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Quando i serpenti fanno paura: l’ofidiofobia

maggio 28, 2010

Come spesso accade ognuno di noi è spinto ad approfondire e interessarsi di argomenti che in modo o nell’altro lo toccano nella sua vita quotidiana. Ecco perché io oggi mi occupo dell’ofidiofobia, ovvero la paura dei serpenti…già, perché io ho una paura folle di questi animali!

L’ofidiofobia è la paura morbosa, persistente, anormale e ingiustificata degli ofidi (l’ordine dei rettili apodi che comprende tutti i serpenti).
È una delle fobie più comuni, specialmente tra quelle che si trovano nel gruppo della zoofobia (paura degli animali) e come tutte le fobie anche questa può presentarsi con carattere irrazionale, eccessivo o persistente.
Può generare delle condotte di evitamento come ad esempio evitare di camminare nell’erba alta o in qualsiasi zona in cui questi animali possano nascondersi facilmente, perfino nelle regioni dove è esclusa con assoluta certezza la presenza di ofidi di qualsiasi specie.

È importante fare attenzione e distinguere tra la gente che teme o a cui non piacciono le serpi per il loro veleno o per il pericolo che implicano e un vero ofidiofobico.
Le persone con una vera fobia non solo temono le serpi quando le affrontano ma si spaventano pure pensando a loro, vedendole in televisione o in una foto. Come si può ben capire in questo caso la paura è totalmente irrazionale e questo è uno dei criteri base per definirla fobia.
Non si può dire che vada sempre a influenzare la normale vita quotidiana in modo clinicamente significativo, ma ciò è principalmente dovuto al fatto che le persone che vivono in città hanno poche occasioni di entrare a contatto con questi animali.
Essendo una paura così frequente si è giunti a pensare che sia istintiva tra gli umani. Alcuni psicologi, tra cui Freud, l’hanno definita una condizione umana universale, originata da motivazioni di natura pratica: gli uomini hanno vissuto pericolosamente a stretto contatto con serpenti velenosi per centinaia di anni e dunque non è sorprendente che guardino questi animali con ostilità e timore.

Nell’analisi della fobia per prima cosa è necessario capire da dove viene: può essere il risultato di un’esperienza traumatica vissuta nell’infanzia, frutto di un’educazione cattolica che associa la serpe con il demonio o semplicemente essere nato dalla visione di uno stimolo pauroso (vedendo un film, per esempio).
E’ inoltre importante che la persona possa verbalizzare che cosa dei serpenti esattamente lo spaventa: solitamente si tratta della loro viscidità, dell’essere velenosi…
Un buon metodo per allontanare le paure è parlare e spiegare alle persone la verità sulle serpi e i loro miti, anche se, di fornite ad una vera fobia, la persona è consapevole dell’irrazionalità delle sue credenze.

Detto questo mi sa proprio che la mia è una fobia! In fondo ognuno di noi ha una propria fobia no? A me tocca questa! 🙂  E a voi??

