Posts Tagged ‘Pregiudizi’

Pensiero critico: l’abilità di analizzare e valutare le informazioni

giugno 25, 2011

(http//www.flickr.com/photos/darkroses)

La seconda life skills che vi presento oggi è il pensiero critico.

Il pensiero critico è l’abilità che ci consente analizzare in modo oggettivo le informazioni che già si possiedono, valutare e interpretare dati e esperienze al fine di giungere a conclusioni chiare e precise.
Avere buone capacità di riflessione di analisi critica della situazione non porta necessariamente a giungere alla conclusione vera: porta però sicuramente e crearsi un giudizio personale, attento e libero da pregiudizi.

Due autori in particolare, Facione e Ennis, hanno proposto un modello del pensiero critico.
Secondo questi autori esso è fondamentale per saper valutare le informazioni e ben progettare le azioni. Si tratterebbe non di una singola life skills ma di un insieme di sotto skills che portano il soggetto a saper svolgere 5 diverse operazioni:

  • Chiarificazione = capacità di focalizzare la questione e attribuire ad essa un significato
  • Analisi = capacità ad articolare la questione nei suoi aspetti diversi, analizzandone anche i punti impliciti
  • Valutazione = saper accertare il valore delle fonti di informazione verificandone l’attendibilità, l’accordo tra esse, la credibilità…
  • Influenza = capacità di ampliare i dati di partenza, tramite inferenze e deduzioni
  • Controllo = abilità nel saper monitorare il ragionamento durante tutto il processo

Come tutte le life skills ogni singola sotto skills può essere insegnata e ampliata con diversi interventi.

Riprendendo come spunto il modello di Kahneman esposto nel precedente post si potrebbe affermare che potenziare il pensiero critico significa aiutare le persone a passare dal’utilizzo del sistema 1 all’utilizzo del sistema 2.

In conclusione si può dire che il pensiero critico rientra di diritto tra le principali life skills in quanto permette di analizzare le esperienze in maniera obiettiva e può contribuire alla promozione della salute, aiutando i soggetti a riconoscere e valutare i fattori che influenzano i propri atteggiamenti, valori, comportamenti di salute e a limitare le influenze dei coetanei e dei mass-media.

Obesità e disturbi mentali: un legame che esiste e va affrontato

aprile 9, 2010

Legame tra obesità e disturbi mentali? Anche a livello di psicologia ingenua forse qualcuno di voi si è  reso conto di come le discriminazioni e la perdita di autostima dovuta ai chili di troppo potrebbero essere predittori di qualche disagio psicologico. Ma forse i medici dovrebbero tenerne maggiormente conto.

È quanto sostiene Evan Atlantis in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal (Atlantis E., Obesity and depression or anxiety, BMJ, Oct. 2009)

Atlantis suffraga le ipotesi di un “rischio a due vie tra obesità e disturbi mentali comuni”. Partendo da uno studio condotto da Mika Kivimäki e colleghi dello University College di Londra (Kivimaki M et al., Common mental disorder and obesity: insight from four repeat measures over 19 years: prospective Whitehall II cohort study, BMJ, Oct. 2009), egli sottolinea infatti che

a fini non solo preventivi ma anche di una terapia efficace, è necessario comprendere meglio i meccanismi per l’apparente rischio bidirezionale tra obesità e disturbi mentali comuni. Nonostante siano aspetti largamente trascurati, numerosi fattori psicosociali, fisiologici e legati allo stile di vita possono essere coinvolti nella complessa inter-relazione tra obesità e disturbi mentali.

Le persone obese, specialmente coloro che si percepiscono in sovrappeso, spesso vivono situazioni di stigma e di discriminazione legate a questo problema, con conseguente abbassamento dell’autostima e crescente senso di colpa. L’obesità risulta generalmente associata a condizioni socioeconomiche di basso livello, oltre che alla scarsa attività fisica praticata: entrambi i fattori sono forti predittori di depressione.
L’obesità può, inoltre, diventare una condizione cronica di stress causando disfunzioni fisiologiche significative che possono predisporre le persone a stati depressivi e alla sintomatologia a essi connessa. Una ridotta attività fisica e una assunzione eccessiva di cibo, in particolare alimenti ricchi di grassi e zuccheri per migliorare lo stato dell’umore, sono comuni tra i pazienti depressi e ansiosi. L’attivazione del sistema endocannabinoide, che aumenta l’appetito e può allo stesso tempo alleviare la depressione, sembra rinforzare questo comportamento.
Secondo Atlantis

i pazienti che presentano sintomi di disturbi mentali comuni dovrebbero ricevere dal proprio medico anche una valutazione del rischio di obesità e delle patologie croniche correlate, e viceversa. Un approccio multidisciplinare finalizzato alla promozione di uno stile di vita sano è decisiva

