Archive for the ‘Psicologia clinica’ Category

Test di Rorschach: uno dei test psicologici più usati a 129 anni dalla nascita del suo autore

novembre 8, 2013

 

Oggi è il 129° anniversario dalla nascita di Hermann Rorschach. Vi dice qualcosa questo nome? A noi colleghi psicologi sicuramente sì, a chi è un po’ interessato dell’argomento anche, ma forse tanta gente comune non sa chi sia.
Ne approfitto per scrivere un post sul test di Rorscach (che prende appunto nome dal suo autore). Ovviamente le cose da scrivere al riguardo non potrebbero stare nemmeno in un libro da 500 pagine, ma cerco di mettere giù qualcosa che possa permettere a tutti di capire qualcosa di più di questo test.

Prima di iniziare una precisazione: se leggete questo post otterrete informazioni sulla struttura del test e anche su alcune risposte possibili alle diverse tavole. In questo caso o se già avete letto altre informazioni su Internet e vi doveste trovare davanti uno psicologo che vi chiede di somministrarvelo siate sinceri nel dire che già lo conoscete. Non sarebbe attendibile e sarebbe solo una perdita di tempo per tutti! 😉

Il test di Rorschach è un test proiettivo che ha come obiettivo quello di andare ad indagare la personalità dei soggetti.
È composto fondamentalmente da 10 tavole su ciascuna delle quali è riportata una macchia d’inchiostro simmetrica. Immaginate di mettere della tempera in mezzo a un foglio e piegare il foglio in due come fanno a volte i bambini: ecco quello è il risultato. 5 delle tavole sono in bianco e nero, 2 rosse e nere e 3 colorate.
Le tavole vengono sottoposte al soggetto una alla volta e per ciascuna, senza limiti di tempo, viene chiesto di raccontare ciò che viene visto. Viene sottolineato che non ci sono risposte giuste o sbagliate.
Qual è il compito dello psicologo? Sicuramente trascrivere tutto ciò che il soggetto dice e inoltre calcolare il tempo impiegato. Sarà necessario calcolare il tempo di latenza (il periodo di tempo che passa da quando è stata consegnata la tavola  a quando il soggetto ha cominciato la produzione) e il tempo impiegato per raccontare la tavola.
Una volta mostrate tutte e 10 le tavole si passa alla fase dell’inchiesta. Vengono riproposte tutte le tavole e vengono poste domande specifiche. Prima di tutto si chiede al soggetto dove ha visto quello che ha visto e poi viene domandato di descrivere meglio ciò che ha visto e perché l’ha visto. Bisogna riuscire a capire l’identità degli elementi visti (animali, persone, oggetti..), se sono o meno in movimento, capire se per l’interpretazione ha visto/usato gli spazi bianchi e quelli colorati e molto altro.
Con l’inchiesta la somministrazione si conclude, anche se c’è la possibilità di fare una prova facoltativa detta “prova dei limiti”.

Ora inizia il compito più duro. Come interpretare quanto detto dal soggetto? Come già detto non è questa la sede per capire nello specifico come si fa a siglare e interpretare i risultati, ma proviamo a vedere brevemente su cosa viene focalizzata l’attenzione.

I criteri fondamentali di cui si tiene conto sono sicuramente:
Localizzazione: le risposte sono fornite sulla base dell’intera immagine o di un dettaglio o sullo spazio negativo intorno o all’interno della macchia d’inchiostro?
Ad esempio si segna con una G la risposta “globale”  per indicare che l’esaminato ha dato l’interpretazione di quella figura considerandola un tutto unico, oppure si segnerà una g (globale amputata) una risposta globale alla quale è stato tolto qualche piccola parte della figura. Al contrario si scriverà una D per indicare che la risposta è stata fornita sulla base di un dettaglio grande o frequente o Dd se il dettaglio è molto piccolo o citato raramente.

Forma: su cosa si basa la riposta? Dove il soggetto vede quello che riporta?
Se il soggetto attribuisce il motivo della sua interpretazione esclusivamente alla forma allora verrà scritta una F. Questa F può essere positiva (F+) se la forma vista è definita “buona”, quindi che si riesce a riconoscere bene o è molto usata o negativa (F-) se la forma non si vede  o si vede molto male.

Movimento: il soggetto nella risposta afferma di vedere oggetti o persone in movimento? Se viene citato il movimento umano si segnerà una M.

