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Il Parenting Stress Index per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino

luglio 27, 2011

Un genitore può provare stress per il semplice fatto di essere genitore? Probabilmente sì e la presenza di un test standardizzato e ampiamente utilizzato in ambito clinico per la sua valutazione ne è la prova. Si tratta del PSI – Parenting Stress Index – che provo a presentarvi in breve.

Il PSI  valuta lo stress che il genitore sperimenta inteso come la discrepanza percepita dai genitori tra le risorse a disposizione e le esigenze dettate dal  ruolo. La percezione, spesso diffusa, di non farcela e non essere competenti può essere causata da 3 elementi: dalle caratteristiche del bambino (temperamento difficile, psicopatologia..), dalle caratteristiche del genitore (insicurezza, depressione, scarsa autostima…) o dalle caratteristiche del contesto (mancanza  di supporti formali o informali della rete sociale..). In particolare il test misura la percezione che il genitore ha di:

  • essere stressato/preoccupato
  • avere un figlio difficile
  • avere una relazione disfunzionale

La forma breve del PSI comprende  36 item su scala Likert a 5 punti (accordo- disaccordo) e ha alla base un modello teorico che analizza 3 sottodimensioni dello stress genitoriale:

  1. Distress genitoriale
  2. Interazione disfunzionale genitore-bambino
  3. Bambino difficile

Vediamo nello specifico le tre sottoscale per capire meglio di cosa si tratta:

Sottoscala distress genitoriale (PD): 12 item. Definisce il livello di distress che un genitore sta sperimentando nel suo specifico ruolo di genitore a causa di fattori personali, indipendenti dal bambino:  

  •  percezione della propria competenza genitoriale non adeguata
  •  stress associati alle restrizioni poste su altri ruoli vitali
  •  conflitto con l’altro genitore del bambino
  • mancanza di supporto sociale

Sottoscala interazione disfunzionale genitore-bambino (P-CDI): 12 item. Analizza la relazione col figlio percepita dal genitore come difficile:

* percezione del figlio come non rispondente alle proprie aspettative

* interazioni non gratificantil

* proietta questi sentimenti sul bambino avvertendolo come un elemento negativo nella propria vita.

* si considera respinto, sfruttato e estraneo al bambino.

 Sottoscala bambino difficile (DC): 12 item. Analizza alcune caratteristiche del comportamento del bambino e la percezione che il genitore ha di avere  un bambino difficile:

* Temperamento del bambino o comportamenti richiestivi  e di disobbedienza

Per quanto riguarda i punteggi si considerano normali valori compresi tra il 15° e l’80° percentile e alti quelli  uguali o superiori all’85° percentile.
Punteggi elevati nel livello di stress totale (calcolato sommando i punteggi delle 3 sottoscale) è indice della presenza di uno stress clinicamente significativo.
Punteggi elevati nella scala “Distress genitoriale” possono dare evidenza di una difficoltà del genitore causata da fattori personali e non legati alla relazione, specialmente se si hanno punteggi normali nella sottoscala “Bambino difficile”.
Punteggi elevati nella scala “Interazione disfunzionale genitore-bambino” può essere indice del fatto che il  genitore  si percepisce come respinto e deluso dal figlio   e che il legame sia minacciato. In questo caso bisogna porre particolare attenzione: se il punteggio supera il 95% percentile si parla di abuso potenziale e possibile maltrattamento.
Punteggi elevati nella sottoscala “Bambino difficile” sono indicatori della necessità da un alto di una consultazione psicologica del bambino e dall’altro di una serie di interventi educativi per i genitori sulle strategie di gestione del bambino.

Stress da lavoro? Dal primo gennaio obbligo di “misurarlo” in tutte le aziende!

gennaio 23, 2011

(alancleaver_2000)

Stress da lavoro?Dal primo gennaio il Ministero ha stabilito che sarà obbligatorio per tutte le aziende valutare il livello di stress dei suoi dipendenti e, nel caso fosse presente, provvedere a eliminarlo o diminuirlo.
Purtroppo al giorno d’oggi il numero di soggetti che vivono una certa dose di stress o che arrivano a sviluppare una vera patologia sono sempre più in aumento: carichi di lavoro e ritmi troppo pesanti, cattive relazioni tra colleghi,’ansia di fare tutto in poco tempo e paura di perdere il posto.
Più di un lavoratore su 4 (l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro) soffre di questa situazione che può andare a minare la salute fisica e mentale.