Tratto da: brainfactor.it

La visnoressia: il distrurbo alimentare che colpisce gli uomini

febbraio 24, 2010

Si chiama visnoressia e non è altro che l’anoressia che colpisce gli uomini. Questa malattia, insieme alla bulimia, è quasi sempre associata esclusivamente al sesso femminile, ma in realtà riguarda, anche se in minima parte, anche gli uomini. Secondo gli esperti su 10 casi di anoressia, almeno uno riguarda un uomo, mentre la media è di uno su 20 per quanto riguarda la bulimia.La visnoressia però non si manifesta nello stesso modo dell’anoressia. Se infatti una ragazza anoressica si vede sempre grassa anche se sottopeso, e finisce col non mangiare fino a stare male, in un uomo è molto raro che questa condizione si verifichi. La poca stima in sè stessi si verifica con un eccessivo ricorso ai muscoli. Spesso un visnoressico si iscrive in palestra e comincia a fare esercizi, ma portandoli all’eccesso, ed in molti casi ricorrendo anche ad anabolizzanti o altri prodotti che servono per gonfiare la massa muscolare. Questo avviene perché il ragazzo si sente più protetto dentro questa sorta di “guscio”, e riesce a mascherare le proprie insicurezze ed il proprio problema psicologico.
Differente dalle donne è anche l’età di insorgenza: se per esse l’anoressia si manifesta, nella maggior parte dei casi, tra i 14 anni e mezzo e i 18, la visnoressia è più probabile tra i 16 e i 20 anni, ma può comparire anche fino ai 27.
Come per l’anoressia alla base del problema ci sono i fattori sociali e familiari che tendono a far sentire inadeguata una persona, ma non vengono esclusi anche alcuni fattori ereditari.

Non esiste una cura universale efficace in quanto ogni paziente va seguito personalmente per indagare quali sono i fattori alla base del problema.
Questo qudro si aggrava, dal punto di vista psicologico e dell’identità, in quanto queste patologie sono spesso associate a comportamenti “tipicamente femminili” e per questo motivo, spesso, i ragazzi visnoressici sono etichettati come gay.
In realtà secondo il professore Giovanni Spera, ordinario di medicina interna dell’Università la Sapienza e membro del consiglio direttivo della società italiana per i disturbi alimentari, invece, non si può pensare che queste persone abbiano questi problemi solo perché gay, ma possono essere semplicemente degli etero più sensibili e più fragili di altri.
Peccato che spesso i pregiudizi hanno molta più influenza sui nostri comportamenti rispetto ai dati empirici!

Tratto da: www.medicinalive.com

Nord e sud: questione di intelligenza

febbraio 18, 2010

È Richard Lynn, docente emerito di psicologia all’università dell’Ulster a Coleraine, in Irlanda del Nord, a proporre una nuova e a dir poco sconcertante teoria sull’intelligneza.
Lynn è già famoso per le sue teorie provocatorie che ritengono che esistano differenze di intelligenza negli individui in base alla razza e al sesso. Ad esempio ha condotto una ricerca che dimostrerebbe che le donne sono meno intelligenti perché hanno il cranio più piccolo dei maschi e un’altra che sostiene che la pelle più chiara corrisponde a una maggiore capacità mentale.
Inoltre negli anni ’70 sostenne che gli abitanti dell’Estremo Oriente sono più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro «La curva a campana» teorizzò che nella popolazione di colore, una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici.