La realtà virtuale nella cura delle fobie

giugno 2, 2009

Negli ultimi anni, grazie al grande sviluppo delle tecnologie positive e del loro utilizzo nel campo della terapia, si sono aperti diversi scenari di applicazione dei nuovi media nel campo della cura di diverse patologie e disturbi.
In particolare vorrei focalizzarmi sull’uso della realtà virtuale per la cura delle fobie.
Nella psicologia tradizionale il metodo tipico per utilizzare le fobie è quello della cosiddetta esposizione progressiva al contenuto fobico, che prevede un percorso di avvicinamento per gradi all’oggetto, elemento o aspetto che crea il panico.
La realtà virtuale rende più facile e anche maggiormente efficace la creazione di questi tipi di percorsi. L’idea è che tramite questo strumento si possono creare al computer le situazioni desiderate inserendo tutti gli elementi causa della fobia (ragni virtuali per l’aracnofobia, piazze piene di persone per l’agorafobia….).
Il paziente deve semplicemente indossare un casco da realtà virtuale e viene immerso nella situazione simulata: il terapeuta ha così il “potere” di controllare ciò che avviene in questo mondo, inserendo oggetti, animali, elementi e facendo accadere particolari eventi che, vissuti in una situazione protetta, potrebbero aiutare il paziente a superare le sue paure.
Tutta l’impostazione teorica e metodologica si basa sull’assunto che le persone immerse in questo tipo di realtà sperimentino “presenza”, ciò sensazione di essere in un ambiente virtuale senza essere consapevole della mediazione della tecnologia, che appare completamente trasparente.
Durante un congresso, svoltosi nel 2007, la psicologa statunitense Brenda Wiederhold, che dirige una clinica per la cura delle fobie mediante la realtà virtuale, ha portato i risultati di 30 studi clinici che hanno mostrato come l’esposizione progressiva in realtà virtuale sia efficace nella cura e abbia effetti positivi.
Una delle fobie maggiormente curate tramite questo approccio è l’acrofobia o fobia dell’altezza. Merel Krijn, insieme ad alcuni colleghi dell’Università di Amsterdam, hanno pubblicato uno studio su Behaviour Research and Therapy che mostra come l’applicazione di questo metodo alla cura dell’acrofobia permetta il raggiungimento di risultati analoghi all’esposizione in vivo, ossia portando fisicamente il paziente in un luogo ad altezza elevata.
(http://psicocafe.blogosfere.it)

I vantaggi di questo approccio sono sicuramente la grande economicità e flessibilità di applicazione e la presenza di centinaia di diverse fobie e paure apre il campo e al ricerca a moltissime nuove applicazioni della realtà virtuale nella cura di tali disturbi.

Ansia, panico e fobie…

marzo 8, 2009

L’altra sera casualmente mi è capitato di vedere quel bel programma che è “Porta a porta” (è ironico ovviamente!!)..stranamente non parlavano di politica, omicidi o altro ma di un tema molto interessante…il panico. Sono riuscita ad ascoltare un po, ma a un certo punto il sonno ha preso il sopravvento vista l’ora tarda.

Ho pensato così di scrivere un intervento su questo, in particolare per aiutare un po’ i poco esperti a capire meglio alcune distinzioni di termini…in particolare tra ansia, panico, fobia e altri correlati…

Prima di tutto distinguiamo tra paura e ansia.

La paura è un’emozione che ha come obiettivo al sopravvivenza dell’individuo. Si scatena ogni volta si presenti un possibile rischio per la propria incolumità ed è indispensabile per l’uomo per poter reagire alla situazione pericolosa. Può generare diverse reazioni, differenti tra loro, ma tutte rivolte alla ricerca di una soluzione per superare la difficoltà. Si tratta quindi di una emozione con una elevata funzione di adattamento, necessaria per sopravvivere. La paura è sempre scatenata, quindi, una situazione, dalla percezione di un reale pericolo.

Se, invece, le sensazioni di timore e preoccupazione tipiche della paura sono presenti senza che vi sia un pericolo reale si può parlare di ansia. Essa, infatti, non è causata da un fattore esterno, ma da una spinta interna e per questo motivo è spesso più intensa e difficilmente controllabile. A differenza della paura l’ansia non aiuta l’uomo a difendersi dai pericoli esterni, ma blocca e ostacola le attività e la vita quotidiana. Si può dire che nel caso dell’ansia viene meno la funzione primaria dell’emozione, legata alla naturale conservazione della specie.

Il vivere situazioni di ansia però non è indice della presenza di un disturbo. Si può dire che si tratti di un’esperienza comune quasi a tutti che, solo nel momento in cui diventa eccessiva, può trasformarsi in una vera patologia. Si può parlare di vera malattia solo nel momento in cui la sua presenza compromette l’attività lavorativa e sociale o provoca un disagio prolungato ed intenso. Si parla in questo caso di disturbo d’ansia generalizzato. Con questo termine si intende un disturbo la cui caratteristica principale è la presenza di uno stato di ansia e preoccupazioni eccessive relative a situazioni o eventi della vita (tra cui le prestazioni in campo lavorativo e scolastico), che si presenta quasi ogni giorno per almeno 6 mesi. Questa definizione è fornita dalla DSM IV (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders)che inserisce il disturbo d’ansia generalizzato trai più generali disturbi d’ansia che comprendono anche le fobie, il disturbo da attacchi di panico, il disturbo ossessivo-compulsivo..