Ed ecco il il Testo unico per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 81/ 2008 e sue successive modifiche con d.lgs. 106/2009) che stabilisce l’obbligo da parte di tutti i datori di lavoro di “misurare” lo stress.
Il punto di partenza è l’Accordo-quadro, firmato nel 2004 a Bruxelles tra le parti sociali dell’Unione europea, che definisce lo stress nei luoghi di lavoro: “una condizione, accompagnata da sofferenze o disfunzioni fisiche, psichiche, psicologiche o sociali, che scaturisce dalla sensazione individuale di non essere in grado di rispondere alle richieste o di non essere all’altezza delle aspettative”.

E queste sono alcune delle linee guida emanate dal Ministero del Lavoro per attuarlo.

Prima di tutto è necessario identificare i cosiddetti “segnali di allarme”, indicatori e fattori di rischio da stress. All’inizio il monitoraggio deve avvenire su gruppi di lavoratori esposti a rischi dello stesso tipo, per esempio i turnisti o quelli che svolgono uguali mansioni. Esistono infatti condizioni oggettive di stress, che possono dipendere da ambiente, organizzazione e gestione del lavoro: eccessivo assenteismo, frequente rotazione del personale, numero elevato di infortuni e malattie professionali,  orari troppo rigidi, “quantità” di lavoro che non si riesce a gestire, scarso riconoscimento delle competenze professionali.

Ma esiste anche una sfera soggettiva: in questo caso la valutazione dei rischi diventa più complessa e potrà avvenire tramite interviste, questionari o focus group di lavoratori.
Le sensazioni soggettive più diffuse sono, ad esempio, la paura che un errore possa avere conseguenze gravi, la sensazione di non ricevere il rispetto che ci si merita, la percezione di essere nell’impossibilità di lamentarsi o di esprimere talenti e capacità personali e di non avere collaborazione da parte dei superiori e colleghi.
Afferma Lorenzo Fantini, della direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro del Ministero:

Abbiamo lasciato alle aziende l’autonomia di scegliere se rivolgersi o meno a figure professionali specifiche per valutare lo stress dei lavoratori -. Certo, se un’azienda riterrà di organizzare focus group, è implicito che servirà uno psicologo.

Ma la domanda è: in tempo di crisi le aziende ne terranno davvero conto? Continua Fantini:

Proprio perché esistono ancora realtà imprenditoriali in cui è difficile parlare di stress, si è deciso di adottare nel documento la logica della gradualità, semplificando il compito dei datori di lavoro. Ma rimane l’obbligo legale di proteggere la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, che ora si applica anche ai problemi di stress; quindi, con i medesimi controlli e stesse sanzioni.

Nei prossimi due anni l’attuazione della normativa sarà monitorata dalla Commissione istituita presso il Ministero del Lavoro…speriamo non ci sia una solita “applicazione all’italiana” della legge!

E il compito non spetterà solo ai datori di lavoro…sarà fondamentale anche la capacità dei protagonisti del settore (specialmente psicologi) di ideare tecniche e strumenti innovativi per misurare lo stress, che sappiano coniugare affidabilità della misurazione a un basso costo e un buon livello di innovazione!
Solo così ci sarà la possibilità di andare incontro alle aziende in crisi, poter svolgere nei migliore dei modi questo compito e ottenere veramente risultati!

Se la dieta crea solo stress…

gennaio 6, 2011

Prima di tutto BUON ANNO A TUTTI!!!

Un po’ causa delle feste che non mi hanno dato tempo di aggiornare il blog e un po’ per lo studio che putroppo mi assale mi limito a copiare e incollare un articolo da Psybook (per chi non lo conoscesse faccio un po’ di pubblicità…vale la pena andarlo a spiare ogni tanto!!)

In fondo non si tratta di un articolo scelto a caso…dopo le feste è sempre ora di dieta…ma attenzione!!!Evitiamo che essa diventi causa di stress…perché avrebbe solo risultati controproducenti!!

Buona lettura e buona diEta a tutti!! 🙂

La dieta yo-yo, come la chiamano gli statunitensi, non sembra fare bene alla salute, per effetto dello stress indotto dai ripetuti dimagrimenti.
Secondo quanto è emerso in una recente ricerca svoltasi presso l’Università della Pennsylvania e descritta sulla rivista The Journal of Neuroscience, i topi stressati che precedentemente erano stati sottoposti a un regime dietetico consumano più cibi ad alto contenuto di grassi rispetto a esemplari con simili livelli di stress ma mai sottoposti a restrizioni caloriche.

