Posts Tagged ‘Neuropsicologia’

Vivere senza l’amigdala…e senza paura!

dicembre 21, 2010

Dopo aver parlato della paura un interessante caso quanto mai stupefacente!

Si chiama, per una questione di privacy, solo “SM”, e da mesi sta facendo impazzire gli scienziati di mezzo mondo. Si tratta di una donna dell’Iowa, negli Stati Uniti, che vive in una condizione che a primo impatto farebbe invidia a tutti noi: la mancanza di paura. In realtà si tratta di una patologia grave in quanto è proprio la coscienza della paura, ma anche di tutte le altre emozioni, ad aver permesso all’uomo di evolversi e agli animali di sopravvivere, perché se si teme un pericolo lo si evita.

Lei non ci riesce, non perché sia ingenua o poco intelligente, ma finalmente si è capito il motivo: le manca l’amigdala. Denominato anche “centro delle emozioni”, l’amigdala è un piccolo fascio di nervi che si trova nel lobo temporale del cervello ed ha forma di una mandorla. Il suo compito è integrare i processi neurologici superiori come le emozioni, ed è sede della memoria emozionale, cioè lì risiedono tutti i ricordi negativi che ci fanno tornare la paura quando situazioni simili si ripresentano, ma anche quelli positivi. Se a lei manca quest’area si spiega facilmente come mai non abbia paura.

Ma più precisamente cosa significa non avere paura? I ricercatori le hanno posto addosso dei sensori neuronali per registrare qualsiasi variazione dell’umore, e poi l’hanno sottoposta ad una serie di prove al limite della sopportazione umana come farla entrare in una stanza con delle tarantole e dei serpenti, farla assistere a dei film horror e farla parlare in carcere con dei detenuti accusati di omicidi e stupri. Come ha reagito? Accarezzava le tarantole, i film horror le erano indifferenti e con i serial killer dialogava come se fosse al bar con un’amica. Per questo motivo i suoi familiari preferiscono non farla mai uscire di casa da sola.

Lo studio di questa sua condizione, spiegano i ricercatori, è molto importante in quanto potrebbe svelare nuove tecniche per curare quelle persone che soffrono di fobie e ansia che non permettono una vita normale, o curare quei migliaia di soldati che, tornati dalle guerre, cadono in depressione e spesso si tolgono la vita.

Tratto da: www.medicinalive.com

E se vedessimo solo ciò che è alla nostra destra? La Sindrome di Neglect

ottobre 11, 2010

È difficile mettersi nei panni di un bambino, un ragazzo, una donna che non vede letteralmente nulla di ciò che compare nel suo campo visivo sinistro…e non per un deficit visivo, ma bensì per un deficit neurologico!Come mai queste persone possono non sentire altri soggetti che parlano alla loro sinistra? Come fanno a non avere la percezione corporea dei loro arti sinistri?
Tutto questo è spiegabile dalla cosiddetta Sindrome di Neglect.

La sindrome neglect o negligenza spaziale unilaterale (NSU) è una sindrome, causata da un disturbo dell’attenzione selettiva spaziale, il cui sintomo maggiore è un deficit di consapevolezzadi tutti gli stimoli posti nello spazio d’azione opposto all’emisfero cerebrale lesionato. Quasi sempre la lesione è situata nell’emisfero destro ed il deficit si manifesta in un’incapacità di orientare l’attenzione in direzione opposta, quindi verso sinistra.
Si tratta di una delle patologie più frequentemente riscontrate dopo un danno cerebrale ed è una condizione neurologica e neuropsicologica nella quale, dopo il danneggiamento di alcune particolari zone del cervello la persona non considera più una parte dello spazio.
È importante ricordare che questa condizione non è data da un problma alle vie ottiche, ma da un deficit attentivo.
Le aree colpite sono principalmente il lobo parietale destro dell’encefalo e le aree corticali di ordine superiore, tanto è vero che si continuano a riscontrare potenziali evento-correlati nella corteccia visiva primaria, a dimostrazione del fatto che l’elaborazione sensoriale non è danneggiata
Oltre alla mancanza di consapevolezza dello spazio controlesionale, sono presenti altri deficit come riduzione delle capacità attentive, tendenza patologica a focalizzarsi sui dettagli, basse capacità di memoria visuospaziale e deficit nella pianificazione ed esecuzione di attività nell’emispazio controlesionale. Possono essere presenti anche deficit motori, rappresentativi, attenzionali ed esplorativi sempre per l’emispazio sinistro.