Proprio la DSM IV ci dice, infatti, come siano diversi tra loro i disturbi legati all’ansia e quelli legati, invece, al panico. Mentre l’ansia in modo semplicistico può essere definita come una paura senza una causa reale, il panico è la forma più grave di paura. Essa, infatti, ha differenti gradi di intensità, tra i quali il più elevato è proprio il panico. La persona che sperimenta il panico ha la sensazione di essere a rischio di vita imminente. Proprio per il fatto che si tratta di un’emozione estrema, spesso circoscritta in un breve periodo di tempo, si tende a parlare di attacco di panico.

Per attacco di panico si intende un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti: palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;sudorazione; tremori fini o a grandi scosse; dispnea o sensazione di soffocamento; sensazione di asfissia; dolore o fastidio al petto; nausea o disturbi addominali; sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento; derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi); paura di perdere il controllo o di impazzire; paura di morire; parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio); brividi o vampate di calore. (DSM IV). L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente. La sensazione è quella di trovarsi in reale pericolo di vita e di perdere il controllo.

La presenza di frequenti attacchi di panico, imprevedibili, inaspettati e non provocati né da una malattia medica né da una sostanza, può portare anche alla diagnosi di disturbo da attacchi di panico.

Altra distinzione va compiuta tra la paura e la fobia. Non tutte le paure sono fobie. Diventano tali solo nel momento in cui questa preoccupazione, rivolta verso particolari oggetti o situazioni che, comunemente, non dovrebbero procurarla, persiste anche di fronte ai dati di realtà. Elemento fondamentale per parlare di fobia è la sua irrazionalità, riconosciuta anche dai soggetti stessi che ne sono vittima. Inoltre, per parlare di fobia, l’ansia causata dalle diverse situazioni deve limitare le attività della vita quotidiana in modo clinicamente significativo. (Per fare un esempio, avrà una fobia un pilota di aerei che sviluppa la paura di volare. Questa preoccupazione lo limiterà nel suo lavoro e nella sua attività). Quando la persona viene esposta allo stimolo che causa la paura manifesta un’immediata reazione ansiosa che può anche sfociare in un attacco di panico.

Ma come trattare tutti questi disturbi, inseriti nella macrocategoria dei disturbi d’ansia?

La risposta che solitamente viene data a questo quesito è sempre solo una: i farmaci. Essi infatti (come le benzodiazepine a basso potenziale e il propranololo) sono utili in quanto combattono nell’immediato la crisi e permettono di superare velocemente la situazione che ci si trova a dover affrontare. Il problema è che non vanno ad indagare la causa vera del disturbo. Come dire, i farmaci curano il sintomo, ma non il disturbo (Piccola parentesi personale per evidenziare come la cura del sintomo, pur essendo utile nell’immediato, non porta mai alla risoluzione totale del problema. Senza trovare la causa del disturbo esso non verrà mai eliminato completamente, ma si placheranno solo le crisi che si potrebbero ripresentare poi nel futuro.)

È importante, quindi, quando si incontra un paziente che presenta un disturbo d’ansia è valutare le origini del suo disturbo e associare alla somministrazione di farmaci un’analisi più terapeutica. Come per la cura di ogni patologia psicologica esistono diversi tipi di terapia, da quella ad orientamento psicoanalitico (che consente di esplorare le aree conflittuali, inconsce e legate specialmente a eventi infantili, alla base dello sviluppo del disturbo) fino a quelle comportamentali (che utilizzano tecniche di rilassamento e sembrano avere una certa efficacia sui sintomi fobici).

Durante “Porta a porta” il dibattito si è focalizzato quasi esclusivamente sul tipo di terapia migliore per la risoluzione del problema. Centro di interesse erano ovviamente i farmaci: lo scontro tra un neuropsicologo e uno psichiatra ha fatto emergere come le posizioni fossero quasi opposte.

