Posts Tagged ‘Schizofrenia’

Gli psicofarmaci più diffusi (2): gli antipsicotici per il controllo dei sintomi psicotici

febbraio 18, 2011

(Anael Raziel)

Oggi è l’ora di parlare degli antipsicotici…

ANTIPSICOTICI

Gli antipsicotici, detti  anche tranquillanti maggiori, sono utilizzati per controllare e ridurre i sintomi positivi e negativi delle psicosi. I sintomi positivi sono manifestazioni che riflettono un eccesso delle normali funzioni (deliri, allucinazioni..), mentre quelli negativi danno evidenza di una diminuzione o perdita di normali funzioni (passività, ritiro sociale..).
In generale, questi farmaci sono usati anche per trattare gli stati melanconici e favoriscono la disponibilità del paziente ad altre proposte terapeutiche rendendolo più recettivo.
Sono utilizzati principalmente per curare schizofrenia e disturbi psicotici, agitazione motoria, eccitamento e depressione con sintomi psicotici.

Gli antipsicotici si distinguono in due macrocategorie.
I primi, antipsicotici tradizionali, sono i neurolettici che portano ad un blocco specifico della dopamina. I più importanti sono la cloropromazina, aloperidolo e, le più efficaci, fenotiazine.
Come detto, essi agiscono inibendo il recettore dopaminergico di tipo D2.
Gli effetti indesiderati dei neurolettici sono però numerosi e molto diffusi, in particolare di tipo neurologico, motorio (extrapiramidali) e endocrino.

Con un minor numero di effetti collaterali e con un’azione più potente anche sui sintomi negativi sono il secondo gruppo di antipsicotici, agli antipsicotici atipici.
Essi agiscono sulla trasmissione sia dopaminergica che serotoninergica bloccando i recettori  di dopamina e serotonina. Come detto hanno la stessa efficacia dei neurolettici sui sintomi positivi, ma maggiore efficacia su quelli negativi.
I più famosi sono la clozapina, l’aripiprazolo e il risperidone.
Gli effetti indesiderati sono meno presenti e riguardano aumento peso, sonnolenza e vertigini. Bisogna solo porre particolare attenzione al livello pressione arteriosa.

E’ importante sottolineare che, negli antipsicotici, esistono anche degli effetti tossici da sovradosaggio: depressione respiratoria, ipotensione, convulsioni e la cosiddetta sindrome neurolettica maligna che può portare anche alla morte.

 

Si può fare!

maggio 16, 2009

Forse varrebbe la pena di vedere il film “Si può fare” di Giulio Manfredonia, interpretato tra gli altri da Claudio Bisio. Perché?

Perché è una commedia divertente, ma soprattutto perché fa  riflettere. È la storia di Nello, un sindacalista dalle idee troppo avanzate per il suo tempo, a cui viene affidato il ruolo di direttore della Cooperativa 180, un’associazione di malati di mente liberati dalla legge Basaglia e impegnati in (inutili) attività assistenziali. Trovandosi a stretto contatto con i suoi nuovi dipendenti e scovate in ognuno di loro delle potenzialità, decide di umanizzarli coinvolgendoli in un lavoro di squadra. Andando contro lo scetticismo del medico psichiatra che li ha in cura, Nello integra nel mercato i soci della Cooperativa con un’attività innovativa e produttiva.

È un film che fa pensare, sia chi è esterno al mondo della malattia mentale, sia, e forse soprattutto, chi invece ne è immerso. Ha la capacità di parlare di un tema così difficile da affrontare senza cadere nell’esemplificazione ideologica e rischiare di parlare di “matti” senza farli emergere come persone, ma solo come malati e categoria sociale da curare.

Perchè come dicono i protagonisti nel film “Siamo matti, mica scemi!”…ed è proprio così! Pur essendo sotto qualche aspetto oggettivamente “diversi” sono persone dotate di intelligenza e creatività, capaci di dare tanto e di capire cosa succede intorno a loro. Come dice Basaglia (che con la legge 180/78 abolisce I manicomi in Italia) “la follia esiste,è una condizione umana, è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”.