L’ultima proposta di Lynn riguarda direttamente il nostro paese!Il titolo già dice tutto: «In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy» («Le differenze nel QI tra nord e sud Italia corrispondono a differenze nel reddito, educazione, mortalità infantile, statura e alfabetizzazione»).
Qual è la teoria? Il sud Italia sarebbe meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. In particolare mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud più il coefficiente si abbassa. Si andrebbe dal Friuli (dove si concentrerebbero  i più intelligenti d’Italia) fino alla Sicilia, dove si toccherebbe il punto più basso.
In questo modo «il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI».
La causa? «E’ con ogni probabilità da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del nord Africa».
Roberto Cubelli, presidente dell’Associazione italiana di psicologia, ha criticato lo studio per i «gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica».
Ma indipendentemente da tutto questi limiti (che potrebbero semplicemente portare ad una teorizzazione sbagliata dal punto di vista dei risultati) la riflessione critica più importante interessa l’ipotesi che sottostà allo studio. Pensare di compiere una ricerca per verificare le differenze di intelligenza in base alla razza presuppone che alla base vi siano delle teorie essenzialmente razziste.
Il rischio grave è che queste teorie trovino seguaci e il tutto si trasformi in una nuova forma di pregiudizio razziale.

Tratto da: www.corriere.it

La giornata della memoria. Ricordare le vittime cercando di capire il perchè e gli effetti del genocidio.

febbraio 1, 2010

Il 27 gennaio si è celebrata in tutto il mondo la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Questo avvenimento continua a essere giustamente tema centrale della riflessione e del dibattito, soprattutto oggi in un mondo dove i pregiudizi e le persecuzioni sono ancora diffusi.
La psicologia si è interessata soprattutto a due aspetti legati all’olocausto: il perchè i soldati tedeschi si siano resi partecipi del genocidio e le analisi degli effetti sui sopravvissuti.

Perché i leader nazisti resero possibile l’eliminazione di milioni di Ebrei e molti cittadini di diverse nazionalità lasciarono a loro libertà di azione?
Sicuramente i meccanismi percettivi dell’assimilazione e del contrasto sono fonte di stereotipi: essi minimizzano le differenze all’interno dei gruppi ed estremizzano quelle tra i gruppi, portando a vedere gli altri come cattivi che meritano le sofferenze inflitte.

Questi meccanismi sono spiegati da Sherif e Hovland come vicinanza/lontananza del proprio atteggiamento a quello degli altri. Gli atteggiamenti che si collocano in una posizione relativamente vicina a quella del soggetto saranno percepiti come simili ai propri più di quanto non lo siano nella realtà (assimilazione) e riceveranno una valutazione positiva. Gli atteggiamenti piuttosto differenti saranno allontanati dalla propria posizione e valutati negativamente (contrasto).

Inoltre, secondo molti teorici della personalità, nei soldati tedeschi si sono fatti posto molti meccanismi di difesa coinvolti nella svalutazione dei gruppi altri, come ad esempio la proiezione e la scssione
Mentre la proiezione potrebbe sottendere la percezione che l’altro gruppo personifichi tutte le azioni e i pensieri immorali che non ammettiamo in noi stessi, la scissione, cioè la capacità di erigere barriere cognitive ed emozionali che dividono ciascuna parte di noi dall’altra, spiegherebbe come le persone la cui mansione era l’omicidio di massa, potessero tornare a casa dopo il “lavoro” e godersi una normale serata in famiglia.

Un altro fattore coinvolto è il pensiero di gruppo, una combinazione di orgoglio gruppale, di conformismo e di culto del leader, che può spingere a decisioni impensabili. In questo caso le inibizioni morali verso la violenza potrebbero indebolirsi attraverso l’approvazione di una figura autoritaria, l’esperienza reale del commettere atti violenti, la disumanizzazione del gruppo delle vittime,  il conformismo e la diffusione di responsabilità.

Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine dell’olocausto sulle vittime si è parlato in psicologia di sindrome del sopravvissuto”, (Eitinger, 1964/1972). Essa include sintomi come il senso di colpa per essere sopravvissuti, rabbia e ansia, disturbi del sonno, anedonia, flashbacks, ipervigilanza, depressione, incapacità a stabilire legami profondi…tutti sintomi tipici del PTSD.

