Posts Tagged ‘Problem-solving’

Ma i brain trainging funzionano davvero?

maggio 4, 2010

Sono ormai diffusi ovunque, su computer, consolle portatili e chi più ne ha più ne metta…ma gli esercizi di “Brain training” funzionano davvero?

Le prove di efficacia del brain training sulle funzioni cognitive sono deboli. È questo il risultato di  uno stiudio on-line condotto al’interno del programma scientifico Bang Goes the Theory della BBC. Si tratta del più vasto studio fino ad ora realizzato in materia preentato con un paper  su Nature da Adrian Owen del Medical Research Council dell’Università di Cambridge.

L’esperimento denominato Brain Test Britain viene lanciato nel settembre 2009 dalla BBC alla luce di precedenti studi che mettevano in dubbio l’utilità di tali metodologie di stimolazione del cervello. Esso aveva lo scopo di dimostrare su un ampio campione di popolazione se i giochi a computer potessero davvero tradursi in un miglioramento generale delle abilità cognitive quali la memoria, la pianificazione, le capacità di problem solving di chi li pratica abitualmente.

Lo studio ha coinvolto 11.000 soggtti tra i 18 e i 60 anni che sono stati suddivisi in tre gruppi

  • Il primo è stato sottoposto ad un brain training informatizzato di ragionamento, pianificazione e problem solving, per un minimo di dieci minuti al giorno, tre volte alla settimana, per un periodo di sei settimane.
  • Il secondo, con lo stesso impiego di tempo, si è concentrato su test per la memoria a breve termine, attenzione, elaborazione visuo-spaziale e matematica molto simili ai prodotti per “allenare la mente” che si trovano in commercio.
  • Infine, il terzo gruppo, di controllo, nello stesso tempo utilizzato dagli altri due, si è concentrato sulla ricerca in internet delle soluzioni a quiz particolarmente difficili.

Al termine dell’esperimento, pur avendo migliorato le prestazioni nei rispettivi compiti, i soggetti non avrebbero mostrato miglioramenti nelle abilità cognitive generali quali la memoria, il ragionamento e l’apprendimento, misurati con test “generali” svolti un prima volta all’inizio della ricerca.
In particolare, i benefici generali, ampliabili ad altri contesti, generati dal brain training non sono stati superiori a quelli derivanti dall’utilizzo di Google per la ricerca delle risposte.

I ricercatori sono sicuri:

I risultati sono chiari, le sessioni di brain training funzionano tanto quanto l’utilizzo di internet per sei settimane, non c’è differenza significativa fra le due attività. I risultati non forniscono alcuna prova di un miglioramento generalizzato della funzione cognitiva a seguito di un programma di formazione/allenamento del cervello in un ampio campione di soggetti adulti sani.

Potrebbe essere che il tempo di allenamento impiegato nello studio non sia stato sufficientemente lungo per generare “benefici trasferibili” anche in altri campi?
I ricercatori lo ritengono improbabile, poichè è stato individuato un rapporto trascurabile tra il numero di sessioni d’allenamento e l’importo del beneficio trasferibile.

Ma le critiche già non mancano.
Fra gli altri, il neurologo Peter Snyder della Brown University esprime alcuni dubbi metodologici:

Lo studio sarebbe debole su più fronti, perché realizzato su un campione troppo giovane e composto da soli volontari, che avrebbero una naturale inclinazione a praticare questi test: in sostanza, quello studiato in Brain Test Britain sarebbe un campione ad elevate prestazioni, non certo comparabile con il target dei programmi commerciali, destinati ad adulti sopra i 60 anni, che avrebbero ottenuto punteggi di ingresso più bassi e, quindi, miglioramenti più significativi.

Nonostante il dibattito ancora aperto questi risultati saranno di sicuro una sorpresa per i milioni di persone che decidono di utilizzare questi “giochi” con l’idea così di poter esercitare regolarmente il cervello e migliorarne le prestazioni.
Ma sorge una domanda: veramente le persone acquistano questi giochi per migliorare le loro abilità o piuttosto li utilizzano come semplice forma di svago e di divertimento?

E poi forse pensare che bastino così poco tempo, impegno e risorse per mantenere giovane e attivo il cervello e che l’allenamento in specifici compiti possa portare a miglioramenti generalizzati è un’utopia…

Per la lettura completa dell’articoloi: Owen AM, Putting brain training to the test, Nature

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Dormire per risolvere i problemi della vita!

giugno 27, 2009

Quando si dice… “Dormici su!La notte porta consiglio!!”

I ricercatori della University of California di San Diego (UCSD) hanno scoperto che il sonno REM aiuterebbe il problem solving creativo, stimolando i network associativi del cervello mediante una neuromodulazione colinergica e noradrenergica. Lo studio è pubblicato su Pnas .
Secondo i ricercatori, coordinati da Sara Mednick, docente di psichiatria alla UCSD, il sonno REM, fase nella quale avvengono i sogni, potenzierebbe i processi creativi più di qualsiasi altro stato di sonno o di veglia. “Abbiamo trovato che lo scorrere del tempo è sufficiente per trovare soluzioni a problemi sui quali già si stava lavorando, mentre, in caso di problemi nuovi, solo il sonno REM riesce a stimolare la nostra creatività”, spiega in una nota UCSD la Mednick. Il sonno REM ci consentirebbe di trovare soluzioni a problemi nuovi attraverso la stimolazione dei network associativi del cervello, consentendoci di operare nuove e utili associazioni fra idee prima non collegate. I ricercatori sottolineano che questi processi di rielaborazione non sono dovuti a potenziamenti selettivi della memoria. Precedenti ricerche avevano indagato il rapporto fra creatività e sonno, ma quello dei ricercatori UCSD è il primo studio ad avere preso in considerazione le diverse fasi del sonno.

Tratto da: http://brainfactor.it/index.php

Abstract e riferimento : Cai DJ et al., REM, not incubation, improves creativity by priming associative networks, Pnas, June 8, 2009


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