Colore: il soggetto vede le parti colorate? Le usa per la sua interpretazioni? La sua risposta è fornita principalmente basandosi sulle differenze cromatiche?

Contenuti: cosa vede il soggetto?
Si fa riferimento alla categoria di cose cui appartiene ciò che ha percepito nella figura. Per esempio si potrà segnare una A se vede un animale, un’H per le figure umane, Anat se cita parti del corpo, Cibo se parla di alimenti e così via per molte altre categorie.

Una volta siglate tutte le tavole si procederà ad un’analisi più di tipo quantitativo che non affrontiamo in questa sede.

Ma cosa si può cogliere subito, fin da una prima lettura e che può essere utile per iniziare a farsi un’idea sulla personalità e i vissuti dei soggetti?
Sicuramente si può iniziare ad osservare se il soggetto fornisce delle risposte cosiddette “banali” o “originali”. Le prime sono quelle più diffuse, date da molti soggetti, mentre le seconde sono quelle che hanno una frequenza di comparsa molto bassa e sono definite rare.

In conclusione possiamo dire che il test è un test proiettivo molto utile, anche se molto difficile da  valutare e interpretare.
Attraverso la lettura delle tavole si possono evidenziare:

– modelli difensivi specifici;

– strutture adattive verso la realtà;

possibilità organizzative dei processi mentali;

elementi proiettivi;

– immagini interne (inconsce).

(Post debitamente modificato per non “danneggiare l’immagine della psicologia  e l’attendibilità del test”)

“Trauma”: un libro intenso, nel profondo delle menti colpite dai traumi.

ottobre 18, 2013

trauma

Mi svegliai con un sussulto, sudato, tremante, senza fiato. Mi sembrava di soffocare. Era un orrore che conoscevo, quello di vedere il cadavere come se fosse la prima volta. È questo il trauma. L’evento sta sempre accadendo ORA, nel PRESENTE, per la PRIMA VOLTA.

 “Trauma” è un libro mozzafiato, per la capacità stilistica, la trama, la suspance che riesce a suscitare e il vero substrato psicologico che lo circonda.

È la storia di uno psichiatra, un professionista che ha come obiettivo quello di entrare e indagare le menti degli altri per curarle, ma a cui verrà più volte rinfacciato di voler sapere troppo. È la storia di una persona fragile, che nascondendosi dietro la sua professione nega e reprime i traumi del suo passato che riemergono però continuamente.

È un libro sul disturbo post-traumatica da stress, sui suoi sintomi, sulla sua difficoltà ad essere curato e sulle conseguenze a cui può portare. Che siano dovuti alla guerra, ai sensi di colpa o a esperienze vissute da bambino il trauma riemerge sempre, primo o poi, in un modo o nell’altro.

È il libro che parla di Charlie Weir, figlio di una madre depressa che annega i dispiaceri nell’alcol e di un padre fragile che abbandona la famiglia per evitare di affrontare la moglie. Figlio che, nonostante l’inspiegabile rancore e “odio” che la madre prova per lui, resta legato all’idea che lei abbia bisogno di lui e lui debba necessariamente starle accanto.

È anche il racconto di un rapporto difficile tra due fratelli che si rinfacciano a vicenda episodi del passato.

E poi è il racconto di una storia d’amore, anzi di due storie, entrambe condizionate dall’incapacità del protagonista di entrare nel profondo dei proprio traumi come sa fare con gli altri e della sua tendenza ad attrarre a sé solo persone di un certo tipo.

In mezzo un suicidio, storie di sensi di colpa e esperienze di guerra, tradimenti e distacco dalle emozioni.
Alla fine Charlie non regge più: la fine dei suoi amori, la solitudine, la depressione e quel trauma che riemerge, quella notte della sua infanzia che lo segnerà per tutta la vita. E quella voglia di porre fine a tutto, placata solo dal pensiero della figlia Cassie.

È un libro veramente intenso, ricco, scritto con maestria, che ti prende e fa trattenere il fiato, che nel finale non ti lascia la forza di smettere di leggerlo.
È un vero romanzo psicologico, dove i termini, i ragionamenti e le emozioni sono tipici di uno psicologo, ma che nello stesso tempo apre a tutti i lettori al fantastico mondo della mente umana.