Il paziente si comporta come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza del lato sinistro dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo. Le caratteristiche principali della sindrome sono le seguenti:

  1. mancata risposta agli stimoli presentati controlesionalmente;
  2. significativa diminuzione dei movimenti di esplorazione verso lo spazio controlesionale;
  3. presenza della sintomatologia anche in assenza di deficit sensoriali o motori: il comportamento non può essere spiegato esclusivamente in termini percettivi o motori;

Nei casi più gravi i pazienti possono evidenziare una numerosa serie di sintomi collaterali quali la tendenza a non usare l’arto contro lesionale o la mancata interazione con persone presenti nello spazio negletto.

La diagnosi di negligenza può essere effettuata attraverso numerosi test. I più diffusi sono i seguenti:

  • Il disegno o copiatura di oggetti elementari (una margherita, un orologio) = il soggetto omette di disegnarne una parte, o sposta le componenti nella parte ipsilesionale

  • Cancellazione di linee in cui si chiede di barrare le linee disegnate su un foglio di carta = il soggetto agisce come se non vedesse le linee sulla sua sinistra

  • Disegno di un orologio = si chiede di disegnare a memoria il quadrante di un orologio.

 

La terza settimana della Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale

settembre 22, 2010

È in corso in questi giorni (20-26 settembre 2010) e in diverse regioni italiane la terza edizione della Settimana della Prevenzione dell’Invecchiamento Mentale, organizzata da Mens Sana, associazione non profit per la ricerca neuropsicologica, con sede a Monza (MI)
Durante queste giornate  l’associaizone  propone di effettuare uno screening delle facoltà cognitive della popolazione, soprattutto oltre i 50 anni d’età, e di insegnare il fitness della mente, basato sulla “ginnastica” cerebrale, alla fine di, per così dire, “togliere anni alla mente” e non solo al corpo.

Tutti, e a qualsiasi età, siamo a rischio di deficit delle funzioni cognitive, stressate da vari fattori esistenziali. Calo di memoria o di concentrazione e altri “guasti” si possono contrastare con “armi” simili a quelle che bloccano l’orologio del tempo negli altri organi.
Il pirmo passo è compiere un check-up della mente, una verifica del proprio stato intellettivo che, durante la Settimana di Assomensana, si potrà prenotare ed effettuare gratuitamente tramite una delle 200.000 cartoline, distribuite presso centri commerciali, negozi, centri benessere, farmacie e studi medici. Nelle sedi prestabilite, gli interessati saranno sottoposti dagli specialisti a particolari TEST atti a stabilire le abilità cognitive del soggetto, come la fluenza verbale e l’astrazione e otterrano un profilo neuropsicologico che servirà a rintracciare eventuali punti deboli da rafforzare con strategie mirate. A questo punto si parte con u training cognitivo personalizzato!

Ma attenzione! Il “fitness per la mente” richiede opportuni comportamenti nel quotidiano e anche a tavola. Una regolare attività motoria contrasta il decadimento fisico e quello mentale in quanto riduce i danni legati all’eccesso di cibo e ai processi degenerativi dei radicali liberi. Inoltre, secondo studi americani, una dieta ricca di verdura e frutta, con l’aggiunta di cioccolato (per la felicità dei più golosi) fornirebbe flavonoidi antiossidanti, in grado di potenziare il cervello e di aumentare la capacità di apprendimento e la memoria.

