Test di Rorschach: uno dei test psicologici più usati a 129 anni dalla nascita del suo autore

novembre 8, 2013

 

Oggi è il 129° anniversario dalla nascita di Hermann Rorschach. Vi dice qualcosa questo nome? A noi colleghi psicologi sicuramente sì, a chi è un po’ interessato dell’argomento anche, ma forse tanta gente comune non sa chi sia.
Ne approfitto per scrivere un post sul test di Rorscach (che prende appunto nome dal suo autore). Ovviamente le cose da scrivere al riguardo non potrebbero stare nemmeno in un libro da 500 pagine, ma cerco di mettere giù qualcosa che possa permettere a tutti di capire qualcosa di più di questo test.

Prima di iniziare una precisazione: se leggete questo post otterrete informazioni sulla struttura del test e anche su alcune risposte possibili alle diverse tavole. In questo caso o se già avete letto altre informazioni su Internet e vi doveste trovare davanti uno psicologo che vi chiede di somministrarvelo siate sinceri nel dire che già lo conoscete. Non sarebbe attendibile e sarebbe solo una perdita di tempo per tutti! 😉

Il test di Rorschach è un test proiettivo che ha come obiettivo quello di andare ad indagare la personalità dei soggetti.
È composto fondamentalmente da 10 tavole su ciascuna delle quali è riportata una macchia d’inchiostro simmetrica. Immaginate di mettere della tempera in mezzo a un foglio e piegare il foglio in due come fanno a volte i bambini: ecco quello è il risultato. 5 delle tavole sono in bianco e nero, 2 rosse e nere e 3 colorate.
Le tavole vengono sottoposte al soggetto una alla volta e per ciascuna, senza limiti di tempo, viene chiesto di raccontare ciò che viene visto. Viene sottolineato che non ci sono risposte giuste o sbagliate.
Qual è il compito dello psicologo? Sicuramente trascrivere tutto ciò che il soggetto dice e inoltre calcolare il tempo impiegato. Sarà necessario calcolare il tempo di latenza (il periodo di tempo che passa da quando è stata consegnata la tavola  a quando il soggetto ha cominciato la produzione) e il tempo impiegato per raccontare la tavola.
Una volta mostrate tutte e 10 le tavole si passa alla fase dell’inchiesta. Vengono riproposte tutte le tavole e vengono poste domande specifiche. Prima di tutto si chiede al soggetto dove ha visto quello che ha visto e poi viene domandato di descrivere meglio ciò che ha visto e perché l’ha visto. Bisogna riuscire a capire l’identità degli elementi visti (animali, persone, oggetti..), se sono o meno in movimento, capire se per l’interpretazione ha visto/usato gli spazi bianchi e quelli colorati e molto altro.
Con l’inchiesta la somministrazione si conclude, anche se c’è la possibilità di fare una prova facoltativa detta “prova dei limiti”.

Ora inizia il compito più duro. Come interpretare quanto detto dal soggetto? Come già detto non è questa la sede per capire nello specifico come si fa a siglare e interpretare i risultati, ma proviamo a vedere brevemente su cosa viene focalizzata l’attenzione.

I criteri fondamentali di cui si tiene conto sono sicuramente:
Localizzazione: le risposte sono fornite sulla base dell’intera immagine o di un dettaglio o sullo spazio negativo intorno o all’interno della macchia d’inchiostro?
Ad esempio si segna con una G la risposta “globale”  per indicare che l’esaminato ha dato l’interpretazione di quella figura considerandola un tutto unico, oppure si segnerà una g (globale amputata) una risposta globale alla quale è stato tolto qualche piccola parte della figura. Al contrario si scriverà una D per indicare che la risposta è stata fornita sulla base di un dettaglio grande o frequente o Dd se il dettaglio è molto piccolo o citato raramente.

Forma: su cosa si basa la riposta? Dove il soggetto vede quello che riporta?
Se il soggetto attribuisce il motivo della sua interpretazione esclusivamente alla forma allora verrà scritta una F. Questa F può essere positiva (F+) se la forma vista è definita “buona”, quindi che si riesce a riconoscere bene o è molto usata o negativa (F-) se la forma non si vede  o si vede molto male.