Nel corso della ricerca, Tracy Bale, ha esaminato il comportamento e i livelli di ormoni di alcuni topi sottoposti a dieta.
Dopo tre settimane di restrizione calorica, gli animali hanno perso dal 10 al 15 per cento del peso corporeo, una percentuale paragonabile al calo ponderale tipico delle diete degli esseri umani. Oltre a ciò, gli animali mostravano alti livelli di corticosteroidi e un comportamento di tipo depressivo, oltre a una disregolazione nell’espressione di geni coinvolti nella gestione dello stress e nel comportamento alimentare.

“Questi risultati fanno ipotizzare che le diete non solo possano incrementare lo stress, rendendo difficile raggiungere i propri obiettivi di peso, ma letteralmente riprogrammano la risposta cerebrale ai successivi stress e all’attrazione verso il cibo”, ha spiegato Bale. “Allo stesso modo, possiamo farci un’idea del perché un trancio di pizza possa apparire così appetibile dopo una giornata di lavoro stressante.”

Basta una telefonata e lo stress si riduce

luglio 12, 2010

Tutti noi abbiamo provato quanto può essere rassicurante e calmante una semplice telefonata della mamma o di un amico in un momento di stress o tristezza.
Ma come mai? Qual è il grande potere della parola e della voce di una persona cara?

Leslie Seltzer e suoi colleghi dell’Università del Wisconsin a Madison hanno condotto un esperimento, pubblicato su “Proceedings of the Royal Society B”, su un gruppo di bambine tra i 7 e i 12 al fine di verificare gli effetti di una telefonata della loro mamma.
Le 61 bambine sono state poste in una situazione di stress acuto: era chiesto loro di parlare in pubblico, davanti a sconosciuti. Lo stress provocava il loro livello di battito cardiaco e il livello di cortisolo.
Dopo la situazione stressante le ragazze sono state divise in 3 gruppi: uno veniva confortato fisicamente dalla madre, uno veniva rassicurato dalla madre, ma al telefono e il terzo guardava un cartone animato.

I risultati mostrano che nei primi due gruppi il livello di cortisolo diminuisce e, soprattutto, si assiste ad un aumento dell’ossitocina nel sangue, mentre nel terzo gruppo i livelli di stress rimanevano piuttosto elevati
La scelta stessa del campione è definita sulla base della predisposizione di genere all’effetto di questo ormone: nelle donne l’effetto è più marcato.
Essa è fondamentale nella gravidanza e, in generale, nei legami affettivi, sia per maschi che per femmine.

Dai risultati si evince come, nel caso in cui non sia possibile la vicinanza fisica della madre, anche una semplice parola al telefono può fornire un utile sostegno psicologico e avere un effetto simile un abbraccio.

Obesità e disturbi mentali: un legame che esiste e va affrontato

aprile 9, 2010

Legame tra obesità e disturbi mentali? Anche a livello di psicologia ingenua forse qualcuno di voi si è  reso conto di come le discriminazioni e la perdita di autostima dovuta ai chili di troppo potrebbero essere predittori di qualche disagio psicologico. Ma forse i medici dovrebbero tenerne maggiormente conto.

È quanto sostiene Evan Atlantis in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal (Atlantis E., Obesity and depression or anxiety, BMJ, Oct. 2009)

Atlantis suffraga le ipotesi di un “rischio a due vie tra obesità e disturbi mentali comuni”. Partendo da uno studio condotto da Mika Kivimäki e colleghi dello University College di Londra (Kivimaki M et al., Common mental disorder and obesity: insight from four repeat measures over 19 years: prospective Whitehall II cohort study, BMJ, Oct. 2009), egli sottolinea infatti che

a fini non solo preventivi ma anche di una terapia efficace, è necessario comprendere meglio i meccanismi per l’apparente rischio bidirezionale tra obesità e disturbi mentali comuni. Nonostante siano aspetti largamente trascurati, numerosi fattori psicosociali, fisiologici e legati allo stile di vita possono essere coinvolti nella complessa inter-relazione tra obesità e disturbi mentali.