 

2 Aprile 2013. Giornata Mondiale dell’Autismo

aprile 2, 2013


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Si celebra oggi, 2 aprile, la giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo, istituita  dalle Nazioni Unite con la risoluzione 62/139 del 18 dicembre 2007, per promuovere la conoscenza dell’autismo e la solidarietà nei confronti dei bambini e delle persone che ne sono affette, che restano spesso invisibili ai più.

Quest’anno lo slogan è: Autismo, più frequente di quanto non si pensi. Secondo gli ultimi dati, infatti,  le diagnosi di tutti i disturbi autistici raggiungono in USA due casi su 100 bambini di otto anni, mentre in Italia le Regioni più attrezzate arrivano appena a tre casi su mille.

Il problema della ricerca è fondamentale ed è necessario sensibilizzare l’opinione pubblica e fare in modo che la ricerca scientifica evolva in questo campo.

Chi lavora in questo ambito sa quanto sia importante far conoscere il disturbo, informare e avvicinare le persone a questa patologia ormai estremamente diffusa e in continuo aumento!

E’ in questa prospettiva che da un paio d’anni Autism Speaks ha lanciato un’iniziativa battezzata ‘Light it up blue‘ (illuminalo di blu) per sensibilizzare l’opinione pubblica: i monumenti del mondo, da New York a Rio de Janeiro, da Sidney a Roma, si illuminano di blu a testimoniare la sensibilità delle Città rispetto alla problematica dell’autismo.

Di seguito un video che racconta e mostra cosa succede nel mondo!

E chi vorrà potrà contribuire e far sentire la propria vicinanza accendendo una lampada blu alla finestra o semplicemente mettendo il logo di “Light it up blue” come foto profilo di facebook!

 

 

Israele. Una legge contro l’Anoressia in passerella

febbraio 7, 2013

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Israele. Dal 1 gennaio 2013 modelle e modelli con indice di massa corporea (BMI) inferiore ai 18,5 non potranno più sfilare né posare per le pubblicità. Si tratta del primo stato a varare una legge del genere con l’obiettivo di combattere l’anoressia e proteggere le ragazze dall’idealizzazione della magrezza, ragazze che in Israele soffrono di gravi disturbi alimentari con un incidenza del 2%.

Il BMI è un rapporto tra peso e altezza che permette di identificare al di là di quale livello si può parlare di patologia riguardo il peso, sia nel senso di un eccessivo sottopeso sia di una eccessiva obesità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) parla di sottopeso (2,9% della popolazione) al di sotto di un BMI di 18,5, mentre al di sotto dei 16 di grave magrezza con rischio di morte (0,4%).
Per capire meglio cosa si intenda per un BMI inferiore a 18,5 si può dire per esempio che una modella alta 1 metro e 72 non potrà pesare meno di 54 chili per la legge israeliana.

Con questa legge per poter lavorare, i modelli devono esibire un certificato medico degli ultimi 3 mesi che attesti un Indice di Massa Corporea non inferiore al 18,5. I trasgressori potranno essere citati in giudizio da persone affette da un Disturbo dell’Alimentazione o dai loro parenti, soprattutto in caso di decesso (5% dei casi di Anoressia).
Inoltre chi pubblica le immagini pubblicitarie dovrà rivelare se sono state alterate per fare sembrare più magri i soggetti. Le compagnie pubblicitarie che violano le norme possono essere denunciate (dagli stessi cittadini) e multate.

Le polemiche non mancano. Alcuni operatori della moda e modelli sostengono che si può essere “sani” anche con BMI inferiore a 18,5.
La top model Alisa Gourari (altezza 1,80, peso 55 kg) protesta: il suo indice è assolutamente al di sotto da quello che prevede la legge, ha cercato di aumentare di peso senza mai riuscirci e ora non potrà più lavorare nel suo paese.

Finalmente una legge che combatte veramente l’anoressia o un eccessivo limite?

Dove sta il confine?