Movimento: il soggetto nella risposta afferma di vedere oggetti o persone in movimento? Se viene citato il movimento umano si segnerà una M.

Colore: il soggetto vede le parti colorate? Le usa per la sua interpretazioni? La sua risposta è fornita principalmente basandosi sulle differenze cromatiche?

Contenuti: cosa vede il soggetto?
Si fa riferimento alla categoria di cose cui appartiene ciò che ha percepito nella figura. Per esempio si potrà segnare una A se vede un animale, un’H per le figure umane, Anat se cita parti del corpo, Cibo se parla di alimenti e così via per molte altre categorie.

Una volta siglate tutte le tavole si procederà ad un’analisi più di tipo quantitativo che non affrontiamo in questa sede.

Ma cosa si può cogliere subito, fin da una prima lettura e che può essere utile per iniziare a farsi un’idea sulla personalità e i vissuti dei soggetti?
Sicuramente si può iniziare ad osservare se il soggetto fornisce delle risposte cosiddette “banali” o “originali”. Le prime sono quelle più diffuse, date da molti soggetti, mentre le seconde sono quelle che hanno una frequenza di comparsa molto bassa e sono definite rare.

In conclusione possiamo dire che il test è un test proiettivo molto utile, anche se molto difficile da  valutare e interpretare.
Attraverso la lettura delle tavole si possono evidenziare:

– modelli difensivi specifici;

– strutture adattive verso la realtà;

possibilità organizzative dei processi mentali;

elementi proiettivi;

– immagini interne (inconsce).

(Post debitamente modificato per non “danneggiare l’immagine della psicologia  e l’attendibilità del test”)

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“Trauma”: un libro intenso, nel profondo delle menti colpite dai traumi.

ottobre 18, 2013

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Mi svegliai con un sussulto, sudato, tremante, senza fiato. Mi sembrava di soffocare. Era un orrore che conoscevo, quello di vedere il cadavere come se fosse la prima volta. È questo il trauma. L’evento sta sempre accadendo ORA, nel PRESENTE, per la PRIMA VOLTA.

 “Trauma” è un libro mozzafiato, per la capacità stilistica, la trama, la suspance che riesce a suscitare e il vero substrato psicologico che lo circonda.

È la storia di uno psichiatra, un professionista che ha come obiettivo quello di entrare e indagare le menti degli altri per curarle, ma a cui verrà più volte rinfacciato di voler sapere troppo. È la storia di una persona fragile, che nascondendosi dietro la sua professione nega e reprime i traumi del suo passato che riemergono però continuamente.

È un libro sul disturbo post-traumatica da stress, sui suoi sintomi, sulla sua difficoltà ad essere curato e sulle conseguenze a cui può portare. Che siano dovuti alla guerra, ai sensi di colpa o a esperienze vissute da bambino il trauma riemerge sempre, primo o poi, in un modo o nell’altro.

È il libro che parla di Charlie Weir, figlio di una madre depressa che annega i dispiaceri nell’alcol e di un padre fragile che abbandona la famiglia per evitare di affrontare la moglie. Figlio che, nonostante l’inspiegabile rancore e “odio” che la madre prova per lui, resta legato all’idea che lei abbia bisogno di lui e lui debba necessariamente starle accanto.

È anche il racconto di un rapporto difficile tra due fratelli che si rinfacciano a vicenda episodi del passato.

E poi è il racconto di una storia d’amore, anzi di due storie, entrambe condizionate dall’incapacità del protagonista di entrare nel profondo dei proprio traumi come sa fare con gli altri e della sua tendenza ad attrarre a sé solo persone di un certo tipo.

In mezzo un suicidio, storie di sensi di colpa e esperienze di guerra, tradimenti e distacco dalle emozioni.
Alla fine Charlie non regge più: la fine dei suoi amori, la solitudine, la depressione e quel trauma che riemerge, quella notte della sua infanzia che lo segnerà per tutta la vita. E quella voglia di porre fine a tutto, placata solo dal pensiero della figlia Cassie.

