La giornata della memoria. Ricordare le vittime cercando di capire il perchè e gli effetti del genocidio.

febbraio 1, 2010 di ceci87

Il 27 gennaio si è celebrata in tutto il mondo la Giornata della Memoria, in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Questo avvenimento continua a essere giustamente tema centrale della riflessione e del dibattito, soprattutto oggi in un mondo dove i pregiudizi e le persecuzioni sono ancora diffusi.
La psicologia si è interessata soprattutto a due aspetti legati all’olocausto: il perchè i soldati tedeschi si siano resi partecipi del genocidio e le analisi degli effetti sui sopravvissuti.

Perché i leader nazisti resero possibile l’eliminazione di milioni di Ebrei e molti cittadini di diverse nazionalità lasciarono a loro libertà di azione?
Sicuramente i meccanismi percettivi dell’assimilazione e del contrasto sono fonte di stereotipi: essi minimizzano le differenze all’interno dei gruppi ed estremizzano quelle tra i gruppi, portando a vedere gli altri come cattivi che meritano le sofferenze inflitte.

Questi meccanismi sono spiegati da Sherif e Hovland come vicinanza/lontananza del proprio atteggiamento a quello degli altri. Gli atteggiamenti che si collocano in una posizione relativamente vicina a quella del soggetto saranno percepiti come simili ai propri più di quanto non lo siano nella realtà (assimilazione) e riceveranno una valutazione positiva. Gli atteggiamenti piuttosto differenti saranno allontanati dalla propria posizione e valutati negativamente (contrasto).

Inoltre, secondo molti teorici della personalità, nei soldati tedeschi si sono fatti posto molti meccanismi di difesa coinvolti nella svalutazione dei gruppi altri, come ad esempio la proiezione e la scssione
Mentre la proiezione potrebbe sottendere la percezione che l’altro gruppo personifichi tutte le azioni e i pensieri immorali che non ammettiamo in noi stessi, la scissione, cioè la capacità di erigere barriere cognitive ed emozionali che dividono ciascuna parte di noi dall’altra, spiegherebbe come le persone la cui mansione era l’omicidio di massa, potessero tornare a casa dopo il “lavoro” e godersi una normale serata in famiglia.

Un altro fattore coinvolto è il pensiero di gruppo, una combinazione di orgoglio gruppale, di conformismo e di culto del leader, che può spingere a decisioni impensabili. In questo caso le inibizioni morali verso la violenza potrebbero indebolirsi attraverso l’approvazione di una figura autoritaria, l’esperienza reale del commettere atti violenti, la disumanizzazione del gruppo delle vittime,  il conformismo e la diffusione di responsabilità.

Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine dell’olocausto sulle vittime si è parlato in psicologia di sindrome del sopravvissuto”, (Eitinger, 1964/1972). Essa include sintomi come il senso di colpa per essere sopravvissuti, rabbia e ansia, disturbi del sonno, anedonia, flashbacks, ipervigilanza, depressione, incapacità a stabilire legami profondi…tutti sintomi tipici del PTSD.

L’importanza della continua riflessione su questo tema, ma anche della ricerca di spiegazioni psicologiche a questi avvenimaneti potrebbero giocare un importante ruolo nel prevenire azioni simili e fare in modo che non avvengano più… almeno così tutti sperano!

www.psicozoo.it

I possibili effetti psicologici in risposta ad una catastrofe

gennaio 26, 2010 di ceci87

Ho già parlato qualche giorno da del PSD come possibile conseguenza della catastrofe di Haiti. Volevo oggi ampliare il discorso circa i diversi e possibili effetti psicologici che possono colpire le popolazioni vittime del terremoto, ma anche i parenti o chi semplicemente vede in televisione le immagini di questa distruzione.

Per fare questo vorrei riportare l’intervista compiuta da Health.com a Guerda Nicolas, psicologa clinica nata ad Haiti e dirigente del Dipartimento di studi educativi e psicologici dell’Università di Miami. La traduzione italiana di parti dell’intervista è tratta da Psicozoo, mentre per leggere l’originale in lingua inglese basta cliccare sul link in fondo alla pagina.