Crisi, freddo, pigrizia, troppi impegni? Non preoccupatevi, oggi le consulenze psicologiche viaggiano via Skype con ioPsicologo!

febbraio 10, 2012

Consulenze gratuite su Skype? Da oggi è possibile! Il sito ioPsicologo, in collaborazione con i portali Niente-Panico.it e BlogTherapy.it, offre a tutti la possibilità di usufruire di un supporto psicologico a distanza tramite l’utilizzo di Skype per tutto il mese di marzo.
L’iniziativa è stata proposta da un’equipe di psicologi volontari (Emanuele Mingione, Mariangela Quinterno Veronica Simeone e Marina Scappaticci) coordinati da Giovanni Gentile il quale spiega:

 “Questo tipo di intervento non ha alcuna finalità terapeutica, ma rappresenta una possibilità di ridefinizione del problema, ovvero di inquadramento del disturbo. Spesso, infatti, l’aiuto più valido per chi deve fare i conti con un disagio psichico è quello di avere la possibilità di prendere coscienza del proprio problema e di capire come affrontarlo. La consulenza online vuole essere un aiuto per chi non sa a chi rivolgersi e per chi cerca un primo orientamento in base alle proprie esigenze. Ma anche per chi vive all’estero e preferisce parlare con uno psicologo italiano via chat o per chi si sente più a proprio agio ad aprirsi con uno specialista attraverso microfono e videocamera, piuttosto che faccia a faccia in uno studio”.

Si prevede che i colloqui durino dai 30 ai 40 minuti sottoforma di una chiacchierata che può essere utile al paziente per mettere a fuoco i propri sintomi, dare un nome al proprio problema e fornire indicazioni sulle Strutture Sanitarie a cui rivolgersi.
Gentile garantisce anche il rispetto della privacy: la riservatezza del paziente è tutelata come in un normale studio di psicologi, con il consenso informato che viaggerà via mail.

Come fare? È sufficiente prenotare la propria consulenza dal sito http://www.ioPsicologo.it, indicando  il proprio nome utente Skype, con l’orario e il giorno scelto per ricevere consulenza.

Speriamo, come si augurano gli ideatori di tale progetto, che questa iniziativa possa avvicinare la psicologia alla gente e possa aiutare a sfatare i “miti”  ei pregiudizi associati alla nostra professione, come l’eccessivo costo e l’obbligo di una terapia lunga e impegnativa.

Il Blacky Pictures’ Test: un test proiettivo per indagare le dinamiche di personalità nei bambini

gennaio 24, 2012

Il Blacky Pictures’ Test, è un test proiettivo volto a far emergere le dinamiche della personalità di soggetti in età evolutiva, dai 5/6 anni fino ai 10/12.
Ideato da Blum nel 1950 si basa sulla teroia psicanalitica e rientra tra i reattivi narrativi o di contenuto.
In particolare l’obiettivo è quello di indagare alcune variabili psicologiche specificamente delimitate, come lo sviluppo psicosessuale, i meccanismi di difesa e la relazione oggettuale tramite il racconto di una storia.

Il test, infatti, è costituto di 12 vignette (le Blacky Pictures ) che raccontano le avventure del cane Blacky e della sua famiglia composta da mamma, papà e da Tippy, una figura fraterna di età e sesso imprecisati. Il protagonista, Blacky, è facilmente distinguibile perché di colore nero.
Ognuna delle 12 situazioni richiama in modo esplicito una particolare tappa dello sviluppo psicosessuale.Si tratta di un test proiettivo narrativo “atipico” in quanto il materiale-stimolo è maggiormente strutturato e definito.
L’utilizzo di animali come protagonisti è una scelta specifica in quanto si ritiene che ciò  faciliti il processo di identificazione del bambino e la libera espressione personale in situazioni in cui delle figure umane potrebbero provocare un’inopportuna inibizione.

La somministrazione richiede circa 45 minuti.  Inizialmente viene chiesto al soggetto di identificare Tippy con la propria sorellina o  fratellino (solitamente si parla di un un cuginetto/a nel caso il bambino non abbia fratelli e sorelle). Successivamente, si chiede al soggetto di inventare  una storia e per ogni vignetta vengono poste delle domande volte ad indagare la dimensione psicoanalitica.
Ogni tavola è creata col fine di indagare alcuni dimensioni psicoanalitiche e di personalità specifiche e ed è introdotta da una breve farse.
La tavola 1, ad esempio, è incentrata sull’“erotismo orale” ed è introdotta dalla frase : “Qui c’è Blacky che mangia il latte dalla mamma” .