È un libro veramente intenso, ricco, scritto con maestria, che ti prende e fa trattenere il fiato, che nel finale non ti lascia la forza di smettere di leggerlo.
È un vero romanzo psicologico, dove i termini, i ragionamenti e le emozioni sono tipici di uno psicologo, ma che nello stesso tempo apre a tutti i lettori al fantastico mondo della mente umana.

 

2 Aprile 2013. Giornata Mondiale dell’Autismo

aprile 2, 2013


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Si celebra oggi, 2 aprile, la giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo, istituita  dalle Nazioni Unite con la risoluzione 62/139 del 18 dicembre 2007, per promuovere la conoscenza dell’autismo e la solidarietà nei confronti dei bambini e delle persone che ne sono affette, che restano spesso invisibili ai più.

Quest’anno lo slogan è: Autismo, più frequente di quanto non si pensi. Secondo gli ultimi dati, infatti,  le diagnosi di tutti i disturbi autistici raggiungono in USA due casi su 100 bambini di otto anni, mentre in Italia le Regioni più attrezzate arrivano appena a tre casi su mille.

Il problema della ricerca è fondamentale ed è necessario sensibilizzare l’opinione pubblica e fare in modo che la ricerca scientifica evolva in questo campo.

Chi lavora in questo ambito sa quanto sia importante far conoscere il disturbo, informare e avvicinare le persone a questa patologia ormai estremamente diffusa e in continuo aumento!

E’ in questa prospettiva che da un paio d’anni Autism Speaks ha lanciato un’iniziativa battezzata ‘Light it up blue‘ (illuminalo di blu) per sensibilizzare l’opinione pubblica: i monumenti del mondo, da New York a Rio de Janeiro, da Sidney a Roma, si illuminano di blu a testimoniare la sensibilità delle Città rispetto alla problematica dell’autismo.

Di seguito un video che racconta e mostra cosa succede nel mondo!

E chi vorrà potrà contribuire e far sentire la propria vicinanza accendendo una lampada blu alla finestra o semplicemente mettendo il logo di “Light it up blue” come foto profilo di facebook!

 

 

Israele. Una legge contro l’Anoressia in passerella

febbraio 7, 2013

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Israele. Dal 1 gennaio 2013 modelle e modelli con indice di massa corporea (BMI) inferiore ai 18,5 non potranno più sfilare né posare per le pubblicità. Si tratta del primo stato a varare una legge del genere con l’obiettivo di combattere l’anoressia e proteggere le ragazze dall’idealizzazione della magrezza, ragazze che in Israele soffrono di gravi disturbi alimentari con un incidenza del 2%.

Il BMI è un rapporto tra peso e altezza che permette di identificare al di là di quale livello si può parlare di patologia riguardo il peso, sia nel senso di un eccessivo sottopeso sia di una eccessiva obesità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) parla di sottopeso (2,9% della popolazione) al di sotto di un BMI di 18,5, mentre al di sotto dei 16 di grave magrezza con rischio di morte (0,4%).
Per capire meglio cosa si intenda per un BMI inferiore a 18,5 si può dire per esempio che una modella alta 1 metro e 72 non potrà pesare meno di 54 chili per la legge israeliana.

Con questa legge per poter lavorare, i modelli devono esibire un certificato medico degli ultimi 3 mesi che attesti un Indice di Massa Corporea non inferiore al 18,5. I trasgressori potranno essere citati in giudizio da persone affette da un Disturbo dell’Alimentazione o dai loro parenti, soprattutto in caso di decesso (5% dei casi di Anoressia).
Inoltre chi pubblica le immagini pubblicitarie dovrà rivelare se sono state alterate per fare sembrare più magri i soggetti. Le compagnie pubblicitarie che violano le norme possono essere denunciate (dagli stessi cittadini) e multate.

Le polemiche non mancano. Alcuni operatori della moda e modelli sostengono che si può essere “sani” anche con BMI inferiore a 18,5.
La top model Alisa Gourari (altezza 1,80, peso 55 kg) protesta: il suo indice è assolutamente al di sotto da quello che prevede la legge, ha cercato di aumentare di peso senza mai riuscirci e ora non potrà più lavorare nel suo paese.

Finalmente una legge che combatte veramente l’anoressia o un eccessivo limite?

