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Gli studi che hanno segnato il 2011!

gennaio 15, 2012

Un anno si è concluso e, come tutti gli anni, è stato un anno di scoperte, ricerche, conferme, smentite….mi sembra così che possa essere interessante ripercorrere quello che è stato questo 2011 facendo un elenco delle ricerche di psicologia più interessanti dell’anno.
Ovviamente non sono io ad aver selezionato queste notizie!Non avete idea di quante ricerche all’anno vengano fatte!
Così ho cercato qua e là su Internet e questo è il risultato!
Buona lettura!

La prima ricerca riguarda la maleducazione. La rivista Social Psychological and Personality Science ha rivelato che chi è scortese viene spesso identificato come una persona potente, dominante e in grado influenzare gli altri. Perché? Perché appare una persona che non teme le conseguenze dell’infrange le regole. Per assurdo quindi, anche se giudichiamo maleducate queste persone, crediamo che siano più forti, decise ed indipendenti.

Il secondo studio parla di soldi. Secondo l’American Marketing Association il nostro cervello, quando siamo rilassati, non sarebbe in grado di percepire il rischio e riuscirebbe a vedere solo vantaggi. Conseguenze? In una situazione di assenza di stress e di rilassatezza le persone avrebbero al tendenza a spendere di più e in modo meno consapevole.

Sempre in tema di soldi e crisi la terza ricerca esplora il tema delle ricompense e dei benefici.
Uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science  ha replicato un esperimento condotto da Walter Mischel nel 1972. Quarant’anni fa il ricercatore effettuò una sperimentazione su un gruppo di bambini: utilizzando dei marshmallows disse ai bambini che chi avrebbe resistito di più a mangiarli avrebbe ricevuto una ricompensa ancora maggiore.
Nel 2011 questo esperimento è stato replicato sostituendo i dolci con del denaro. Conclusione? Si è scoperto che chi non riusciva a tenere sotto controllo i desideri a breve termine era più incline ad investimenti sbagliati e problemi finanziari facendo nascere l’idea che la crisi sia legata al nostro desiderio di ottenere ricompense a breve termine.

Una ricerca scientifica che però gioca anche sull’aspetto psicologico è quella pubblicata sullo European Respiratory Journal che ha fatto emergere come le sigarette finte possono aiutarci a smettere di fumare. Secondo gli autori che un oggetto come una penna tenuta in mano o una sigaretta finta aiutano a focalizzare l’energia sull’oggetto della dipendenza, allontanando lo spettro della mancanza di autocontrollo che frenano quando si tenta di smettere di fumare. Da una dipendenza per le sostanze chimiche si passa a una dipendenza fisica (dell’oggetto) che però non nuoce alla salute.

Il quinto studio parla di successo e sfata il mito per cui avere fantasie positive contribuisca a farci raggiungere gli obiettivi. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, al contrario, immaginarsi già “arrivati” ed essere eccessivamente positivi non dà quella carica e quella tensione necessarie a sopportare gli sforzi ed gli ostacoli. Il cervello, quando ci immaginiamo potenti e forti, reagisce come se il successo fosse stato raggiunto. Fisiologicamente, se il cervello reagisce come se il successo fosse già arrivato, si assiste a un abbassamento della pressione sanguigna e del battito cardiaco che riducono al spinta ad agire.

La sesta ricerca parla di felicità. Bambini felici diventano adulti felici? Secondo uno studio della Cambridge University  pubblicato sul  Journal of Positive Psychology sembra di sì. Un’infanzia serena, in assenza di disturbi psicologici, aumenta la probabilità di successo e realizzazione personale e riduce il rischio di sviluppare disturbi psicologici da adulti.

Il settimo studio sfata un mito della psicologia cognitiva: avere più possibilità di scelta non crea sovraccarico cognitivo ma ci aiuta a scegliere meglio.
Secondo Sheena Iyengar della London Business School avere tante opzioni diverse ci aiuta a scegliere quella migliore in minore tempo.

Infine, uno studio sulla rabbia. Secondo uno studio della University of California questa emozione ci aiuterebbe ad essere più razionali e obiettivi, contrastando la nostra tendenza a cercare conferma delle nostre convinzioni nell’ambiente circostante.
L’ipotesi è che quando siamo arrabbiati tendiamo ad essere più critici e ad accettare meno passivamente anche quello che avevamo dato per assodato in precedenza.