La tavola 3 lavora sul “sadismo anale” , è introdotta da: ”Qui Blacky stà facendo i suoi bisogni” e mostra in primo piano Blacky che stà facendo pipì fra le due cucce di mamma e papà.
Ancora, la tavola 7 è incentrata sull’”identificazione positiva” in cui si vedono in primo piano Blacky e un cane meccanico e la frase introduttiva è “Qui c’è Blacky con un cane giocattolo”.
Diverse dalle precedenti sono le tavole 10 e 11. Si tratta di vignette che rappresentano Blacky mentre ha una visione onirica. Nella prima il cucciolo sogna un cane del suo stesso sesso, mentre nella seconda un cane del sesso opposto.
Come ultimo passaggio, terminata la fase della somministrazione, si invita il soggetto ad esprimere le sue preferenze, chiedendo di suddividere le vignette in due gruppi, le”simpatiche” e le “antipatiche”. Si procede poi chiedendo il perché di questa scelta.

A livello interpretativo Blacky dovrebbe costituire l’oggetto con cui il bambino si identifica a livello preconscio. È fondamentale interpretare il test inserendolo all’interno del più vasto profilo del bambino e accostandolo agli altri questionari e ai vari colloqui per avere una visione globale del problema. Importante, inoltre, osservare attentamente il comportamento del soggetto prima e durante la somministrazione per cogliere possibili manifestazioni di ansia o semplice stanchezza.

 

 

 

Curare la depressione via Internet. Possibile?

ottobre 2, 2011

Le vacanze sono finite ed è ora di tornare al lavoro!In realtà le vacanze non è che siano mai iniziate veramente….la stesura della tesi occupa praticamente tutte le mie giornate da giungo a questa parte ma manca poco!
Mi scuso con tutti i lettori più o meno assidui per la mancanza di articoli negli utlimi mesi…ancora fino a dicembre  purtroppo sarà così perché il lavoro da fare è tanto e il tempo poco! 🙂
Ma quando riesco sbricio un po’ su Internet tra le utlime notizie e oggi ho trovato un articolo che ha attirato la mia attenzione…

Svezia. Curare la depressione via Internet è possibile, anzi, forse  anche più efficace. È questa l’idea proposta da Holländare Fredrik all’interno di una tesi di dottorato allaSchool of Health and Medical Science” dell’Università di Orebro.

Lo psicologo ha analizzato gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale mediata da Internet sia sui soggetti con depressione in corso, sia nelle situazioni di prevenzione delle ricadute.
E i risultati sono inaspettati: solo il 10% dei pazienti in cura con una terapia cognitivo-comportamentale accessibile sulla Rete ha avuto una ricaduta e ha sperimentato nuovi episodi depressivi, contro il 38% dei soggetti del gruppo di controllo che hanno seguito una tradizionale terapia faccia a faccia.

Holländare Fredrik sottolinea che lo scopo del trattamento accessibile su Internet non è quello di sostituire la terapia tradizionale. L’idea, però, è che tal metodo possa essere una buona alternativa per molte persone, dal momento che permette di scegliere più liberamente luogo e ora della seduta.
Sicuramente i vantaggi della terapia sono molteplici: maggiore comodità per i pazienti e disponibilità di un tempo maggior per poter colloquiare con il proprio psicoterapeuta. Infatti, a differenza delle sedute tradizionali, che non durano mai più di 45 minuti, la terapia via Internet può durare anche 2 ore o 2 ore e mezza per cicli di 10-15 settimane.
Inoltre, formando operatori specializzati in questa tecnica, a livello ipotetico in futuro si potrebbero aiutare più del quadruplo dei pazienti curati oggi.

Come mai questa terapia sembra funzionare? L’idea è che nella CBT ciò che conta non è il terapeuta come individuo, quanto i principi e le indicazioni pratiche che essi forniscono. E questi possono essere trasmessi con modalità molto diverse.

La depressione è ancora oggi una delle difficoltà psicologiche più diffuse e più difficili da gestire. Se la ricerca e gli studi in questo campo evolvono ciò non fa che aumentare le possibilità di arrivare a curare e prevenire veramente nel modo adeguato la depressione.
Forse questo metodo non sarà adatto a tutti, ma non è da sottovalutare l’intuizione che l’autore ha avuto: più trattamenti diversi esistono, in termini di tempi e modalità, maggiore sarà la possibilità di trovare il trattamento più adeguato per il nostro paziente!