D: Quali sono gli effetti psicologici immediati che seguono un disastro come questo?
R: Non c’è una risposta immediata. Quando un individuo si trova nel mezzo del disastro, è centrato sulla sopravvivenza e si chiede semplicemente cosa sta succedendo. Il vero trauma, l’impatto psicologico, non si manifesta prima di alcuni mesi dopo la tragedia. Quando le cose si tranquillizzano, si comincia a sentire l’impatto e il dolore delle immagini a cui si assiste.

D: E’ in questo momento che comincia lo stress post-traumatico?
R: Esattamente. Dopo che gli sforzi per i soccorsi sono finiti, dopo che i funerali sono stati celebrati – è qui che può verificarsi il Disturbo Post- Traumatico da Stress (PTSD). All’occorrenza di qualunque tipo di trauma, una persona può avere episodi di stress acuto e di ansia, ma il PTSD non si sviluppa prima di 6 mesi dalla tragedia, quando iniziano i sintomi come l’insonnia e i flashbacks.

D: Ci sono altri sintomi che accompagnano questo genere di trauma?
R: La depressione è uno di questi; spesso è un segno di PTSD. L’ansia è un’altra risposta frequente in questi casi e spesso le persone fanno ricorso anche a stupefacenti. C’è un forte desiderio di affievolire il dolore, così le persone bevono di più o fanno uso di sostanze per sopportare la sofferenza. In ogni caso, individui diversi danno risposte differenti alle situazioni e non c’è una modalità standard di reazione.

D: Le persone che sono lontane dall’evento, possono comunque sperimentare lo shock e lo stress post-traumatico come chi era sul posto?
R: Certo, sicuramente. La chiamiamo “Traumatizzazione vicaria”. E può essere perfino più devastante a livello psicologico perchè c’è un senso d’impotenza, guardando le immagini, vedendo la devastazione e sapendo che non puoi farci niente. Le persone che sono lì, nella tragedia, stanno lavorando duro per alleviare le sofferenze degli altri e questo può aiutarle a sentirsi meglio rispetto a chi da lontano guarda e non può fare nulla. I sintomi possono essere molto simili a quelli di un disturbo post-traumatico: possono avere incubi, flashbacks delle immagini viste in televisione, difficoltà a dormire e a concentrarsi, inappetenza.

D: Come si può prevenire questo trauma?
R: La prima cosa che ho detto alle persone di Miami è “Smettetela di guardare le notizie”. Onestamente, le immagini riportate dai media possono essere troppo forti per alcune persone. Una cosa utile invece, che è buona norma ad Haiti è di stare in compagnia dei vicini. Inviata i tuoi amici a casa, bevi con loro un te e condividi quello che stai provando. Il mio suggerimento è quello di parlarne piuttosto che limitarsi a guardare le scene del disastro, perchè assistendo da spettatore non hai la possibilità di esprimere quello che stai provando.

D: Se hai un amico o un vicino che ha dei parenti coinvolti in un disastro come quello di Haiti, cosa puoi fare per aiutarlo?
R: Penso che possa essere d’aiuto ascoltare. Bussa alla porta di quella persona e dille “So che hai dei cari lì, vuoi parlarne?”. Spesso la loro disperazione nasce dal fatto che non hanno la possibilità di essere lì ad aiutare e durante la conversazione emergeranno i suoi bisogni. Potete offrirvi ad esempio di sollevarli accompagnando a scuola i loro bambini o portando qualcosa per cena.

D: Ci sono delle differenze culturali a cui le persone devono stare attente nel tentare di aiutare qualcuno che viene da un paese diverso dal proprio?
R: Penso che sia importante tenere presente che noi non viviamo le cose nello stesso modo. Ognuno esprime quello che sente in modi diversi. Alcuni possono piangere e disperarsi, altri possono sentirsi mancare, altri possono abbattersi. Tutte queste modalità sono parti di una reazione al trauma, ma non vuol dire che queste persone non siano capaci di reagire e di affrontare gli eventi. Una persona in stato di shock può inizialmente sembrare a pezzi e poi rialzarsi e farcela. Nella mentalità Haitiana, le persone sono convinte di potercela fare: se le tragedie accadono, gli Haitiani sanno che si rialzeranno e andranno avanti.