Tratto da: http://www.benessereblog.it/

La Terza Onda: un interessante esperimento di influenza sociale per capire come le dittature siano possibili

marzo 31, 2011

Uno spezzone del film

Una delle scorse sere stavo tornando a casa in macchina ascoltando una famosa emittente radiofonica quando mi sono imbattuta  in un programma che parlava di un esperimento (da loro non difinito come psicologico, ma che ha tutti i requisiti per essere definito uno studio di psicologia sociale): il cosiddetto esperimento della Terza Onda! Talmente interessante che mi ha fatto rimanere incollata alla radio anche dopo l’arrivo a casa!

Ecco a voi di cosa si tratta…

È la primavera del 1967 a  Palo Alto, in California quando Ron Jones, professore di Storia in un liceo tiene alla sua classe una lezione sul nazionalsocialismo. Ma davanti alle domande dei suoi alunni il professore non sa che risposta fornire. «Come hanno potuto, i tedeschi, sostenere di essere stati all’oscuro del massacro degli ebrei? Come hanno potuto, cittadini, ferrovieri, insegnanti, medici sostenere di non avere saputo dei campi di concentramento e dei forni crematori? Come hanno potuto, i vicini di casa e forse anche gli amici dei cittadini ebrei, sostenere di non essere stati lì, mentre tutto questo accadeva?».
È per questo che decide di iniziare un esperimento per dimostrare agli studenti che le masse sono facilmente manipolabili e che quindi sarebbe ancora  possibile una dittatura.
Jones diede così vita ad un movimento chiamato “The Third Wave” (“La terza onda”) e convinse i suoi studenti che era necessaria l’eliminazione della democrazia con il motto “Forza attraverso la disciplina, forza attraverso l’unione, forza attraverso l’azione, forza attraverso l’orgoglio”.

L’andamento dell’esperimento è stato documentato direttamente dallo stesso professor Jones.
Egli scrive che iniziò il primo giorno dell’esperimento con cose semplici come il corretto modo di sedersi, addestrando gli studenti finché questi erano in grado di arrivare dall’esterno della classe fino alle proprie sedie e prendere posizione nel modo corretto in meno di 30 secondi senza fare alcun rumore. Procedette quindi con una ferrea disciplina in classe emergendo come una figura autoritaria. Viene inserito anche un rigido regolamento disciplinare, imponendo ai ragazzi di alzarsi prima di parlare, di rispondere in modo coinciso alle domande e di  chiamarlo “Signor Jones”.
Nel secondo giorno organizzò le cose in modo da mescolare la sua classe di storia in un gruppo con un supremo senso della disciplina e della comunità. Creò un saluto simile a quello del regime nazista e ordinò ai membri della classe di salutarsi vicendevolmente in quel modo anche al di fuori della classe. Ognuno di loro si attenne a questo comando.
A questo punto l’esperimento prese vita per conto suo, con studenti che da un po’ tutta la scuola vi si univano: il terzo giorno la classe si allargò dagli iniziali 30 studenti a 43 partecipanti. Tutti gli studenti mostrarono un drastico miglioramento nelle loro abilità accademiche e una motivazione straordinaria. Jones istruì gli studenti su come fare un’iniziazione ai nuovi membri, e per la fine del giorno il movimento aveva già oltre 200 partecipanti. E nasce una vera e propria dittatura: i dissidenti vengono ostracizzati, i membri del movimento cominciano a spiarsi a vicenda, e gli studenti che si rifiutano di aderire vengono accusati.

È al quarto giorno di esperimento che Jones decide di porre fine al movimento perché ne sta perdendo il controllo. Annunciò così ai partecipanti che il movimento era solo una parte di un movimento a livello nazionale e che nel giorno seguente un candidato presidenziale del movimento ne avrebbe annunciato pubblicamente l’esistenza. Jones ordinò agli studenti di partecipare ad una manifestazione a mezzogiorno del giorno dopo per testimoniare all’annuncio.
Invece di un discorso televisivo del loro leader, agli studenti venne però presentato un canale vuoto. Dopo alcuni minuti di attesa, Jones annunciò che tutti loro avevano preso parte ad un esperimento sul fascismo e che tutti quanti avevano volontariamente creato un senso di superiorità che i cittadini tedeschi avevano nel periodo della Germania nazista. E così l’esperimento finì

In meno di una settimana Jones era riuscito a manipolare una massa di giovani, portandoli a obbedire ciecamente ai suoi ordini.
Lo stesso Jones dirà “Un’esperienza che non rifarei mai. Mi sono imbattuto in un lato primordiale della psiche umana che potrebbe essere utile conoscere”.