L’importanza della continua riflessione su questo tema, ma anche della ricerca di spiegazioni psicologiche a questi avvenimaneti potrebbero giocare un importante ruolo nel prevenire azioni simili e fare in modo che non avvengano più… almeno così tutti sperano!

www.psicozoo.it

Quando nomi “poco tradizionali” fanno nascere pericolosi pregiudizi..

settembre 21, 2009

Va bene, sono un po’ di parte, ma non ho mai amato i nomi per così dire “poco tradizionali”. Non che questi siano meno dignitosi di altri però ho sempre pensato anche io ciò che emerge dalla ricerca citata recentemente dal Corriere della Sera: più il nome è strano più nasceranno pregiudizi riguardo quel bambino/bambina.

Lo studio mostra come effettivamente insegnanti che si trovano sul registro, il primo giorno di scuola, nomi come Kevin, Chanel, Angelina avranno una aspettativa “negativa” di poco impegno e rendimento sui possessori del nome.  Si tratta, secondo me, di una scoperta molto preoccupante sulla quale bisogna riflettere molto. E’ sempre vero che nomi di questo tipo vengono dati ai figli delle famiglie meno scolarizzate e istruite? Come mai? Sarebbe allora il caso di intervenire a limitare e contenere questi pregiudizi, specialmente oggigiorno quando poveri e immigrati hanno bisogno di accoglienza e fiducia e non di cattivi giudizi.

Per lggere l’articolo completo:  «Se ti chiami Chantal vai male» I pregiudizi dei prof sui nomi

La profezia che si autoavvera

febbraio 26, 2009

Oggi voglio parlare di un argomento di psicologia sociale che mi ha fin da subito interessato…all’interno del tema generale della percezione sociale e, in particolare, delle prime impressioni che noi ci creiamo degli altri, il concetto che volevo esporre è quello di profezia che si auto avvera.

Questo concetto è stato proposto per la prima volta nel 1948 dal sociologo Robert K. Merton (1910-2003) che descrive la profezia che si auto avvera come “una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità”.

L’idea alla base è che un’opinione pur essendo falsa per il solo fatto di essere creduta vera porta la persona a comportarsi in un modo che la fa avverare, fa avverare l’aspettativa.

Uno dei più importanti studiosi di questo concetto è stato Rosenthal che nel 1974 ha messo in luce quello che fu definito “l’effetto Pigmalione”.

Egli propose un esperimento da compiere all’interno di una scuola elementare. Fingendo di aver somministrato un test alla classe, informò le maestre del fatto che i bambini del gruppo x erano risultati più predisposti allo studio e più intelligenti rispetto a quelli del gruppo y.

Il risultato finale fu il fatto che a conclusione dell’anno scolastico i bambini del gruppo x ottennero valutazioni più elevate da parte degli insegnanti e questo portò l’autore a ipotizzare che l’atteggiamento degli insegnanti, influenzato dalle previsioni, avesse condotto alla realizzazione della previsione stessa.

Questo fenomeno è presente nella nostra vita di tutti i giorni e ha diverse implicazioni.

Prima di tutto può portare a valutare e interpretare in modo errato gli individui con cui entriamo a contatto. Le prime impressioni che noi ci formiamo, basate su caratteristiche fisiche, comportamentali, sulla similarità dell’altro a me, sono inficiate da queste profezie. In che modo? Le aspettative che abbiamo nei confronti del soggetto porteranno l’individuo stesso a comportarsi come noi ci attendiamo. Ad esempio.. Se sto parlando con una persona di cui ho la forte opinione che sia molto timida, probabilmente assumerò un atteggiamento tale da farla comportare in modo che io abbia conferma di ciò che penso.

L’idea alla base è il fatto che le nostre impressioni degli altri possono causare comportamenti che tendono a confermarle. Ed è per questo che è molto difficile modificare le proprie percezioni.

Il discorso, di conseguenza, si sposta a livello degli stereotipi. Perché essi hanno la tendenza a conservarsi e sono resistenti al cambiamento? In generale ognuno di noi cerca di individuare nel mondo solo informazioni che li confermano. Si parla di errore di conferma (“vedo solo ciò che mi aspetto di vedere”).

Inoltre entra in gioco anche, ovviamente, la nostra profezia che si auto avvera. Gli stereotipi stessi ci portano ad agire in modo da produrre comportamenti in grado di confermare le nostre aspettative.

Si tratta di un circolo vizioso. Le aspettative della persona A portano alla creazione di particolari comportamenti di A stessa nei confronti di B. essi però genereranno come conseguenza dei comportamenti di B verso A che porteranno A a confermare le proprie aspettative.

