo di trasmettere alcune conoscenze fondamentali di sicurezza personale nelle situazioni di incendio.

Giocando ad un videogioco dove lo scopo e’ salvarsi da un’incendio abbiamo modo di sperimentare tutte le azioni positive e negative e di apprendere i loro effetti in un modo molto diverso e piu’ efficace di quello tradizionale.
Il problema della comunicazione dell’emergenza è importante: anche di fronte a volantini o fogli appesi alle porte che contengono tutte le istruzioni su come comportarsi in caso di pericolo i soggetti non mettono in pratica quanto scritto perche’ di fronte ad una situazione non familiare e stressante scattano spesso comportamenti automatici.
Il video qui sotto mostra alcuni esempi di situazioni che si possono sperimentare nel serious game: imparare dove sono gli allarmi e come azionarli, abbassarsi se e’ presente del fumo nella parte alta di un corridoio, imparare che non va preso l’ascensore, familiarizzare con l’ubicazione e la struttura delle scale di sicurezza e con i tempi di evacuazione

Un’altra cosa interessante e’ che, siccome e’ ambientato in una riproduzione fedele di un’edificio reale,  l’analisi visuale può mostrare come sia necessario modificare il reale al fine di renderlo più sicuro o più comunicativo circa i rischi.
Infine, una cosa curiosa accaduta nella valutazione e’ che molti utenti si sono lamentati di come il personaggio “vada troppo piano”: peccato che il personaggio andasse invece alla velocita’ corretta che una persona media avrebbe dentro l’edificio!

Informazioni piu’ tecniche su questo progetto sono reperibili nell’articolo presentato alla prima IEEE Conference on Games and Virtual Worlds for Serious Applications, scaricabile a questo link.

La psicologia dell’emergenza

aprile 18, 2009

Avendo inserito un post che riguarda il ruolo della psicologia nelle situazioni di traumi e calamità naturali, mi sembra necessario parlare un po’ di questo nuovo e emergente ambito della psicologia denominato proprio Psicologia delle emergenze.

Si tratta di un settore della psicologia che si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità, disastri ed emergenza/urgenza e, nello specifico, studia il comportamento individuale, gruppale e comunitario in situazioni di crisi. In sintesi, mentre gran parte della psicologia tradizionale si occupa dei processi psichici (cognitivi, emotivi, psicofisiologici, etc.) che avvengono in condizioni “normali”, la psicologia dell’emergenza si occupa di come tali processi vengano ad essere rimodulati e modificati nelle situazioni di crisi e trauma. Gli ambiti e gli oggetti di studio di questa branca sono numerosissimi: dallo studio di come un bambino si rappresenta cognitivamente, e cerca di trovare coerenza in una situazione di emergenza a come la comunicazione interpersonale viene alterata nelle interazioni sociali che avvengono in una situazione di rischio. Dal punto di vista strettamente clinico la psicologia dell’emergenza si occupa principalmente della formazione preventiva al personale del soccorso e di attuare interventi immediati di supporto sulla scena e di consulenza diretta alle vittime “primarie” (i soggetti direttamente coinvolti dall’evento critico) e alle “secondarie” (parenti e/o testimoni diretti dell’evento). La peculiarità dello psicologo dell’emergenza non sta solo nella capacità clinica di consulenza alle vittime, ma deve possedere un’approfondita conoscenza del sistema dei soccorsi e della sua organizzazione e essere specializzato nella gestione emotivo-relazionale delle situazioni di crisi. Inoltre deve avere competenze sociali circa i fenomeni della “percezione del rischio” (Risk Perception) e della “comunicazione del rischio” (Risk Communication). In generale si può dire che oltre ad occuparsi della “clinica” deve essere in grado di gestire lo scenario psicosociale e comunitario, all’interno del quale è avvenuta l’emergenza. Data la loro frequente interazione con i processi emotivi traumatici del particolare tipo di pazienti con cui operano gli psicologi dell’emergenza sono in media più soggetti a rischi di traumi e vissuti di controtransfert e quindi necessitano di continue supervisioni e de briefing.

Per chi fosse interessato:

Rivista di Psicologia dell’emergenza e di Assistenza umanitaria: http://www.psicologiperipopoli.it/La%20rivista.html

Associazione Italiana di Psicologia dell’Emergenza: http://www.psiemitalia.org/home.asp

Blog di approfondimento: http://psicologiaemergenza.blogspot.com/


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