Per saperne di più: www.assomensana.it/Prevenzione/settimana-contro-invecchiamento.php

Tecniche di brain imaging: la risonanza magnetica funzionale

giugno 17, 2009

Avendo più volte riportato risultati e riassunti di ricerche di neuropsicologia che utilizzano questo tipo di strumento mi sembra doveroso parlare e cercare di spiegare un po’ il funzionamento della tecnica della risonanza magnetica funzionale o fMRI.

Si tratta di una tecnica di brain imaging e come tale, traducendo le variazioni metaboliche prodotte dall’attività cerebrale in mappe di attivazione, porta alla creazione di mappe, immagini di una sezione del cervello con diverso gradiente.
Qual è l’idea di base? L’idea è che quando un’area cerebrale è attiva utilizza più glucosio e quindi essa risulterà avere un metabolismo maggiore e un flusso ematico più intenso. Gli strumenti di brain imaging sono in grado di valutare queste variazioni e così facendo di creare immagini “colorate”, con colori e livelli di intensità diversi sulla base della maggiore o minore attivazione dell’area. Confrontando poi una immagine di cervello “a riposo” e una immagine prodotta dalla risonanza del cervello sottoposto a uno stimolo (usando quindi la logica sottrattiva) si presuppone che possano essere identificate le aree che sono responsabili di quel particolare processo cognitivo attivato in risposta a quello stimolo.

In particolare la risonanza magnetica funzionale è una risonanza del cervello che si basa sull’applicazione di un forte campo magnetico che porta a modificare a livello energetico gli atomi di idrogeno. Prevede diverse fasi. Inizialmente il soggetto è inserito in un magnete che genera un campo magnetico statico che porta gli atomi di idrogeno ad allineare il loro asse di rotazione all’asse del campo magnetico stesso. Successivamente vengono inviati da un altro magnete degli impulsi elettromagnetici che modificano questo campo, portano gli atomi di H a riallineare l’asse al nuovo campo. Infine, alla cessazione degli impulsi, gli atomi tornano alla loro posizione iniziale liberando energia che è colta dallo strumento.

Viene misurato dalla risonanza anche il contrasto BOLD. Esso si basa sulla naturale ossigenazione del sangue. Si creeranno infatti immagini con aree di colore diverso sulla base della concentrazione di ossigeno nel sangue. L’idea è che maggiore è l’attivazione dell’area, maggiore sarà la richiesta di energia e quindi maggiore sarà l’ossigenazione…e viceversa!
Il risultato è, come detto, un’immagine in voxel del cervello, colorata con colori diversi…

Buon umore e percezione: uno studio che ne spiega il legame.

giugno 13, 2009

Uno studio dell’Università di Toronto fornisce la prima prova diretta che il nostro umore cambia letteralmente il nostro sistema di filtri nell’esperienza percettiva, suggerendo che ‘guardare il mondo attraverso lenti rosa’ aiuti a vederlo meglio non sia solo una metafora ma anche un fatto biologico. Lo studio è pubblicato sul ‘Journal of Neuroscience‘. “Buon umore e cattivo umore cambiano letteralmente il modo di operare della nostra corteccia visuale e di come noi vediamo”, dice Adam Anderson, professore di psicologia e responsabile della ricerca.

“Specificatamente il nostro studio mostra come quando si è di buon umore, la nostra corteccia visuale capta più informazioni, mentre il cattivo umore porta a una visione più limitata. I ricercatori dell’Università di Toronto hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per esaminare come la corteccia celebrale processa le informazioni visive quando il soggetto è di buon umore, di umore neutro e di cattivo umore, scoprendo che fornendo ‘gli occhiali rosa del buon umore’ si accrescono le percezioni visive. Lo studio è stato condotto facendo vedere ai soggetti in esame immagini che suscitassero stati d’animo diversi e studiandone le reazioni attraverso il monitoraggio di specifiche parti del cervello. “In uno stato d’animo positivo, la gente ‘processa’ un maggior numero di cose presenti, il che dovrebbe essere una buona cosa, ma può anche portare a maggiori possibilità di distrazione”, dice un altro degli autori dello studio, Taylor Schmitz.