Dove sta il confine?

La Tecnologia Positiva

ottobre 5, 2012

Non è difficile accorgersi di come la tecnologia sia oggi un elemento fondamentale della nostra vita e come entri in gioco modificando e dirigendo le nostre esperienze.
Quando ci aiuta a migliorare le caratteristiche della nostra esperienza personale, smette di essere un potenziale problema e diventa un’opportunità importante.

Ma in che modo questa trasformazione della tecnologia può essere utile al benessere delle persone? Come riuscire ad utilizzare le tecnologie esperienziali per promuovere la crescita personale e sociale?

Il tentativo di offrire una risposta a queste domande viene da una disciplina emergente, la «Tecnologia Positiva» che viene definita da Riva come:

Un approccio scientifico applicativo che usa la tecnologia per modificare le caratteristiche della nostra esperienza personale – strutturandola, aumentandola o sostituendola con ambienti sintetici – al fine di migliorare la qualità della nostra esperienza personale, e aumentare il benessere in individui, organizzazioni e società.”

Si tratta di una nuova area di ricerca nell’ambito dell’interazione uomo computer che ha lo scopo di sviluppare applicazioni e servizi tecnologici finalizzati a migliorare il benessere delle persone, utilizzando le tecnologie al servizio dell’empowerment a livello di individui, gruppi e comunità.

Il quadro teorico psicologico su cui poggia la Tecnologia Positiva è sicuramente la«Psicologia Positiva», di cui abbiamo già trattato in questo blog, ma vi sono anche importanti apporti da parte delle Neuroscienze.

Alcuni esempi di applicazione della Tecnologia Positiva:

  • tecnologie che potenziano le capacità cognitive, come la memoria, l’attenzione e i processi percettivi (cognitive augmentation)
  • tecnologie che aiutano a migliorare la sfera emotiva, ad esempio, servizi e applicazioni per la riduzione dello stress e la gestione dell’ansia
  • tecnologie che aiutano le persone ad adottare stili di vita più salutari e facilitano il cambiamento positivo (ad es. gestione delle dipendenze da alcool, fumo e droghe)
  • usare la tecnologia in modo partecipativo per rendere consapevoli le persone dei problemi globali e promuovere azioni collettive (ad esempio, il problema dello sviluppo sostenibile e del global warming

Per chi fosse interessato ad approfondire il tema:

Riva et al, 2012, Positive Technology: using interactive technologies to promote positive functioning

Botella et al, 2012, The Present and Future of Positive Technologies

 

Aspetti edonici del benessere: l’affettività positiva e negativa

luglio 1, 2012

Come è facilmente intuibile la presenza di un’affettività positiva è sicuramente uno degli indicatori più importanti della felicità e del benessere psicologico dal punto di vista edonico.

Bradburn e Caplovitz (1965) suggeriscono che l’affettività piacevole e quella spiacevole siano due fattori diversi, che vanno misurati in modo separato. Partendo da questa evidenza gli autori propongono l’idea che il benessere sia composto da due componenti distinte e che sia il risultato di un giudizio frutto della comparazione tra stati negativi e positivi.
Da questo punto di vista, il rapporto tra affetto positivo (PA) e affetto negativo (NA) nella vita di una persona è definito come benessere emotivo.
La felicità, quindi, sarebbe frutto della preponderanza e della maggiore frequenza di esperienze affettive positive rispetto a esperienze negative: un soggetto avrà un elevato livello benessere se proverà frequenti emozioni piacevoli e poche emozioni negative e un basso livello di benessere se, al contrario, si troverà a vivere poche emozioni positive e molte emozioni spiacevoli.
La formula che descrive il benessere emotivo risulta quindi essere la seguente:

∑(PA) /∑(NA)

Questa formula è interessante in quanto ci permette di visualizzare come possano esistere due percorsi paralleli su cui lavorare per aumentare il livello di benessere emotivo: la massimizzazione delle emozioni positive e la minimizzazione di quelle spiacevoli. Partendo da questa visione, l’assenza di affettività negativa non corrisponderebbe alla presenza di un’affettività positiva.
Tale modello è stato per molti anni accettato come valido, ma è stato ultimamente duramente criticato.
Sicuramente si sa che un elevato livello di affettività positiva è indice di un buon funzionamento psicologico e predittore di numerosi effetti positivi.