Nonostante l’interessante tema sia per la psicologia sia, in generale, per lo studio del comportamento umano l’esperimento (a causa anche dei limittai dati a disposizione) non ha trovato grande seguito.
Su questo evento è stato solo scritto un libro nel 1988 da cui poi è stato tratto un film, “L’onda”, uscito nel 2008. Nel 2010, inoltre, lo stesso Jones ha messo in piedi uno spettacolo teatrale musicale.

Le riflessioni che nascono sono forse ovvie, ma anche piuttosto spaventose. Prendere consapevolezza di come sia possibile manipolare le persone e come le menti umane siano così “deboli” di fronte all’idea di potere ci porta a pensare veramente a come siamo fragili. E se  la natura umana chi ci garantirà che un nuovo nazismo non ci potrà essere in futuro?
Forse questi esperimenti dovrebbero essere divulgati…perchè prendere consapevolezza e entrare a contatto con un’esperienza vera è il primo passo per poter riflettere e capire.

Se siete interessati e avete voglia di approfondire il tema ecco un documento scritto dallo stesso Jones

Dall’innamoramento all’amore…e il primo amore che non si scorda mai!

settembre 15, 2010

Può essere durato un giorno, un mese, un anno o tutta la vita…ma comunque, per tutti, il primo amore non si scorda mai!Ma come mai? Semplice, crea un trauma che rimane fisso nella nostra mente, per sempre! Cosa succede quando ci innamoriamo per la prima volta? E come cambia nel tempo questo amore? Leggete qui di seguito e ne saprete qualcosa in più!

Con il primo amore si attivano in maniera del tutto nuova i circuiti neuronali dell’ansia e della paura, provocando in noi una specie di trauma. Non solo: questa reazione biochimica è identica in tutte le culture e popolazioni, da quella europea a quella americana fino a quella cinese, dove i matrimoni sono combinati e l’innamoramento è per la società più un elemento distruttivo che costruttivo. Queste le conclusioni di uno studio della Stony Brook University 1 di New York sull’attività cerebrale legata ai sentimenti di breve e lungo periodo.

La ricerca, condotta nell’arco di tre anni fra Gran Bretagna, Usa e Cina, ha dimostrato come il primo forte sentimento provochi precise reazioni neuronali nel cervello, diverse – ma non meno intense – da quelle che si scatenano con gli amori successivi, più romantici e meno distruttivi, ma identiche per tutte le popolazioni. Le aree che si attivano guardando la foto della prima persona di cui si è stati innamorati sono le stesse che regolano i meccanismi della dipendenza e gli squilibri mentali ed è per questo, spiega il professor Art Aron, che ha condotto la ricerca, “che quell’esperienza amorosa resterà per sempre marchiata a fuoco dentro di noi”.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, è stato svolto per buona parte in Cina dal ricercatore Xiaomeng Xu, che ha preso in esame 18 volontari mostrando loro volti di persone amate in modo romantico, passionale o solo amichevole. “Con l’analisi degli impulsi cerebrali abbiamo riscontrato, in concomitanza con l’immagine della persona amata romanticamente, una forte attivazione nelle aree che regolano i meccanismi motivazionali, notando che i volontari che stavano vivendo quel tipo di sentimento erano più soddisfatti sia nelle relazioni a breve che a lungo termine. Le immagini di amori passionali, invece, attivavano le zone del cervello che regolano tensione e paura”. I ricercatori hanno quindi concluso che, indipendentemente dalla matrice culturale, l’amore romantico, per quanto intenso, comporta una minore componente ossessiva, mentre quello passionale provoca per la prima volta sentimenti di incertezza e ansia ed è per questo che è così indimenticabile.

“In gergo si dice che, con l’innamoramento, l’amigdala ‘sequestra’ il cervello – spiega la psichiatra Donatella Marazziti – in pratica, con il primo forte sentimento si attivano le zone mesencefalice e quella del grigio periacqueduttale, piena di recettori oppiacei che ne fanno una sorta di area di controllo del dolore. L’amidgada fa da ‘direttore d’orchestra’ e narcotizza i circuiti neuronali, provocando una tempesta biochimica che ci sconvolge.
Dopo un tot di tempo scatta la fase due, quella che provoca o meno la trasformazione dell’innamoramento in amore. A determinare il passaggio è il sistema ossitocina, quel “messaggero chimico” che spegne le aree dell’amigdala e attiva quelle del piacere, il circuito del “reward”, la ricompensa. E’ qui che il sentimento da immaturo diventa completo, che il senso di ansia si trasforma in piacere. Ma non sempre questa fase coincide con il primo cosiddetto amore. Che anzi, spesso, si ferma al primo passo, la fase dell’innamoramento, quella più intensa, dolorosa e immatura. “Il cervello deve essere neurologicamente pronto a una trasformazione del genere – continua la Marazziti – e non lo è mai prima dei 20 anni”.