“Il buonumore letteralmente allarga la finestra attraverso la quale guardiamo il mondo. Il buono è che così vediamo le cose in un contesto più globale e integrato. Il cattivo è che questo può portare a distrazione, soprattutto quando siamo impegnati in qualcosa che richiede un ‘fuoco piu’ ristrettò, come quando si usano macchinari pericolosi o si controllano i bagagli dei passeggeri in un aeroporto”.

Tratto da: www.ansa.it

La Brain-computer interface

giugno 5, 2009

Una Brain-computer interface (BCI) rappresenta un mezzo di comunicazione diretto tra un cervello (o più in generale parti funzionali del sistema nervoso centrale), e un dispositivo esterno quale ad esempio un computer. Nelle classiche BCI mono-direzionali, il dispositivo esterno riceve comandi direttamente da segnali derivanti dall’attività cerebrale. Le BCI bi-direzionali combinano il descritto canale di comunicazione con una linea di ritorno che permetterebbe lo scambio di informazioni tra il dispositivo esterno e il cervello.

Si tratta di una tecnologia emergente con interessanti applicazioni in campo neuroriabilitativo. In questo video, due persone giocano al celebre videogame “Pong” utilizzando le proprie onde cerebrali per spostare le racchette. Non è impressionante???

La sindrome di Capgras

febbraio 17, 2009

Rifacendomi all’ultimo articolo che ho inserito ho deciso oggi di andare a scoprire qualcosa di più sulla sindrome di Capgras…

Si tratta di un raro disturbo di origine neurologica che prende il nome dallo psichiatra francese Jean Marie Joseph Capgras, che lo descrisse per la prima volta nel 1923 e gli diede il nome di “l’illusion des sosies”, ossia l’illusione dei sosia.

Il sintomo caratteristico della sindrome di Capgras è il delirio che altre persone, solitamente strettamente legate al paziente (genitori, coniuge, figli o fratelli), siano state sostituite con sosia identici, che sono impostori, pur ammettendo che essi hanno un aspetto assolutamente uguale alle persone originali.
Il paziente indica spesso delle differenze, in realtà inesistenti, tra il sosia e l’originale in particolare nell’apparenza fisica e nel comportamento.

Esso si presenta talvolta in coloro che hanno riportato una lesione in particolari aree cerebrali ( da sottolineare come il 30% dei soggetti colpiti siano malati di Alzheimer), ma in alcuni casi può essere un sintomo della schizofrenia.
Nel caso della lesione si ipotizza che essa provochi una interruzione del collegamento tra le aree visive e il centro delle emozioni (sistema limbico e amigdala).

Il paziente riconosce il congiunto (in quanto le aree preposte al riconoscimento dei volti non risultano danneggiate), ma non provando alcuna emozione, si immagina che la persona che ha di fronte non sia altro che un impostore.

Si altera la funzione inconscia del “riconoscimento emotivo” al punto che il parente non suscita  più nel soggetto quelle emozioni che lo rendevano familiare.

Interessante è un altro aspetto… Ascoltando per telefono la voce del parente, il paziente la riconosce come autentica. E’ quindi solo l’aspetto visivo a presentarsi anormale, in quanto la via uditiva non è compromessa.

Inizialmente, Capgras spiegò la natura del delirio come la conseguenza di sentimenti di estraneità, associata a una tendenza paranoide alla sfiducia. Rifacendosi a quest’idea, molti studiosi affiancano all’ipotesi biologica  una possibile eziopatogenesi di stampo psicoanalitico, secondo la quale il paziente riverserebbe sul sosia tutti i sentimenti provati verso il parente,  persona con cui teme, o vorrebbe evitare, una relazione o confronto, perché prova paura, invidia, rabbia o altri sentimenti spiacevoli. Essendo il sosia un impostore, il paziente può respingerlo a ragione e senza rimorsi o timore.

Secondo gli studiosi di questa scuola di pensiero, nella patologia sono in gioco tre diverse individualità: il malato, l’alter ( la persona conosciuta e non riconosciuta dal paziente) e l’alius, il sosia su cui il malato sposta affetti indesiderati e socialmente inaccettabili, per risparmiarli all’alter.