Inoltre, secondo Barbara Fredrickson (2001) e la sua “broaden-and-build theory” le emozioni positive producono numerosi effetti non solo momentanei, ma anche a lungo termine. Esse, infatti, contribuiscono ad incrementare le risorse fisiche e psicologiche del soggetto e sono, quindi, un importante fattore di protezione contro gli eventi stressanti.
Da questo punto di vista le emozioni positive fungono, da importante motore motivazionale, di spinta all’azione e rendono i soggetti più creativi, resilienti e socialmente integrati, potenziando le loro abilità cognitive e attrezzandoli a gestire in modo più funzionale anche le emozioni negative.

“Tecnologie Emotive: Nuovi Media per migliorare la qualità della vita”. Un libro interessante sul legame tra emozioni e nuove tecnologie…e completamente gratuito!

maggio 30, 2012

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Oggi voglio sponsorizzarvi un nuovo libro dal titolo “Tecnologie Emotive: Nuovi Media per migliorare la qualità della vita”, scritto da alcuni miei professori.

L’obiettivo del libro è quello di conciliare la prospettiva della psicologia positiva, con il concetto di stress e l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Come dicono gli autori, a descrizione del volume, da una parte le numerose richieste dell’ambiente esterno ci obbligano a confrontarci con le nostre risorse e competenze di gestione di situazioni critiche e, dall’altra, la nostra è l’era dell’evoluzione delle tecnologie informatiche.
Questo ha portato gli autori a interrogarsi sul legame esistente tra tecnologie ed esperienze emotive arrivando a sviluppare un nuovo campo di indagine: quello delle tecnologie emotive.

La domanda di partenza a cui il volume vuole rispondere è infatti: come è possibile usare le tecnologie per controllare e produrre emozioni positive?

La prima parte del volume si sofferma ad analizzare i principali fattori che influenzano l’esperienza dei nuovi media come tecnologie emotive.
Dopo un capitolo introduttivo sulla struttura multicomponenziale dello stress, con analisi degli aspetti emotivi e cognitivi e la presentazione delle principali modalità di reazione,il secono capitolo inserisce in modo predominante il tema delle emozioni. Infine, il terzo capiolo, introduce il tema della psicologia positiva e della cyber psicologia, con il riferimento teroico alle tecnologie emotive.
La seconda parte del volume, invece, utilizza invece una serie di esempi, relativi a ricerche, per chiarire le riflessioni teoriche della sezione precedente e incentivare la collaborazione di ricercatori e professionisti provenienti da diverse discipline nella progettazione e realizzazione di interventi supportati dalle tecnologie emotive.

Si tratta di un libro sicuramente interessante e, oltretutto, è scaricabile completamente gratuitamente all’indirizzo http://www.ledonline.it/ledonline/riva/Qualit%C3%A0-della-vita-riduzione-dello-stress-473.pdf
Vale veramente la pena di leggerlo!!

Per ulteriori informazioni si fa riferimento al blog “Psicologia dei nuovi media”.

Di seguito una breve descrizione degli autori:

Daniela Villani, dottore di ricerca in Psicologia, è docente di Psicologia dell’interazione con i media e di Metodi e tecniche di analisi della comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I suoi principali interessi di ricerca sono rivolti all’analisi e valutazione degli aspetti psicologici della comunicazione mediata e alla gestione delle emozioni e dello stress supportati anche dalle nuove tecnologie.
Alessandra Grassi, dottore di ricerca in Psicologia, è docente di Strumenti e metodi di analisi dei dati osservativi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. I suoi interessi sono principalmente rivolti allo studio dell’uso dei nuovi media nella gestione e nell’induzione delle emozioni, con un fuoco particolare per la valutazione e la gestione dello stress.
Giuseppe Riva è docente di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove dirige LICENT – Laboratorio di Studio dell’Interazione Comunicativa e delle Nuove Tecnologie.