The Psychological Aftershocks: How Will Haitians Cope? – Health.com

L’adozione: vantaggi e rischi psicologici nell’adottare un bambino vittima del terremoto di Haiti

gennaio 25, 2010 di ceci87

Dopo il catastrofico terremoto che ha colpito la popolazione di Haiti il tema delle adozioni è diventato, negli ultimi giorni, uno degli argomenti di maggiore discussione.
Si stima che siano migliaia i bambini che si trovano oggi a vivere per strada, dopo aver perso i genitori e probabilmente anche tutti i parenti.
Il sottosegretario Carlo Giovanardi ha dichiarato che le familgie italiane potranno adottare bambini Hitiani ma solo a due condizioni: se a chiederlo all’Italia è il governo di Haiti che dichiara lo stato di reale abbandono del bambino e se le coppie italiane sono in possesso dell’idoneità all’adozione.

Questo fa nascere una serie di domande circa i vantaggi e i rischi che questo tipo di pratica può apportare ai bambini in causa.
Sicuramente vivere in una famiglia, con le cure e le attenzioni di due genitori, ha numerosi vantaggi rispetto al vivere in un orfanotrofio. La possibilità di cure e amore “personalizzato”, l’occasione di vivere in un ambiente protetto e di creare una relazione di attaccamento con una figura adulta importante sono tutti elementi fondamentali per poter vivere un’infanzia serena e non traumatica.
Certo è che l’adozione resta una pratica complessa e rischiosa. Prima di tutto è importante tenere conto dell’età del bambini. Mentre per i più piccoli è relativamente meno traumatico essere sradicati dal proprio territorio e adattarsi al nuovo ambiente, per i bambini più grandi può avere risvolti molto negativi il fatto di essere allontanati dal proprio luogo di origine.
Inoltre, l’affido richiede da parte della coppia che si assume questa responsabilità una serie di competenze non banali. Specialmente in seguito ad una tragedia di queste dimensioni bisogna fare attenzione a tutti quegli aspetti specificatamente psicologici che possono interessare il bambino. Esso si può trovare in una situazione di stress, di paura, di impotenza e i genitori italiani devono avere le competenze adeguate per riconoscere e rispondere a questi disagi e sapersi avvicinare nel modo più consono.
L’ideale sarebbe comunque che questi bambini rimanessero nel luogo in cui sono nati e quindi le adozioni acquisterebbero veramente senso solo nel caso in cui questi piccoli non avessero più in patria nessun parente che si possa occupare di loro

L’adozione resta una pratica importantissima e di grande valore. Ma chi decide di assumersi questa responsabilità deve ricordarsi che è un impegno che dura tutta una vita e che richiede un percorso anche psicologico lungo e fondamentale.

Haiti e il terremoto: il disturbo post-traumatico da stress come possibile conseguenza

gennaio 16, 2010 di ceci87

Sfrutto la terribile catastrofe che ha colpito Haiti e i suoi abitanti, ma anche tutti coloro che hanno visto in tv le immagini di morte e distruzione del paese per parlare di uno dei disturbi più importanti e diffusi oggi: il disturbo post-traumatico da stress o PTSD.
Davanti a queste catastrofi sappiamo che circa il20% degli adulti sviluppa questo distrubo. Ma di cosa si tratta?