Le persone obese, specialmente coloro che si percepiscono in sovrappeso, spesso vivono situazioni di stigma e di discriminazione legate a questo problema, con conseguente abbassamento dell’autostima e crescente senso di colpa. L’obesità risulta generalmente associata a condizioni socioeconomiche di basso livello, oltre che alla scarsa attività fisica praticata: entrambi i fattori sono forti predittori di depressione.
L’obesità può, inoltre, diventare una condizione cronica di stress causando disfunzioni fisiologiche significative che possono predisporre le persone a stati depressivi e alla sintomatologia a essi connessa. Una ridotta attività fisica e una assunzione eccessiva di cibo, in particolare alimenti ricchi di grassi e zuccheri per migliorare lo stato dell’umore, sono comuni tra i pazienti depressi e ansiosi. L’attivazione del sistema endocannabinoide, che aumenta l’appetito e può allo stesso tempo alleviare la depressione, sembra rinforzare questo comportamento.
Secondo Atlantis

i pazienti che presentano sintomi di disturbi mentali comuni dovrebbero ricevere dal proprio medico anche una valutazione del rischio di obesità e delle patologie croniche correlate, e viceversa. Un approccio multidisciplinare finalizzato alla promozione di uno stile di vita sano è decisiva

Tratto da: brainfactor.it

Tirarsi i capelli? Diventa un’ossesione con la tricotillomania

aprile 8, 2010

Tirare i capelli? Spesso è un’abitudine a cui non diamo peso. Ma attenzione, può trasformarsi in un’ossessione!

La tricotillomania è definita da alcuni come un disturbo del controllo impulsivo e da altri come un tipo di disturbo ossessivo-compulsivo. Anche se le persone affette da tricotillomania possono avere una “psiche sana” essa è definita come un problema psicologico, a volte associata a depressione, ansia e altri problemi.
Secondo il DSM IV essa fa parte dei Disturbi del Controllo degli Impulsi. Per diagnosticare una tricotillomania devono essere presenti i seguenti sintomi:

  • Ricorrente strappamento dei propri capelli che causa una notevole perdita di capelli.
  • Senso crescente di tensione immediatamente prima di strapparsi i capelli, o quando si tenta di resistere al comportamento.
  • Piacere, gratificazione, o sollievo durante lo strappamento dei capelli.
  • L’anomalia non è meglio attribuibile ad un altro disturbo mentale e non è dovuta ad una condizione medica generale (per esempio, una condizione dermatologica).
  • L’anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.

La tricotillomania colpisce almeno il 2% della popolazione, e comincia di solito nella pubertà, anche se in alcuni casi può apparire in età adulta. Essa è due volte più frequente nelle donne che negli uomini; nei bambini invece è più frequente fra i maschi, con un picco di incidenza che va tra i 2 ed i 6 anni.
La persona di solito si strappa i capelli dal cuoio capelluto o anche le ciglia e sopracciglia, a seconda di quello che gli viene più facile, e a volte può anche strapparsi i peli del corpo.
La causa non è nota. Come detto molti esperti credono che sia un tipo di disturbo ossessivo-compulsivo, ma ci può essere un elemento ereditario. Qualche colpa dell’inquinamento ambientale, le infezioni da streptococco, o anche difetti del cervello o delle sostanze chimiche e nutritive del corpo possono avere un ruolo nella condizione.
Almeno in termini di innesco iniziale la causa potrebbe essere lo stress: il tirarsi i capelli apparirebbe come risposta ad esso.

E a livello di cura?  Come per altri problemi di ansia compulsiva, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) può essere molto efficace. Con questo trattamento si cerca di scoprire la condizione che innesca il problema, e risolvere i cambiamenti di comportamento per evitare lo strappo dei capelli.
Alcuni trattamenti farmacologici possono anche aiutare, specialmente in combinazione con la CBT e quando vi sono problemi associati come la depressione.

Stress da lavoro? 40 milioni le persone colpite

marzo 30, 2010

I grandi cambiamenti nel mondo del lavoro, oltre a portare un profondo mutamento dell’organizzazione di esso, hanno introdotto anche nuovi rischi, come lo sviluppo di disagi di tipo fisico, ma soprattutto psicologico, come lo stress.