La sindrome autistica ha alla base un funzionamento anomalo dei neuroni specchio. E’ un’ipotesi ancora valida?

maggio 20, 2012

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Come tutti sanno l’autismo è un disturbo pervasivo dello sviluppo caratterizzato dalla compromissione di diverse aree della persona: la comunicazione verbale e non verbale (carenze linguistiche, assenza totale del linguaggio..), l’aspetto comportamentale (stereotipie, autolesionismo ed eterolesionismo..) e l’interazione sociale (tendenza a isolarsi, incapacità di comprendere le espressioni emotive..).
Oltre a questi sintomi, i soggetti colpiti da tale sindrome sono anche spesso riluttanti al cambiamento e hanno problemi di imitazione e comprensione delle intenzioni ed emozioni degli altri.

Osservando attentamente questa sintomatologia è facile pensare a come tali deficit potrebbero avere alla base, dal punto di vista neuropsicologico, un funzionamento anomalo dei neuroni specchio.
Effettivamente esistono diverse ricerche che hanno confermato tale ipotesi, ma, nello stesso tempo, numerose evidenze opposte.
In particolare, uno studio pubblicato sulla rivista Neuron di Dinstein e coll. (Dinstein, Thomas, Humphreys, Minshew, Behrmann, Heeger, 2010) ha messo in discussione l’ipotesi che i neuroni-specchio potessero essere implicati nei deficit relazionali dei soggetti con autismo. Gli studiosi hanno sottoposto due gruppi, uno di soggetti affetti da autismo e uno di controllo, alla passiva osservazione di alcune immagini in cui erano raffigurati diversi tipi di azioni e, successivamente, è stato detto loro di riprodurre le medesime azioni osservate in precedenza. Attraverso l’uso di risonanza magnetica è stata osservata l’attività dei neuroni-specchio e i risultati hanno dimostrato che sia i soggetti autistici sia il gruppo di controllo hanno un’equivalente modalità di attivazione di questi neuroni, andando a contrastare con l’ipotesi iniziale.

Tale risultato va ad aggiungersi a quelli di altri studi che sostengono che i soggetti autistici hanno un normale funzionamento dei neuroni specchio.
I risultati contrastanti delle diverse evidenze empiriche potrebbero essere dovuti a fattori molteplici come l’impiego di metodologie diverse o l’aver preso in considerazione solo determinati aspetti tralasciandone altri.

Questi studi, che vanno a disconfermare un’ipotesi nata ormai vent’anni fa, sono piuttosto esigui rispetto alle numerose evidenze sperimentali a sostegno dell’ipotesi del malfunzionamento neuronale, ma vanno presi in considerazione ed è importante che la ricerca continui a lavorare in questa direzione per arrivare finalmente a comprendere meglio le cause e i substrati neuronali legati alla sindrome autistica.

Aspetti edonici del benessere: la soddisfazione di vita

aprile 7, 2012

 La soddisfazione di vita (LS) è definita come la valutazione cognitiva della propria vita nel suo complesso o meglio come la valutazione soggettiva della qualità di essa (Diener & Diener, 1995).
Secondo Frisch (2000) essa può essere descritta, più nello specifico, come una “valutazione soggettiva del grado in cui i più importanti bisogni, obiettivi e desideri del soggetto sono stati soddisfatti”. Essa è considerata come un importante indicatore del benessere psicologico in quanto gioca il ruolo di potenziale “cuscinetto” contro gli effetti negativi delle situazioni stressanti e contro lo sviluppo di comportamenti psicopatologici.
In generale, valutazioni positive di soddisfazione sono legate alla felicità e al raggiungimento di una “good life”, mentre valutazioni negative sono associate a depressione e infelicità.
Nello specifico una buona soddisfazione di vita è legata a interazioni sociali positive, creatività, coinvolgimento attivo nella comunità, minor numero di disturbi fisici e una vita più lunga (Veenhoven, 1988). Dall’altro lato, bassi livelli di soddisfazione sono predittori di esiti negativi nell’adattamento, di depressione, rifiuto interpersonale, comportamenti aggressivi  e abuso di alcol e droghe.