Il PTSD entra a far parte del DSM III negli anni ’80 come “riposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, che prevede un aumento notevole del livello dell’ansia, evitamento degli stimoli associati al trauma e appiattimento della reattività emozionale.
Il disturbo, come dice l’etichetta, nasce in seguito ad un evento traumatico, che minaccia cioè la sopravvivenza o l’integrità del soggetto o che viene vissuto senza la rpesenza di una rete sociale di sostegno.
Il PTSD viene definito sulla base della durata temporale dei sintomi. Se essi perdurano per sole 4 settimane si parlerà di “disturbo scuto da stress”, ma non di disturbo post-traumatico, che invece comapre se le reazioni all’evento traumatico perdurano per almeno un mese.
Mentre il primo disturbo è considerato come una reazione provvisoria dell’individuo, il PTSD si caratterizza per la presenza di almeno 6 sintomi in 3 diverse aree:

  • vissuto ripetuto dell’evento tramite incubi, flashback, pensieri..
  • evitamento nel nominare, pensare o prendere contatto con alcuni aspetti della realtà traumatica
  • aumento dell’attività fisiologica

Inoltre è possibile distinguere tra PTSD acuto e ridardato: mentre nel primo caso i sintomi compaiono entro i 3 mesi (e spesso persisoton in modo cronico), nel secondo essi compaiono dopo almeno 6 mesi.

L’idea di base è che il disturbo post-traumatico da stress trovi le sue basi non nella persona e nei suoi tratti di personalità, ma nel mondo esterno, in un evento traumatico vissuto dal soggetto.
E ovviamente va precisato come solo una piccola percentuale della popolazione che è vittima di  un evento traumatico mostrerà i sintomi del PTDS: non c’è quindi una relazione diretta tra evento e disturbo!

I Serious Game in emergenza: il pericolo degli incendi

gennaio 15, 2010 di ceci87

Vi avevo già parlato tempo fa dei Serious game e dell’importanza dell’uso della realtà virtuale nella pratica psicologica.
Oggi voglio parlarvi di un videogame che rientra all’interno dell’ambito della psicologia dell’emergenza. Il gioco ha l’obiettivo formativo di trasmettere alcune conoscenze fondamentali di sicurezza personale nelle situazioni di incendio.

Giocando ad un videogioco dove lo scopo e’ salvarsi da un’incendio abbiamo modo di sperimentare tutte le azioni positive e negative e di apprendere i loro effetti in un modo molto diverso e piu’ efficace di quello tradizionale.
Il problema della comunicazione dell’emergenza è importante: anche di fronte a volantini o fogli appesi alle porte che contengono tutte le istruzioni su come comportarsi in caso di pericolo i soggetti non mettono in pratica quanto scritto perche’ di fronte ad una situazione non familiare e stressante scattano spesso comportamenti automatici.
Il video qui sotto mostra alcuni esempi di situazioni che si possono sperimentare nel serious game: imparare dove sono gli allarmi e come azionarli, abbassarsi se e’ presente del fumo nella parte alta di un corridoio, imparare che non va preso l’ascensore, familiarizzare con l’ubicazione e la struttura delle scale di sicurezza e con i tempi di evacuazione

Un’altra cosa interessante e’ che, siccome e’ ambientato in una riproduzione fedele di un’edificio reale,  l’analisi visuale può mostrare come sia necessario modificare il reale al fine di renderlo più sicuro o più comunicativo circa i rischi.
Infine, una cosa curiosa accaduta nella valutazione e’ che molti utenti si sono lamentati di come il personaggio “vada troppo piano”: peccato che il personaggio andasse invece alla velocita’ corretta che una persona media avrebbe dentro l’edificio!

Informazioni piu’ tecniche su questo progetto sono reperibili nell’articolo presentato alla prima IEEE Conference on Games and Virtual Worlds for Serious Applications, scaricabile a questo link.

L’empatia. Cos’è?

gennaio 12, 2010 di ceci87

Con il termine empatia ci si riferisce a “un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da uno sforzo di comprensione intellettuale dell’altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale.”

Nel linguaggio comune significa  più semplicemente sapersi mettere nei panni dell’altro, saper condividere i suoi stati d’animo degli altri e in particolare le sue sofferenze.
Gli studi recenti di Rizzolati sui neuorni specchio mostrano come essa non derivi da uno sforzo intellettuale, ma sia parte del corredo genetico della specie. L’idea di fondo è che non può esistere una relazione significativa se non c’è empatia.

Per molti anni diversi studiosi si sono confrontati circa la natura affettiva o cognitiva di questa esperienza: per molti viene vista come una condivisione affettiva, mentre altri la subordinano allo sviluppo di capacità cognitive che consentono di immedesimarsi negli altri e di comprendere il loro modo di valutare cose e situazioni.
Importante è la constatazione di come  per avere empatia sono necessari sia la fusione affettiva con l’altro che la differenziazione di sé. Senza quest’ultima infatti non è possibile avere vera e pura condivisione: è importante che chi si immedesima nell’altro mantenga sempre presente la distanza che c’è tra ciò che prova l’altro e i propri sentimenti. Tuttavia, senza la capacità fusionale non vi può essere empatia, ma soltanto una distaccata rappresentazione cognitiva. Si può definire l’empatia come un equilibrio tra la capacità di discriminare gli affetti dell’altro come diversi dai propri e quella di accoglierli e farli propri.

Natale? Attenzione ai troppi regali!

dicembre 20, 2009 di ceci87

Abbaimo già parlato dello shopping compulsivo come nuovo fenomeno e disturbo che sta prendendo piede nella nostra società. E quale periodo dell’anno è più adatto per favorire questa perdita del controllo negli acquisti? Il Natale ovviamente!

A lanciare il grido d’allarme è Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico che dice:

Il Natale è la ricorrenza che stimola in tutti noi grande attesa di affetto, gioia ed armonia e tutte queste aspettative sono rappresentate dai regali. Regali che facciamo, che ci facciamo per gratificarci e che speriamo ci vengano fatti. È principalmente sull’acquistare che bisogna porre l’attenzione. Il pericolo per chi compra è nascosto negli outlet, nelle promozioni e nelle offerte.
Oggi le persone acquistano molto spesso cose che non servono per calmare lo stress, per insicurezza, per colmare dei vuoti. Per le festività le compere si moltiplicano. Acquistare negli outlet, dove i prezzi sono più bassi, o in un negozio una merce in promozione, o un prodotto in offerta particolare, ci allontana dalla percezione che stiamo spendendo e che forse stiamo comprando qualcosa di inutile come il più delle volte accade. Lo sconto, il risparmio, ingannano la mente. Tranquillizziamo i sensi di colpa poiché spostiamo l’attenzione sull’idea che si sta risparmiando, se non addirittura che si sta facendo un affare. In realtà, una volta prigionieri di questo meccanismo, compriamo sempre di più. Ci raccontiamo che stiamo prendendo al volo un’occasione quando, invece, stiamo spendendo più di quello che il nostro budget ci permette. Una volta tirate le somme, però, arriva l’ansia. Il tutto seguito da una sensazione di pesantezza che rischiamo di risolvere facendo altre compere. Per evitare errori c’è un vademecum da seguire. Prima di tutto si può pianificare, ovvero decidere in anticipo il budget da spendere e preventivare ovvero stabilire in anticipo l’importo da destinare a ogni regalo. Va poi fatta una selezione, guardando nelle vetrine solo le cose che rientrano nel budget previsto per ogni dono e sarebbe importante pagare in contanti, lasciando a casa carte di credito e bancomat così da acquistare solo quello che ci possiamo permettere davvero.
«In un primo momento potremmo provare un senso di frustrazione dovuto alla sensazione di essere stati limitati ma, una volta tornati a casa riguardando i nostri acquisti, non potremmo far altro che essere soddisfatti degli oggetti che abbiamo scelto con attenzione e premura e non sentiremo il bisogno di correre a comprare qualcos’altro.

Tratto da: www.ilgiornale.it

Curare la depressione online

dicembre 15, 2009 di ceci87

Curare la depressione online? Secondo uno studio dell’Università di Bristol è possibile!

Lo studio ha coinvolto 297 pazienti monitorati per 8 mesi che, al posto della classica seduta dallo psicologo, sono stati trattati con analisi cognitivo-comportamentali attraverso il web. E nel 38% dei casi sono guariti dopo soli 4 mesi!

Nel centro Psiche di Milano la modalità di cura online pur essendo poco conosciuta è già in uso. Dice la dottoressa Arianna Nardulli:

Sono molti gli strumenti disponibili: video conferenza, chat, email. La video consulenza, per esempio, permette di stabilire comunque un rapporto diretto ed esclusivo con il terapeuta. I vantaggi pratici del sistema sembrano molti, a partire dalla flessibilità degli orari, la velocità, l’immediatezza della comunicazione e la possibilità di raggiungere anche chi vive in aree remote.”

Tratto da: www.medicinalive.com

L’alessitimia. Le cause (2)

dicembre 9, 2009 di ceci87

Dopo aver cercato di dare una definizione di alessitimia proviamo ora ad indagare quali possano essere le cause di tale disturbo.
Nonostante la mancanza di una teoria concorde sulle motivazioni alla base di questa difficoltà nell’espressione e riconoscimento delle emozioni, sembrerebbe che una notevole importanza rivesta l’accudimento materno nei confronti del bambino nel far acquisire a quest’ultimo le capacità emotive.
Nelle famiglie dei soggetti alessitimici solitamente si riscontra un forte coinvolgimento emotivo unito ad una mancanza di regole di controllo del comportamento con una scarsa capacità di risoluzione dei problemi.
Per quanto riguarda il genere sembra che siano presenti un numero maggiore di uomini rispetto alle donne affetti da questa problematica, forse perché i maschi vengono “addestrati” sin da piccoli a non esprimere molto le proprie emozioni ed anzi a negarle al mondo perché “non sta bene”.
Se invece il disturbo non nasce durante l’infanzia esso può facilmente essere la conseguenza di un trauma subito, anche in età adulta: in questo caso l’emozione viene solitamente vissuta come una potente minaccia di un ritorno dell’episodio traumatico stesso.

Da quanto detto il disturbo pare essere multidimensionale e causato da più e diversi fattori che interagiscono tra loro.

L’alessitimia. Di cosa si tratta? (1)

dicembre 8, 2009 di ceci87

Come ben tutti sanno le emozioni sono una parte fondamentale della nostra vita: coinvolgono tutto il nostro organismo, ci spingono ad agire e sono risposte agli stimoli interni ed esterni.
Il nostro corpo è “programmato” a valutare e etichettare le diverse emozioni provate da noi stessi e dagli altri (empatia), identificate a partire dalla mimica facciale, dai movimenti del corpo, ecc..
E’, quindi, difficile immaginare di non riuscire ad esprimere a parole cosa si prova e non riuscire a riconoscere negli altri gli stessi sentimenti.

Ma in realtà per per chi soffre di alessitimia è proprio così!
Alessitimia significa letteralmente“non avere le parole per le emozioni” (dal greco “a” = mancanza, “lexis”= parola e “thymos”= emozione)..è una specie di “analfabetismo emozionale”
Chi soffre di questo disagio ha un deficit della competenza emotiva ed emozionale che non gli permette di riconoscere, esplorare ed esprimere i propri vissuti interiori e ha estrema difficoltà nel riuscire a discriminare fra stati emotivi e sensazioni provenienti dal proprio corpo.
Queste persone appaiono ben adattate dal punto di vista sociale, ma in realtà presentano una marcata tendenza a stabilire relazioni interpersonali fortemente dipendenti oppure a preferire la solitudine ed evitare gli altri.
In loro sono frequenti comportamenti impulsivi, come mezzo per liberarsi dalle tensioni causate dagli stati emotivi non piacevoli, in quanto non sono in grado di modulare le emozioni.

La loro capacità immaginativa ed onirica è ridotta, talvolta inesistente; mancano di capacità d’introspezione, e tendono ad assumere comportamenti conformanti alla media.

tratto da: www.psicozoo.it