Lo stress da lavoro è la causa di malattia riferita più frequentemente dai lavoratori e colpisce oltre 40 milioni di persone nell’Unione europea, ovvero il 22% della popolazione attiva.
Dagli studi condotti dall’Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro)  emerge che una percentuale compresa tra il 50% e il 60% di tutte le giornate lavorative perse e’ riconducibile allo stress.
Si tratta di un problema  anche economico. E’ stato stimato che il costo relativo allo stress lavoro-correlato e’ di 20 miliardi di euro annui.

Sono molti gli studi condotti riguardo questo tema. Uno dei più recenti, condotto dall’European Heart Journal ha stimato che il trattamento sanitario del disturbo depressivo collegato allo stress incide direttamente sull’economia europea con un dispendio pari a 44 miliardi di euro e indirettamente, in termini di calo di produttivita’, con una perdita pari a 77 miliardi di euro.
La ricerca nel settore ha mostrato, inoltre, che le cause dello stress lavoro-correlato sono molteplici, ma riconducibili principalmente ad uno squilibrio percepito tra gli impegni che l’ambiente fisico e sociale impone di fronteggiare e la propria capacita’ (percepita) di affrontarli. Esso è associato alla tipologia di professione, all’organizzazione del lavoro ed al modo in cui sono gestite le risorse umane nel contesto lavorativo.

Come ha spiegato Sergio Iavicoli, direttore del Dipartimento di Medicina del Lavoro Ispesl, in Italia

sono soggette a stress da lavoro categorie tradizionali come le professioni sanitarie, gli insegnanti, e le Forze dell’ordine, anche se di fronte alla frammentazione del mondo del lavoro rimangono coinvolti anche molti lavoratori precari e flessibili e gli over 45.

Per tutti questi soggetti:

il rischio maggiore, oltre ad una serie di disturbi di carattere psicosociale, che spesso portano ad un utilizzo crescente di psicofarmaci, è rappresentato da quelle malattie che poi correlate passano alla fase della somatizzazione, come ad esempio i disturbi gastrointestinali o cardiovascolari.

Partendo da questi dati così preoccupanti l’Ispesl, in collaborazione con l’Agenzia Europea per la Sicurezza e Salute sul Lavoro,  ha organizzato la nona Conferenza Europea dell’Accademia della Psicologia del Lavoro. Tre diversi momenti di incontro, 29-31 marzo, per riflettere sulla gestione dei rischi psicosociali in Italia e in Europa.

Traffic stress disorder: lo stress da traffico. Un italiano su due ne è vittima!

marzo 23, 2010

Passare troppo tempo in macchina fa male alla salute. Perché? Oltre all’inquinamento, al rischio per la salute e all’incolumità fisica si aggiunge ora un nuovo problema: lo stress da traffico.

Moxon definisce questa condizione come “Traffic stress disorder”, una forma di ansia psicologica che si manifesta nelle vittime del traffico tentacolare e che colpisce uomini e donne che sono costretti ogni giorno a trascorrere molto tempo in macchina. Si tratta di un vero disturbo psichiatrico. All’inizio possono presentarsi  aumento del battito cardiaco, cefalea, sudorazione delle mani, ma col tempo subentrano disturbi più debilitanti come nausea, confusione e crampi allo stomaco. A lungo andare la sindrome predispone a problemi più seri comprendenti aumento del livello di aggressività, ansia, depressione, disturbi sessuali.
Una recente ricerca realizzata su 1.972 automobilisti britannici per Direct Line (compagnia di assicurazione diretta del Gruppo Royal Bank of Scotland) da YouGoy, in collaborazione con lo stesso Moxon svela come in Gran Bretagna un automobilista su tre soffre di Traffic Stress Sindrome.

Ma a quanto sembra in Italia la situazione è anche peggiore: una ricerca dell’ Istat dimostra che un automobilista su due ha disturbi psico-fisici, equivalenti a quelli dello studio inglese.
In particolare, secondo i dati Istat il Lazio è la regione a maggior rischio: nella regione sono coinvolti oltre 360mila automobilisti, dei quali ben 291mila nella sola capitale. A seguire troviamo la Campania, il Veneto e la Lombardia. Ciò che genera più stress nel nostro paese è la questione parcheggi: delle 2 ore medie al giorno di utilizzo della macchina, almeno 25-30 minuti sono ‘sprecati’ nella ricerca del parcheggio
La ricerca mostra come nel 20% dei casi si ha aumento del battito cardiaco, nel 19% mal di testa e nel12% sudorazione delle mani. Molti soggetti sentono crescere l’ aggressività o avvertono la depressione. Come fa notare la dottoressa Beringheli:

Le risposte dell’ organismo allo stress sono diverse. Quando l’ organismo sente lo stress come prima reazione l’ accantona. La psiche ci porta a concentrare l’ attenzione per esempio sulla guida o ci dirotta all’ ascolto della musica. Se la situazione continua l’ organismo mette in campo il sistema endocrino, quello neurovegetativo e quello immunitario per difendersi. Ma se lo stress aumenta ancora l’ organismo si “esaurisce”, e risponde con i sintomi citati da Moxon e, a posteriori, con altri come l’ insonnia, il panico che ci insegue senza una ragione, la memoria che ci tradisce, e la sessualità che ne esce penalizzata.

Quali sono le conseguenze? Perdita di concentrazione e guida pericolosa legate alla sindromeche hanno causato più di 2 milioni di incidenti nel 2004 in Gran Bretagna.
Soluzioni? Poche. Lasciare l’automobile a casa il più possibile oppure iniziare a introdurre lo psicologo nelle scuole guida per preparare i futuri automobilisti ai rischi della Tss.

E non a caso oggi la psicologia del traffico è uno degli ambiti in maggiore crescita…

I possibili effetti psicologici in risposta ad una catastrofe

gennaio 26, 2010

Ho già parlato qualche giorno da del PSD come possibile conseguenza della catastrofe di Haiti. Volevo oggi ampliare il discorso circa i diversi e possibili effetti psicologici che possono colpire le popolazioni vittime del terremoto, ma anche i parenti o chi semplicemente vede in televisione le immagini di questa distruzione.

Per fare questo vorrei riportare l’intervista compiuta da Health.com a Guerda Nicolas, psicologa clinica nata ad Haiti e dirigente del Dipartimento di studi educativi e psicologici dell’Università di Miami. La traduzione italiana di parti dell’intervista è tratta da Psicozoo, mentre per leggere l’originale in lingua inglese basta cliccare sul link in fondo alla pagina.

D: Quali sono gli effetti psicologici immediati che seguono un disastro come questo?
R: Non c’è una risposta immediata. Quando un individuo si trova nel mezzo del disastro, è centrato sulla sopravvivenza e si chiede semplicemente cosa sta succedendo. Il vero trauma, l’impatto psicologico, non si manifesta prima di alcuni mesi dopo la tragedia. Quando le cose si tranquillizzano, si comincia a sentire l’impatto e il dolore delle immagini a cui si assiste.

D: E’ in questo momento che comincia lo stress post-traumatico?
R: Esattamente. Dopo che gli sforzi per i soccorsi sono finiti, dopo che i funerali sono stati celebrati – è qui che può verificarsi il Disturbo Post- Traumatico da Stress (PTSD). All’occorrenza di qualunque tipo di trauma, una persona può avere episodi di stress acuto e di ansia, ma il PTSD non si sviluppa prima di 6 mesi dalla tragedia, quando iniziano i sintomi come l’insonnia e i flashbacks.

D: Ci sono altri sintomi che accompagnano questo genere di trauma?
R: La depressione è uno di questi; spesso è un segno di PTSD. L’ansia è un’altra risposta frequente in questi casi e spesso le persone fanno ricorso anche a stupefacenti. C’è un forte desiderio di affievolire il dolore, così le persone bevono di più o fanno uso di sostanze per sopportare la sofferenza. In ogni caso, individui diversi danno risposte differenti alle situazioni e non c’è una modalità standard di reazione.

D: Le persone che sono lontane dall’evento, possono comunque sperimentare lo shock e lo stress post-traumatico come chi era sul posto?
R: Certo, sicuramente. La chiamiamo “Traumatizzazione vicaria”. E può essere perfino più devastante a livello psicologico perchè c’è un senso d’impotenza, guardando le immagini, vedendo la devastazione e sapendo che non puoi farci niente. Le persone che sono lì, nella tragedia, stanno lavorando duro per alleviare le sofferenze degli altri e questo può aiutarle a sentirsi meglio rispetto a chi da lontano guarda e non può fare nulla. I sintomi possono essere molto simili a quelli di un disturbo post-traumatico: possono avere incubi, flashbacks delle immagini viste in televisione, difficoltà a dormire e a concentrarsi, inappetenza.