Nel corso del tempo sono stati molti e diversi i modelli che hanno cercato di spiegare e definire tale costrutto.
Tali modelli possono essere classificati in due macrogruppi: i modelli unidimensionali (soddisfazione globale e soddisfazione generale) e i modelli multidimensionali.

I primi condividono l’idea che un singolo punteggio totale possa rappresentare diversi livelli di LS. In particolare, il modello di soddisfazione generale assume che il punteggio totale di LS dovrebbe consistere nella somma dei punteggi di soddisfazione in differenti domini (soddisfazione con gli amici, in famiglia, a scuola…). Al contrario il modello di soddisfazione globale sostiene che essa debba essere valutata attraverso elementi “context-free” (per esempio “Ho una buona vita”). 
La seconda categoria comprende, invece, i cosiddetti modelli multidimensionali per i quali il profilo di soddisfazione di vita globale andrebbe misurato valutando nel dettaglio la soddisfazione in singoli domini di vita.

Si inserisce in questo gruppo il modello gerarchico di soddisfazione di vita di Huebner (1998) il quale sostiene che la LS sia strutturata in cinque domini specifici di secondo ordine (scuola, famiglia, amici, sé, ambiente di vita), inclusi in un unico fattore di soddisfazione globale di ordine superiore. Gli autori che si inseriscono all’interno di questa visione teorica sostengono che la prospettiva multidimensionale permetta di ottenere una valutazione più precisa ed esaustiva del livello di soddisfazione, garantendo anche di creare profili più specifici e differenziati tra i soggetti.

E’ in conformità a tali modelli che sono stati ideati e creati i più importanti strumenti di valutazione della LS come la Satisfaction With Life Scale (Diener & al., 1995) che è una misura globale di soddisfazione o la Multidimensional Student’s Life Satisfaction Scale che nasce, invece, sulla base di una visione multidimensionale. 

Crisi, freddo, pigrizia, troppi impegni? Non preoccupatevi, oggi le consulenze psicologiche viaggiano via Skype con ioPsicologo!

febbraio 10, 2012

Consulenze gratuite su Skype? Da oggi è possibile! Il sito ioPsicologo, in collaborazione con i portali Niente-Panico.it e BlogTherapy.it, offre a tutti la possibilità di usufruire di un supporto psicologico a distanza tramite l’utilizzo di Skype per tutto il mese di marzo.
L’iniziativa è stata proposta da un’equipe di psicologi volontari (Emanuele Mingione, Mariangela Quinterno Veronica Simeone e Marina Scappaticci) coordinati da Giovanni Gentile il quale spiega:

 “Questo tipo di intervento non ha alcuna finalità terapeutica, ma rappresenta una possibilità di ridefinizione del problema, ovvero di inquadramento del disturbo. Spesso, infatti, l’aiuto più valido per chi deve fare i conti con un disagio psichico è quello di avere la possibilità di prendere coscienza del proprio problema e di capire come affrontarlo. La consulenza online vuole essere un aiuto per chi non sa a chi rivolgersi e per chi cerca un primo orientamento in base alle proprie esigenze. Ma anche per chi vive all’estero e preferisce parlare con uno psicologo italiano via chat o per chi si sente più a proprio agio ad aprirsi con uno specialista attraverso microfono e videocamera, piuttosto che faccia a faccia in uno studio”.

Si prevede che i colloqui durino dai 30 ai 40 minuti sottoforma di una chiacchierata che può essere utile al paziente per mettere a fuoco i propri sintomi, dare un nome al proprio problema e fornire indicazioni sulle Strutture Sanitarie a cui rivolgersi.
Gentile garantisce anche il rispetto della privacy: la riservatezza del paziente è tutelata come in un normale studio di psicologi, con il consenso informato che viaggerà via mail.

Come fare? È sufficiente prenotare la propria consulenza dal sito http://www.ioPsicologo.it, indicando  il proprio nome utente Skype, con l’orario e il giorno scelto per ricevere consulenza.

Speriamo, come si augurano gli ideatori di tale progetto, che questa iniziativa possa avvicinare la psicologia alla gente e possa aiutare a sfatare i “miti”  ei pregiudizi associati alla nostra professione, come l’eccessivo costo e l’obbligo di una terapia lunga e impegnativa.


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