Portando avanti come parallelamente plausibili queste due ipotesi la cura diventa difficile. Trattandosi di un sintomo tipicamente psicotico richiederebbe un intervento con antipsicotici, ma è importante anche compiere un’attenta e completa valutazione neuropsicologica per identificare una possibile lesione organica che sia causa della sindrome.

Ma la cosa che più di tutto mi ha colpito è il ruolo che gioca l’emozione!! Non è il fatto di non riconoscere i lineamenti o l’aspetto del familiare che turba e dà l’idea di essere a contatto con un impostore…ma il fatto che egli non suscita in me quelle emozioni familiari e abituali che fino a prima erano presenti!!!

La neuropsicologia di sicuro ha il vantaggio di permettere di compiere mille passi avanti nella scoperta della struttura del nostro cervello e delle cause di alcuni disturbi…ma sembra proprio che più in profondità ci sia altro dal quale è impossibile prescindere.

Quando le figlie diventano sorelle…

febbraio 16, 2009

Leggendo il numero di dicembre di “Psicologia contemporanea” ho trovato questo articolo…

I neuropsicologi conoscono pazienti che, a seguito di una lesione cerebrale, non riescono più a identificare i visi dei familiari (prosopagnosia), oppure li riconoscono, ma sono convinti che si tratti di sosia o di impostori (sindrome di Capgras).

Nel 2003 è stato descritto un caso inedito: un uomo affetto da Alzheimer confondeva continuamente sua moglie con la madre morta da tempo. In seguito incominciò a confonderla con la sorella. Nel 2007, una équipe giapponese (Tohoku University Graduate School of Medicine) descrisse una donna di 74 anni, affetta anch’essa da Alzheimer che scambiava le sue figlie con le sorelle e suo marito con il padre deceduto. Questa paziente riusciva, tuttavia, a riconoscere i loro visi e i loro nomi, a definire precisamente che cosa è una sorella, una figlia, un padre e un marito. Sembrava dunque soffrire unicamente di un’incapacità a stabilire esattamente lo status dei membri della sua famiglia.

È noto che le nostre conoscenze sui nomi, visi e le qualità delle persone sono controllati da circuiti neuronali differenti. Ora sembra che anche la rappresentazione dei nostri personali legami familiari sia regolata da una funzione cerebrale indipendente e ultraspecializzata.

Mi ha sempre affascinato il mondo di queste sindromi così rare…oltre ad essere particolari, sorprendenti e, a volte, sconvolgenti colpiscono pochissimi individui, ma ci aiutano a capire come  funzioniamo tutti!!! Non trovate?

Quasi tutti gli studi neuropsicologici si basano proprio su questo confronto tra l’immagine del cervello di una persona “normale” e quella di un soggetto con una particolare lesione.

I due presupposti fondamentali sono: la stretta connessione tra la struttura cerebrale e l’attività mentale e il fatto che il deficit del soggetto con la lesione è spiegato proprio in funzione del danno cerebrale che ha subito.

Da tener conto, però, è la complessità delle nostre funzioni cerebrali. Oggi si sa che non c’è corrispondenza biunivoca tra funzione cognitiva e area cerebrale. Si tratta piuttosto di circuiti complessi nei quali una stessa area è implicata in più operazioni cognitive e i diversi processi sono frutto di una interazione tra le diverse strutture.

Il caso citato, comunque, è indicativo di come una lesione ad un’area specifica del nostro cervello possa compromette una sola funzione cognitiva, così specifica da non andare ad intaccare tutte le altre capacità ad essa interconnesse.

Tratto da:  Psicologia contemporanea,  120, 2008

Ricerca: A. Nobuhito, I. Hiroshi, F. Toshkatsu, U. Aya, L. Eunjoo, I. Toshiyuki, M. Esturo, “Selective impairment in the retrieval of family relationships in persons identification: A case study of delusional misidentification”, Neuropsychologia, 45, 13, 2007.


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