Non legato alla percezione sociale vi siete forse comunque resi conto di come la profezia che si autoadempie esiste anche in relazione a noi stessi e ai nostri pensieri: quando pensiamo o temiamo che avvenga qualcosa di negativo ci comportiamo in modo che la previsione si realizzi davvero.

Lo stesso avviene quando una persona teme di essere considerata antipatica dagli altri e allo stesso tempo mette in atto comportamenti di chiusura e di sottrazione così da sembrare realmente sgradevole.

Infine, rifacendosi all’esperimento di Rosenthal, è importante sottolineare un altro fatto. I bambini che alla fine dell’anno scolastico avevano ottenuto i voti più alti continuarono anche dopo – alle scuole superiori, all’università – ad ottenere risultati estremamente positivi, anche da parte di docenti che non avevano avuto alcun contatto con gli insegnanti e con le pagelle precedenti.

E allora potrebbe essere che forse le nostre aspettative e il nostro comportamento portano gli altri ad agire di conseguenza sul momento ma fanno anche sviluppare in loro la credenza di essere veramente come noi li vediamo e questo si tramuta nella fissazione di alcuni atteggiamenti ritenuti come caratteristici della propria persona. Quanto l’aspettativa che viene trasmessa riguarda una particolare abilità questo può far aumentare la propria idea di autoefficacia e la propria autostima….me se l’idea che passa è negativa, di bassa autoefficacia e capacità? Forse è un problema che ci si dovrebbe porre quando, spessissimo nella nostra vita, agiamo in conseguenza alle nostre aspettative negative nei confronti degli altri…

Pregiudizi razziali e percezione dei volti.

febbraio 7, 2009

Il miglioramento delle capacità di distinguere le diverse facce delle persone di etnia differente dalla propria riduce i pregiudizi razziali inconsci.

Un contributo a ridurre i pregiudizi razziali potrebbe venire dal miglioramento delle proprie capacità di distinguere le diverse facce delle persone di etnia differente dalla propria. E’ questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori della Brown University di Providence, negli Stati Uniti, e dell’Università di Victoria, in Canada, che illustrano la scoperta in un articolo pubblicato sulla rivista ad accesso pubblico PLoS ONE.

“Esiste una forte connessione fra il modo in cui percepiamo e categorizziamo il mondo e il modo in cui finiamo per costruire stereotipi e generalizzazioni sulle entità sociali”, ha osservato Michael J. Tarr, uno dei firmatari dell’articolo.

Nello studio, i ricercatori hanno sottoposto i loro soggetti, tutti di origine caucasica, a test con l’Affective Lexical Priming Score (ALPS), rivolto a identificare pregiudizi sociali impliciti. Nel test viene brevemente mostrato un viso e successivamente una parola che può essere dotata di senso o meno. Alla persona viene poi chiesto a quale di queste due categorie apparteneva la parola in questione. Le parole reali implicavano a volte qualcosa di positivo e a volte qualcosa di negativo.

Successivamente i soggetti arruolati venivano sottoposti a un training per migliorare le loro capacità di riconoscimento dei tratti di persone di un’etnia differente dalla loro.

E’ risultato che, nei soggetti non addestrati, quando veniva mostrato il viso di un afro-americano la risposta era più rapida se la parola che seguiva aveva un connotato negativo e più lenta se aveva invece un connotato positivo. La discrepanza fra o tempi di risposta tendeva invece a ridursi dopo le sedute di addestramento al riconoscimento dei tratti del viso dell’altra etnia.

Anche se, ovviamente, questo strumento non può eliminare completamente i pregiudizi, la speranza dei ricercatori è che il loro programma di addestramento possa essere adottato per formare il personale pubblico che ha a che entra frequentemente in contatto con persone di altre razze, come operatori sociali, e pubblici ufficiali, dagli addetti agli uffici di immigrazione fino alle forze di polizia. “L’idea è che questo tipo di addestramento percettivo ci dà un nuovo strumento per combattere quel tipo di pregiudizi che le persone possono avere anche senza rendersene conto”, ha osservato Sophie Lebrecht, che ha diretto lo studio.

Tratto da: www.lescienze.it


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: