Dobbiamo ammetterlo: Win for Life è il gioco del momento. Chi non vorrebbe vincere 4 mila Euro al mese per vent’anni? Quasi più di 90 milioni in una volta sola.
Aggiungiamo che il 23% dei soldi giocati sono devoluti ai terremotati in Abruzzo e il gioco è fatto: più giocatori e più dipendenza.
È questo l’attacco rivolto dal presidente della Società italiana di psicologia, Antonio Lo Iacono: Wind for Life può creare dipendenza.
Perché? Prima di tutto perché le estrazioni avvengono più volte al giorno: diventa così un’operazione ripetitiva e genera attesa (come quando si innesca un atteggiamento compulsivo al gioco). Inoltre presenta un meccanismo di semplice comprensione e accesso: la presenza di soli 10 numeri e la possibilità di giocare ovunque caratterizzano infatti questo gioco.
Da questo punto di vista i più vulnerabili sono i giocatori che hanno più tempo a disposizione e investono anche molto tempo per giocare e per controllare le estrazioni (come casalinghe, pensionati,disoccupati…).
Ovviamente questo tipo di gioco appare particolarmente pericoloso per le persone già tendenzialmente dipendenti, o che hanno un carattere compulsivo. Ma soprattutto la frustrazione della mancata vincita può innescare altre dipendenze, come l’alcol e il fumo.
Come dice Lo Iacono: “In un periodo in cui i posti di lavoro sono sempre più un miraggio si può investire molto sull’idea di poter ottenere, attraverso il gioco, una buona rendita. E il meccanismo che induce a ‘riscattarsi’ da tante altre frustrazione e a rifarsi delle perdite, aiuta a incaponirsi per vincere ad ogni costo”.
Certo come tutti i giochi potenzialmente creatori di dipendenza c’è il modo per utilizzarli in modo sano. Ma definire in anticipo la somma che si vuole utilizzare è sempre un buon modo per prevenire un possibile “eccesso”.
Io personalmente non ho mai giocato, ma pensavo di farlo…senza la paura di cadere in una dipendenza. Ma forse il rischio c’è davvero. Voi che ne pensate?
Continuando a parlare degli interessanti progetti di ordine psicologico che stanno nascendo sul territorio italiano (forse qualcosa si muove!!) vi cito la proposta degli specializzandi dell’Icp (Institute of Constructivist Psychology) di Padova di proporre sedute di psicologia clinica e psicoterapia a soli 10 euro (soldi non considerati prestazione professionale, ma raccolti solo per migliorare l’iniziativa).
In questo modo l’intento è “quello di offrire un servizio sociale di ausilio professionale, intercettando chi non è in grado di affrontare le parcelle private nè profittare del sostegno nella sanità pubblica, ove operano, anche bene, pochi psicologi a fronte di una domanda imponente””, come dice Massimo Giliberto, direttore della Scuola di riferimento internazionale per la specializzazione post-universitaria.
Anche questo progetto, come quello di inserire gli psicologi nelle farmacie, è stato creato ascoltando i bisogni dei cittadini. Questa propensione e direzionalità verso chi sta male penso sia un cambiamento nettissimo rispetto al passato e molto positivo. La società di oggi si trova afflitta da numerosi problemi e il disagio individuale continua ad aumentare. Lavorare sui bisogni e le necessità dei soggetti è il primo e fondamentale compito della psicologia e quindi dei professionisti.
Parlando nuovamente di questa interessantissima iniziativa (come già fatto in un post precedente!) vi segnalo l’indirizzo del sito internet creato al fine di meglio speigare e diffondere questo servizio, un filmato-intervista e un articolo interessanti.
L’articolo è apparso su “Il Corriere della Sera”..non è presente in formato digitale ma solo sottofroma di pdf cliccando qui
Il sito internet è www.psicologiainfarmacia.it/index.html, mentre l’intervista è apparsa sul Tg3 Regionale del 16 ottobre scorso a Enrico Molinari e Jacopo Casiraghi.
Questo post è per fare un po’ di auto pubblicità alla mia tesi!!! Ho partecipato lo scorso venerdì a TesiCamp e ho creato una presentazione che riassumesse in breve gli elementi fondamentali della mia tesi…ed eccola qui!
Si tratta di una tesi triennale in Psicologia della Comunicazione che cerca di unire i temi della narrazione, delle nuove tecnolgoie e dell’infanzia.
Partendo dalla considerazione che è importante trovare il modo per mettere le nuove tecnologie al servizio dei bambini è nata l’idea di creare e applicare uno strumento di Digital Storytelling, che unisce ‘arte del narrare a elemeni digitali e multimediali.
Il risultato è un excursus teorico sui temi della narrazione e dell’evoluzione tecnologica e la descrizione dettagliata delle diverse fasi di lavoro per l’ideazione e l’applicazione del metodo con un gruppo di bambini!
Grazie all’indicazione di un amico ho scoperto un progetto molto interessante: lo Psicologo di Quartiere. Senza che io ne fossi al corrente (e senza che fosse stato più di tanto pubblicizzato) questo tipo di intervento era partito già quasi un anno fa.
Di cosa si tratta? L’idea, proposta da Enrico Molinari, presidente dell’ordine psicologi della Lombardia, è quella di inserire uno psicologo all’interno di alcune farmacie nei diversi quartieri di Milano. La sperimentazione fatta lo scorso anno, nelle farmacie di Via Pieri e Viale Famagosta, ha avuto esiti molto positivi: in 5 mesi il servizio è stato utilizzato da 158 persone per un totale di 516 visite. Questo mostra come il bisogno psicologico tra la popolazione sia elevato, ma, nello stesso tempo, come sia difficile per i cittadini individuare dei luoghi dove poter avere un colloquio con un professionista del settore, soprattutto gratuitamente.
Visto il grande successo dell’iniziativa da questo mese l’assessore Landi di Chiavenna, in collaborazione con l’Università Cattolica, sta pensando di ampliare il progetto a 24 farmacie, comunali e non.
Penso che questo progetto apporti vantaggi considerevoli sia alla classe degli psicologi (finalmente un luogo pubblico oltre l’ospedale riconosce la loro presenza!) sia a tutti i cittadini. E chissà che col tempo non venga richiesta formalmente e tramite una legge la presenza dello psicologo in tutte le farmacie!
Per informazioni circa le farmacie che aderiscono a questa iniziativa consultare il sito:
Pubblico senza commenti questa notizia…a voi le dovute riflessioni..
PARIGI (Reuters) – L’AD di France Telecom Didier Lombard ha detto che farà tutto il possibile per “fermare la spirale infernale” di suicidi tra i lavoratori dell’azienda, anche con programmi di sorveglianza e di consulenza.
Dall’inizio del 2008 nell’azienda ci sono stati 22 casi di suicidio e 13 di tentato suicidio, secondi i dati del sindacato.
Per questi fatti, i sindacati puntano il dito contro i frequenti processi di ristrutturazione e le pressioni lavorative che i dipendenti dovrebbero affrontare a France Telecom, aggiungendo che alcuni lavoratori sono stati abbandonati durante la trasformazione dell’azienda da statale a compagnia privata con obiettivi per i profitti e una forte competitività.
La successione degli incidenti nell’azienda — che dà lavoro a 102.000 persone in Francia — è diventata più rapida recentemente con un uomo che si è accoltellato allo stomaco nel corso di una riunione mercoledì scorso e una donna che si è gettata dalla finestra venerdì, secondo quanto detto dall’azienda.
Per i lavoratori depressi è stata istituita anche una linea di aiuto che consente di consultare esperti medici fuori della compagnia in forma anonima, ha aggiunto Lombard.
France Telecom ha annunciato anche altre azioni, come una sospensione temporanea dei trasferimenti e dell’assegnazione di nuovi incarichi ma anche l’arrivo di 100 nuove persone per le risorse umane che monitoreranno gli impiegati.
La dissonanza cognitiva è un concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957 in psicologia sociale. La teoria della dissonanza cognitiva è sorta come tentativo di spiegare un fenomeno che emerge quotidianamente nell’esperienza: le persone tendono in generale ad essere coerenti con se stessi nel modo di pensare e di agire. Quando questa coerenza manca e le persone diventano consapevoli che i loro atteggiamenti, pensieri e le loro convinzioni sono incoerenti tra loro si crea uno stato di disagio chiamato appunto dissonanza cognitiva.
Ma come nasce la dissonanza? Affinché si provi dissonanza serve che il soggetto colga l’incoerenza dell’azione che sta compiendo e si prenda la responsabilità dell’atto: solo se è convinto di aver agito in modo libero potrà provare disagio.
Questa situazione si produce soprattutto quando un comportamento entra in contrasto con un atteggiamento preesistente e l’evidenza interessante sta nel fatto che lo stato di disagio viene, solitamente, placato non tanto andando a modificare il comportamento, quanto piuttosto il modo di pensare preesistente. Perché? Cambiare l’atteggiamento ci costa meno che modificare il comportamento e, soprattutto, quando ci rendiamo conto della dissonanza l’azione è già stata messa in atto.
La dissonanza cognitiva può nascere ad esempio nel momento in cui un soggetto, che si ritiene altruista, si trova a compiere un’azione ostile e aggressiva nei confronti di un mendicante. Come detto la tendenza è quella di andare a modificare l’atteggiamento e “giustificare” l’azione.
Per fare ciò si utilizzando diverse “strategie” inconsce:
ridurre l’importanza di uno degli elementi dissociati (riprendendo l’esempio giustificarsi dicendo “Sono stata solo un po’ sgarbata”);
aggiungere elementi cognitivi consonanti al comportamento (pensare “Ho agito così perché ero di fretta”);
Le emozioni in quanto tali sono solo raramente uniche, separate l’una dall’altra. In generale hanno tutte delle strette relazioni tra loro: il disgusto appare associato in particolare alla paura, al taedium vitae, al disprezzo e all’odio.
Disgusto e Paura: il disgusto richiama la paura dal momento che la contaminazione induce timore e entrambe le sensazioni sono caratterizzate dal desiderio di fuga e sono strumenti primari di socializzazione. L’orrore è prioprio disgusto unito a paura.
Disgusto e Taedium vitae: con “taedium vitae” si fa riferimento ia sentimenti di noia, disperazione, depressione e malinconia. Il cosiddetto disgusto per la vita risulta essere un’esperienza consapevole, intellettuale ed autocosciente, tale da pervadere e rendere nauseante ogni cosa.
Disgusto e Disprezzo: nonostante le forme più intense di disprezzo coincidano con il disgusto e siano entrambi emozioni che affermano una posizione di superiorità nei confronti dei propri oggetti, vi sono differenze evidenti fra essi. Mentre è possibile che il disprezzo susciti un senso di orgoglio, autocompiacimento ed ispiri, talvolta, un comportamento benevolo e cortese nei confronti dell’oggetto ritenuto inferiore, il senso di superiorità provocato dal disgusto si esprime attraverso una sensazione sgradevole, indipendente dalla commiserazione. Ulteriori differenze sono riscontrabili anche in relazione al diverso rapporto che tali emozioni instaurano con l’amore. Se da un lato, amore e disprezzo non risultano antitetici, dall’altro lato il disgusto è contrario all’amore, pone addirittura fine a quest’ultimo.
Disgusto e Odio: tra le due emozioni sussistono molteplici zone di sovrapposizione costituite principalmente dalla nozione di ribrezzo. Il disgusto apporta alla sensazione d’odio la propria dimensione fisica, il suo essere sgradevole a livello sensoriale.
Come poter fare per allenare la vostra memoria? Dove trovare degli esercizi per migliorare le proprie capacità attentive?
Ecco un sito al riguardo molto interessante. Si tratta di “EmpowerMENTE” che propone un percorso di potenziamento mentale, con esercizi per migliorare le abilità attentive, la memoria e le capacità di orientamento spaziale.
Questi esercizi sono molto utili non solo per anziani o persone che presentano un decadimento cognitivo, ma anche per giovani e adulti perché mantenere allenata la propria mente è uno “sport” che deve essere praticato con costanza!
Va bene, sono un po’ di parte, ma non ho mai amato i nomi per così dire “poco tradizionali”. Non che questi siano meno dignitosi di altri però ho sempre pensato anche io ciò che emerge dalla ricerca citata recentemente dal Corriere della Sera: più il nome è strano più nasceranno pregiudizi riguardo quel bambino/bambina.
Lo studio mostra come effettivamente insegnanti che si trovano sul registro, il primo giorno di scuola, nomi come Kevin, Chanel, Angelina avranno una aspettativa “negativa” di poco impegno e rendimento sui possessori del nome. Si tratta, secondo me, di una scoperta molto preoccupante sulla quale bisogna riflettere molto. E’ sempre vero che nomi di questo tipo vengono dati ai figli delle famiglie meno scolarizzate e istruite? Come mai? Sarebbe allora il caso di intervenire a limitare e contenere questi pregiudizi, specialmente oggigiorno quando poveri e immigrati hanno bisogno di accoglienza e fiducia e non di cattivi giudizi.