Il Parenting Stress Index per valutare lo stress nella relazione genitore-bambino

luglio 27, 2011

Un genitore può provare stress per il semplice fatto di essere genitore? Probabilmente sì e la presenza di un test standardizzato e ampiamente utilizzato in ambito clinico per la sua valutazione ne è la prova. Si tratta del PSI – Parenting Stress Index – che provo a presentarvi in breve.

Il PSI  valuta lo stress che il genitore sperimenta inteso come la discrepanza percepita dai genitori tra le risorse a disposizione e le esigenze dettate dal  ruolo. La percezione, spesso diffusa, di non farcela e non essere competenti può essere causata da 3 elementi: dalle caratteristiche del bambino (temperamento difficile, psicopatologia..), dalle caratteristiche del genitore (insicurezza, depressione, scarsa autostima…) o dalle caratteristiche del contesto (mancanza  di supporti formali o informali della rete sociale..). In particolare il test misura la percezione che il genitore ha di:

  • essere stressato/preoccupato
  • avere un figlio difficile
  • avere una relazione disfunzionale

La forma breve del PSI comprende  36 item su scala Likert a 5 punti (accordo- disaccordo) e ha alla base un modello teorico che analizza 3 sottodimensioni dello stress genitoriale:

  1. Distress genitoriale
  2. Interazione disfunzionale genitore-bambino
  3. Bambino difficile

Vediamo nello specifico le tre sottoscale per capire meglio di cosa si tratta:

Sottoscala distress genitoriale (PD): 12 item. Definisce il livello di distress che un genitore sta sperimentando nel suo specifico ruolo di genitore a causa di fattori personali, indipendenti dal bambino:  

  •  percezione della propria competenza genitoriale non adeguata
  •  stress associati alle restrizioni poste su altri ruoli vitali
  •  conflitto con l’altro genitore del bambino
  • mancanza di supporto sociale

Sottoscala interazione disfunzionale genitore-bambino (P-CDI): 12 item. Analizza la relazione col figlio percepita dal genitore come difficile:

* percezione del figlio come non rispondente alle proprie aspettative

* interazioni non gratificantil

* proietta questi sentimenti sul bambino avvertendolo come un elemento negativo nella propria vita.

* si considera respinto, sfruttato e estraneo al bambino.

 Sottoscala bambino difficile (DC): 12 item. Analizza alcune caratteristiche del comportamento del bambino e la percezione che il genitore ha di avere  un bambino difficile:

* Temperamento del bambino o comportamenti richiestivi  e di disobbedienza

Per quanto riguarda i punteggi si considerano normali valori compresi tra il 15° e l’80° percentile e alti quelli  uguali o superiori all’85° percentile.
Punteggi elevati nel livello di stress totale (calcolato sommando i punteggi delle 3 sottoscale) è indice della presenza di uno stress clinicamente significativo.
Punteggi elevati nella scala “Distress genitoriale” possono dare evidenza di una difficoltà del genitore causata da fattori personali e non legati alla relazione, specialmente se si hanno punteggi normali nella sottoscala “Bambino difficile”.
Punteggi elevati nella scala “Interazione disfunzionale genitore-bambino” può essere indice del fatto che il  genitore  si percepisce come respinto e deluso dal figlio   e che il legame sia minacciato. In questo caso bisogna porre particolare attenzione: se il punteggio supera il 95% percentile si parla di abuso potenziale e possibile maltrattamento.
Punteggi elevati nella sottoscala “Bambino difficile” sono indicatori della necessità da un alto di una consultazione psicologica del bambino e dall’altro di una serie di interventi educativi per i genitori sulle strategie di gestione del bambino.

Gli psicofarmaci più diffusi (4): gli stabilizzatori dell’umore contro le oscillazioni tra mania e depressione

marzo 21, 2011

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L’ultima categoria di farmaci che prendiamo in considerazione sono gli stabilizzatori dell’umore. Anch’essi possono essere inclusi nella macrocategoria degli antidepressivi ma hanno lo scopo di ridurre i sintomi di soggetti affetti da disturbo bipolare e regolarizzare le oscillazioni patologiche tra mania e depressione.