D: Come si può prevenire questo trauma?
R: La prima cosa che ho detto alle persone di Miami è “Smettetela di guardare le notizie”. Onestamente, le immagini riportate dai media possono essere troppo forti per alcune persone. Una cosa utile invece, che è buona norma ad Haiti è di stare in compagnia dei vicini. Inviata i tuoi amici a casa, bevi con loro un te e condividi quello che stai provando. Il mio suggerimento è quello di parlarne piuttosto che limitarsi a guardare le scene del disastro, perchè assistendo da spettatore non hai la possibilità di esprimere quello che stai provando.

D: Se hai un amico o un vicino che ha dei parenti coinvolti in un disastro come quello di Haiti, cosa puoi fare per aiutarlo?
R: Penso che possa essere d’aiuto ascoltare. Bussa alla porta di quella persona e dille “So che hai dei cari lì, vuoi parlarne?”. Spesso la loro disperazione nasce dal fatto che non hanno la possibilità di essere lì ad aiutare e durante la conversazione emergeranno i suoi bisogni. Potete offrirvi ad esempio di sollevarli accompagnando a scuola i loro bambini o portando qualcosa per cena.

D: Ci sono delle differenze culturali a cui le persone devono stare attente nel tentare di aiutare qualcuno che viene da un paese diverso dal proprio?
R: Penso che sia importante tenere presente che noi non viviamo le cose nello stesso modo. Ognuno esprime quello che sente in modi diversi. Alcuni possono piangere e disperarsi, altri possono sentirsi mancare, altri possono abbattersi. Tutte queste modalità sono parti di una reazione al trauma, ma non vuol dire che queste persone non siano capaci di reagire e di affrontare gli eventi. Una persona in stato di shock può inizialmente sembrare a pezzi e poi rialzarsi e farcela. Nella mentalità Haitiana, le persone sono convinte di potercela fare: se le tragedie accadono, gli Haitiani sanno che si rialzeranno e andranno avanti.

The Psychological Aftershocks: How Will Haitians Cope? – Health.com

Haiti e il terremoto: il disturbo post-traumatico da stress come possibile conseguenza

gennaio 16, 2010

Sfrutto la terribile catastrofe che ha colpito Haiti e i suoi abitanti, ma anche tutti coloro che hanno visto in tv le immagini di morte e distruzione del paese per parlare di uno dei disturbi più importanti e diffusi oggi: il disturbo post-traumatico da stress o PTSD.
Davanti a queste catastrofi sappiamo che circa il20% degli adulti sviluppa questo distrubo. Ma di cosa si tratta?

Il PTSD entra a far parte del DSM III negli anni ’80 come “riposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, che prevede un aumento notevole del livello dell’ansia, evitamento degli stimoli associati al trauma e appiattimento della reattività emozionale.
Il disturbo, come dice l’etichetta, nasce in seguito ad un evento traumatico, che minaccia cioè la sopravvivenza o l’integrità del soggetto o che viene vissuto senza la rpesenza di una rete sociale di sostegno.
Il PTSD viene definito sulla base della durata temporale dei sintomi. Se essi perdurano per sole 4 settimane si parlerà di “disturbo scuto da stress”, ma non di disturbo post-traumatico, che invece comapre se le reazioni all’evento traumatico perdurano per almeno un mese.
Mentre il primo disturbo è considerato come una reazione provvisoria dell’individuo, il PTSD si caratterizza per la presenza di almeno 6 sintomi in 3 diverse aree:

  • vissuto ripetuto dell’evento tramite incubi, flashback, pensieri..
  • evitamento nel nominare, pensare o prendere contatto con alcuni aspetti della realtà traumatica
  • aumento dell’attività fisiologica

Inoltre è possibile distinguere tra PTSD acuto e ridardato: mentre nel primo caso i sintomi compaiono entro i 3 mesi (e spesso persisoton in modo cronico), nel secondo essi compaiono dopo almeno 6 mesi.

L’idea di base è che il disturbo post-traumatico da stress trovi le sue basi non nella persona e nei suoi tratti di personalità, ma nel mondo esterno, in un evento traumatico vissuto dal soggetto.
E ovviamente va precisato come solo una piccola percentuale della popolazione che è vittima di  un evento traumatico mostrerà i sintomi del PTDS: non c’è quindi una relazione diretta tra evento e disturbo!


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