Non sta a me giudicare in quanto non posso ritenermi ancora così esperta da dare un giudizio (fatemi studiare ancora almeno 3 anni!!), ma mi sento in dovere di esprimere la mia opinione. Se i farmaci facessero veramente tutto il nostro lavoro sarebbe inutile. Somministrare sostanze chimiche per placare delle crisi che diventano intollerabili è anche giusto, ma riempire un paziente di farmaci solo perché si crede che questo basti a risolvere il problema non penso sia opportuno! Aiutarlo ad indagare i “punti ciechi” della sua vita, identificare quelle dinamiche relazionali che possono causare difficoltà in lui è il compito che ogni psicologo e psichiatra si deve sentire in dovere di fare! Senza delegare il proprio lavoro ad un antiansiolitico in più…

La claustrofobia

febbraio 11, 2009

Ho deciso di inziare una sezione dedicata alle diverse fobie…alcune sono proprio strane, alcune più diffuse altre meno, tutte però molto interessanti e vncolanti, al punto di condizionare la vita quotidiana delle persone che ne sono colpite… oggi inziamo con una fobia abbastanza conosciuta e diffusa…la claustrofobia!

La claustrofobia colpisce circa il 5% della popolazione ed è classificata nella cosiddetta categoria delle  fobie specifiche, ovvero caratterizzate da una paura irrazionale in presenza di una determinata situazione o circostanza concreta. Durante una crisi claustrofobica la paura di rimanere intrappolati in uno spazio ridotto genera un attacco d’ansia E’ probabile che il soggetto affetto da claustrofobia abbia subito in passato episodi o situazioni traumatiche dirette legate alla mancanza di spazio (es. essere rimasti chiusi a lungo in ascensore, ecc.) o indirette (l’ascolto di un racconto).

Nonostante sussistano teorie diverse, la maggior parte sono però d’accordo sul fatto che chi soffre di claustrofobia non abbia paura dello spazio in sé, ma predomini piuttosto il timore verso le possibili conseguenze negative che da esso possano derivare (ad es. restare bloccati in galleria) e dalla sensazione di non avere una via d’ uscita fisica o psicologica.

Il sintomo più diffuso è l’ansia, una reazione di paura incontrollata dell’ignoto a cui mente e corpo rispondono con uno stato di allerta tesa e una scarica di adrenalina. Si può andare da una debole sensazione di malessere sino a sviluppare un attacco di panico vero e proprio, con una grave sensazione di perdere il controllo o addirittura di morire.

I sintomi di claustrofobia, inoltre, possono essere aggravati dalla presenza di un pubblico. Quando il claustrofobico è costretto per di più a vivere in un pubblico una situazione difficile o imbarazzante, i sentimenti di vergogna e di imbarazzo acuiscono la sensazione di disagio.

Ho trovato anche uno studio interessante dell’Istituto di Psicologia Archetipale che ha individuato alcuni dei più importanti eventi traumatici che contribuiscono a sviluppare la claustrofobia nelle diverse fasce d’età:

Infanzia

Essere stati rinchiusi in un luogo chiuso per punizione o per una casualità, ad esempio in bagno, o in un qualsiasi luogo privo di una via di fuga (Coercizione Fisica);

Prima fase dell’adolescenza:

Essere rimasti chiusi in ascensore (Coercizione Fisica);

Essere stati chiusi in un garage da coetanei o amici (Coercizione Fisica);

Essere stati puniti da un genitore che ha obbligato il figlio a stare chiuso nella propria stanza, senza che questa fosse chiusa a chiave ed anche a digiuno (Coercizione Psicologica);

Adolescenza inoltrata:

Aver subito un intervento chirurgico in anestesia generale durante il quale il soggetto ha avuto una paura folle di non risvegliarsi più (Coercizione Fisica);

Volevo sottolineare come per parlare di fobia sia necessario che l’interessato sia consapevole dell’irrazionalità della paura, ma che non sia in grado di controllarla.

Resto sempre convinta del fatto che ogni fobia può avere tante cause diverse, anche non legate a traumi infantili o esperienze particolarmente negative. Resta il fatto che, nel momento in cui comportano compromissioni significative nella vita sociale è necessario affrontarle e cercare di superarle con l’aiuto di uno specialista…

Alla prossima per altre nuove fobie, sempre più strane!!! =)

Tratto da: www.medicina-benessere.com www.livornotop.com/collabora/COLLABORA.htm


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