Quindi a voi vedere il film e accettare la follia senza condannarla!Buona visione!

La sindrome di Capgras

febbraio 17, 2009

Rifacendomi all’ultimo articolo che ho inserito ho deciso oggi di andare a scoprire qualcosa di più sulla sindrome di Capgras…

Si tratta di un raro disturbo di origine neurologica che prende il nome dallo psichiatra francese Jean Marie Joseph Capgras, che lo descrisse per la prima volta nel 1923 e gli diede il nome di “l’illusion des sosies”, ossia l’illusione dei sosia.

Il sintomo caratteristico della sindrome di Capgras è il delirio che altre persone, solitamente strettamente legate al paziente (genitori, coniuge, figli o fratelli), siano state sostituite con sosia identici, che sono impostori, pur ammettendo che essi hanno un aspetto assolutamente uguale alle persone originali.
Il paziente indica spesso delle differenze, in realtà inesistenti, tra il sosia e l’originale in particolare nell’apparenza fisica e nel comportamento.

Esso si presenta talvolta in coloro che hanno riportato una lesione in particolari aree cerebrali ( da sottolineare come il 30% dei soggetti colpiti siano malati di Alzheimer), ma in alcuni casi può essere un sintomo della schizofrenia.
Nel caso della lesione si ipotizza che essa provochi una interruzione del collegamento tra le aree visive e il centro delle emozioni (sistema limbico e amigdala).

Il paziente riconosce il congiunto (in quanto le aree preposte al riconoscimento dei volti non risultano danneggiate), ma non provando alcuna emozione, si immagina che la persona che ha di fronte non sia altro che un impostore.

Si altera la funzione inconscia del “riconoscimento emotivo” al punto che il parente non suscita  più nel soggetto quelle emozioni che lo rendevano familiare.

Interessante è un altro aspetto… Ascoltando per telefono la voce del parente, il paziente la riconosce come autentica. E’ quindi solo l’aspetto visivo a presentarsi anormale, in quanto la via uditiva non è compromessa.

Inizialmente, Capgras spiegò la natura del delirio come la conseguenza di sentimenti di estraneità, associata a una tendenza paranoide alla sfiducia. Rifacendosi a quest’idea, molti studiosi affiancano all’ipotesi biologica  una possibile eziopatogenesi di stampo psicoanalitico, secondo la quale il paziente riverserebbe sul sosia tutti i sentimenti provati verso il parente,  persona con cui teme, o vorrebbe evitare, una relazione o confronto, perché prova paura, invidia, rabbia o altri sentimenti spiacevoli. Essendo il sosia un impostore, il paziente può respingerlo a ragione e senza rimorsi o timore.

Secondo gli studiosi di questa scuola di pensiero, nella patologia sono in gioco tre diverse individualità: il malato, l’alter ( la persona conosciuta e non riconosciuta dal paziente) e l’alius, il sosia su cui il malato sposta affetti indesiderati e socialmente inaccettabili, per risparmiarli all’alter.

Portando avanti come parallelamente plausibili queste due ipotesi la cura diventa difficile. Trattandosi di un sintomo tipicamente psicotico richiederebbe un intervento con antipsicotici, ma è importante anche compiere un’attenta e completa valutazione neuropsicologica per identificare una possibile lesione organica che sia causa della sindrome.

Ma la cosa che più di tutto mi ha colpito è il ruolo che gioca l’emozione!! Non è il fatto di non riconoscere i lineamenti o l’aspetto del familiare che turba e dà l’idea di essere a contatto con un impostore…ma il fatto che egli non suscita in me quelle emozioni familiari e abituali che fino a prima erano presenti!!!

La neuropsicologia di sicuro ha il vantaggio di permettere di compiere mille passi avanti nella scoperta della struttura del nostro cervello e delle cause di alcuni disturbi…ma sembra proprio che più in profondità ci sia altro dal quale è impossibile prescindere.


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