Per quanto indimenticabile e traumatico, tuttavia, il primo amore non è unico. Secondo gli esperti, un sentimento così intenso si può provare fino a tre e addirittura quattro volte nel corso della vita. “Anzi – conclude la psichiatra – più si diventa adulti e più ci si innamora intensamente perché il cervello è sviluppato in maniera completa”. Il dolore della prima esperienza però non tornerà, perché il cervello lo ha incamerato e lo reso, mitologicamente, “ineguagliabile”.

Tratto da: http://psybook.it/

Basta una telefonata e lo stress si riduce

luglio 12, 2010

Tutti noi abbiamo provato quanto può essere rassicurante e calmante una semplice telefonata della mamma o di un amico in un momento di stress o tristezza.
Ma come mai? Qual è il grande potere della parola e della voce di una persona cara?

Leslie Seltzer e suoi colleghi dell’Università del Wisconsin a Madison hanno condotto un esperimento, pubblicato su “Proceedings of the Royal Society B”, su un gruppo di bambine tra i 7 e i 12 al fine di verificare gli effetti di una telefonata della loro mamma.
Le 61 bambine sono state poste in una situazione di stress acuto: era chiesto loro di parlare in pubblico, davanti a sconosciuti. Lo stress provocava il loro livello di battito cardiaco e il livello di cortisolo.
Dopo la situazione stressante le ragazze sono state divise in 3 gruppi: uno veniva confortato fisicamente dalla madre, uno veniva rassicurato dalla madre, ma al telefono e il terzo guardava un cartone animato.

I risultati mostrano che nei primi due gruppi il livello di cortisolo diminuisce e, soprattutto, si assiste ad un aumento dell’ossitocina nel sangue, mentre nel terzo gruppo i livelli di stress rimanevano piuttosto elevati
La scelta stessa del campione è definita sulla base della predisposizione di genere all’effetto di questo ormone: nelle donne l’effetto è più marcato.
Essa è fondamentale nella gravidanza e, in generale, nei legami affettivi, sia per maschi che per femmine.

Dai risultati si evince come, nel caso in cui non sia possibile la vicinanza fisica della madre, anche una semplice parola al telefono può fornire un utile sostegno psicologico e avere un effetto simile un abbraccio.

Meno sonno = più peso…

maggio 29, 2009

Il sonno rappresenta forse un fattore cruciale per il mantenimento di un corretto peso corporeo? La risposta è sì, almeno secondo le conclusioni di una ricerca presentate alla Conferenza internazionale dell’American Thoracic Society in corso a San Diego, in California.

Nell’ambito dell’Integrative Cardiac Health Project del Walter Reed Army Medical Center, i ricercatori del centro hanno analizzato le abitudini di sonno, l’attività e il dispendio energetico di 14 infermiere dello stesso centro che avevano aderito allo studio su base volontaria..
Ciascuna partecipante ha indossato un attigrafo, uno strumento per misurare il numero di movimenti, la temperatura del corpo, la sua posizione e altri indici di attività o di quiete.
“Quando abbiamo analizzato i dati suddividendo le partecipanti in ‘lunghe dormitrici’ e ‘brevi dormitrici’ abbiamo trovato che il primo gruppo aveva un indice di massa corporea medio di 24,5 chilogrammi per metro cubo, mentre il secondo di 28,3”, hanno spiegato gli autori dello studio.
Sorprendentemente, inoltre, i soggetti sottopeso sono risultati più attivi rispetto alle controparti di peso normale, per esempio facevano un numero di passi maggiore: 14.000 rispetto agli 11.300 (una differenza di circa il 25 per cento). Inoltre, spendevano in media all’incirca 1.000 calorie in più al giorno: 3.064 contro 2.080.

Gli autori dello studio ipotizzano che la minore durata del sonno potrebbe produrre uno squilibrio ormonale riducendo la quantità di leptina, altrimenti detta ormone della sazietà, e potrebbe indurre questi soggetti a mangiare di più. Anche lo stress potrebbe avere un ruolo sia nel ridurre la lunghezza e la qualità del sonno sia nell’indurre un maggiore introito di cibo.

http://lescienze.espresso.repubblica.it/


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