Il primo stabilizzatore ad essere scoperto è stato il litio, individuato, per caso, da Cade nel 1817. Tale sostanza, utilizzata per la cura della gotta e per pazienti con ipertiroidismo e ipotiroidismo, inizia ad essere utilizzata con pazienti con psicosi maniaco-depressive da quando lo stesso Cade si accorge di una certa analogie tra le due categorie di patologie.
Si tratta di un catione che modifica la fisiologia delle membrane cellulari attraverso un’alterazione degli scambi Na e K ed  utilizzato soprattutto per episodi acuti maniacali, per la prevenzione recidive maniacali e depressive nel disturbo bipolare e per la cura di forme depressive resistenti all’azione antidepressiva.
Importante sottolineare che il litio ha un range terapeutico (da 0.6 a 1.2 mEq/l) al di là del quale la sostanza ha gravi effetti tossici.
Altri stabilizzatori dell’umore sono la carbamazepina e il sodio valproato inizialmente usati come epilettici e oggi utilizzati negli stessi casi del litio.
Infine, vi  è la lamotrigina spesso utilizzato come anticonvulsionante, ma anche per la cura della depressione bipolare e per le recidive depressive e maniacali dei pazienti con disturbo bipolare

Tutti questi farmaci presentano numerosi e importanti effetti collaterali. Il litio, in particolare, può portare a diarrea, aumento della diuresi, diabete e ipotiroidismo; la carbamazepina può generare effetti neurologici e un aumento transaminasi; il sodio valproato causa tremori, senso di sedazione e la lamotrigina sintomi simil influenzali.
Più gravi, ovviamente, sono gli effetti tossici, rilevanti però solo per il litio. Come detto esso, al superamento del range terapeutico, può comportare convulsioni, tremori, alterazioni fisiologiche e può portare anche al coma.

 

 

 

Gli psicofarmaci più diffusi (3): gli antidepressivi contro i disturbi dell’umore

marzo 13, 2011

ANTIDEPRESSIVI

Gli antidepressivi sono i farmaci più utilizzati nella cura dei disturbi dell’umore (disturbi psichiatrici che hanno come sintomo centrale l’alterazione dell’umore). Le alterazioni d’umore possono essere a livello di deflessione del tono, depressione o esaltazione del tono, mania.

L’effetto atteso di tali farmaci è la normalizzazione (stimolazione) della trasmissione di alcuni neurotrasmettitori che si ritiene alterata in alcuni gravi disturbi affettivi e ansiosi. In particolare si ritiene che la depressione sia in parte determinata dalla ridotta presenza di serotonina e noradrenalina.
Le sostanze antidepressive agiscono a diversi livelli: bloccando il recettore pre-sinaptico, inibendo la ricaptazione sinaptica del neurotrasmettitore e gli enzimi catabolizzanti gli stessi e regolando i recettori post-sinaptici.
Essi sono usati principalmente contro disturbi e episodi depressivi, ma anche per disturbi ossessivi compulsivi e attacchi di panico.

Gli antidepressivi vengono divisi in un gran numero di classi diverse, ma ilr aggruppamento principale avviene suddividendo farmaci di prima e di seconda generazione.
Della prima generazione fanno parte principalmente i triciclici, così chiamati per la struttura ciclica,a 3 anelli. Essi agiscono principalmente su noradrenalina e serotonina e hanno un ampio spettro di azione, ma anche un maggior numero di effetti collaterali.
Della seconda generazione fanno aprte invece 6 diversi tipi di antidepressivi: gli IMAO, gli eterociclici, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), gli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (SNRI), gli inibitori della ricaptazione della noradrenalina (NaRI) e gli antidepressivi noradrenergici e selettivi setoroninergici  (NaSSa)

In generale tali farmaci risultano avere tutti diversi effetti collaterali che tendono però ad attenuarsi nel corso del trattamento e, come detto, sono più numerosi e resistenti negli antidepressivi di prima generazione.
Nel caso dei triciclici essi possono riguardare il sistema cardiovascolare e aspetti neurologici e vegetativi; possono inoltre causare deliri, sonnolenza e sedazione. Gli SSRI generano, invece, più problemi a livello gastrointestinale, psichico e sessuale.
Va tenuto conto del fatto che, a dosi eccessive, tutte queste sostanze possono creare effetti tossici, condurre al coma e portare alla cosiddetta sindrome serotoninergica dovuta all’ eccessivo potenziamento della trasmissione della serotonina (tremori, ipertensione..).


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